Regeni, il governo Meloni non vuole chiudere i canali diplomatici con l’Egitto dopo la sentenza
Dopo la prima sentenza sull'omicidio Giulio Regeni, arrivata dieci anni dopo, con la condanna di tre dei quattri 007 egiziani imputati nel processo – mai comparsi in aula – il governo Meloni è finito al centro delle polemiche per via dei suoi rapporti diplomatici con l'Egitto, che non intende sospendere.
Il tribunale ha fatto cadere l'accusa di omicidio, ma ha condannato a dieci anni per sequestro di persona tre uomini dei servizi segreti egiziani: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la pubblica accusa aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed, per i quali i pm avevano chiesto 17 anni e mezzo. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, invece è stato assolto (anche per lui la procura aveva chiesto 17 anni e mezzo. Subito dopo il verdetto la famiglia del ricercatore ha chiesto al governo italiano di interrompere ogni rapporto con il Cairo, accusando il regime egiziano: "Tutto quello che poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto", ha detto l'avvocata Ballerini, secondo cui ora bisogna "rompere i rapporti con un Paese che lungi dall'essere sicuro, tortura, uccide anche i cittadini degli Stai cosiddetti amici".
Perché il ministro Tajani è sotto attacco e le opposizioni vogliono che riferisca in Aula su Regeni
A stretto giro è arrivato il commento a caldo del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che prima ha frenato sulla possibilità di rompere le relazioni diplomatiche con il regime di Abdel Fattah al-Sisi, perché "non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", e poi, dopo le proteste delle opposizioni, ha aggiustato parzialmente il tiro, contestualizzandole. Quelle parole pesano però come macigno e sono giudicate irrispettose, soprattutto alla luce della relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Regeni, approvata all'unanimità dal Parlamento, che ha stabilito che le responsabilità del sequestro, della tortura e dell'uccisione del ricercatore sono da imputare agli apparati di sicurezza egiziani, e in particolare agli ufficiali della National Security Agency.
Il vicepremier azzurro ieri si è detto disponibile a riferire in Parlamento, andando incontro alle richieste di Pd, M5s, Avs, Azione, Più Europa che martedì hanno richiesto una sua informativa in Aula. Tajani è poi tornato sulle sue dichiarazioni: "Io ho detto quello che è il contorno della sentenza. Bisogna andare avanti con grande serietà, abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero. Con lo stesso impegno, la stessa discrezione, che non devono essere sbandierati, abbiamo fatto uscire dall'Egitto Patrick Zaky e stiamo lavorando per portare a casa Nessy Guerra e sua figlia. Senza clamore e senza propaganda", ha detto aggiungendo che il governo vuole "che si vada avanti" per accertare la verità e scoprire "chi è o chi sono gli assassini di Regeni".
La sentenza, ha puntualizzato Tajani, "ci ha detto soltanto chi sono i sequestratori, quindi bisogna andare avanti con grande serietà- Abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero per accertare la verità", ha aggiunto. "Noi siamo determinatissimi, stiamo dalla parte della vittima, cioè dalla parte di Regeni e dalla parte della famiglia. Vogliamo che i colpevoli siano individuati. Ho detto soltanto che la sentenza di ieri non ha individuato gli assassini, ci ha detto soltanto chi sono coloro che hanno sequestrato. Noi vogliamo che si vada avanti. Il governo si è costituito parte civile, quindi non abbiamo cambiato idea. Non si tratta di essere cauti o non cauti".
La posizione di Meloni: "Sbagliato chiudere canali diplomatici con il Cairo"
La linea di Tajani è naturalmente anche quella della premier Giorgia Meloni, che però mal cela il suo imbarazzo sulla vicenda. Da Praga la premier ha sottolineato che la richiesta di verità e giustizia della famiglia Regeni "è anche la nostra", e ha ribadito che il governo ha utilizzato "tutti i canali", anche quelli "politici e diplomatici con il Cairo: un po' dubito che chiudendo quei canali ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci".
Per Meloni è presto per l'eventuale richiesta di estradizione o per pretendere il risarcimento dei danni previsto dalla sentenza, bisogna attendere il terzo grado do giudizio: "La sentenza non è ancora passata in giudicato, tutto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo". Meloni ha comunque colto l'occasione per rinnovare la sua "vicinanza alla famiglia di Giulio Regeni e alla loro richiesta, che ovviamente è anche la nostra, di verità e giustizia. Ricordo che il Governo italiano è parte civile nel processo e quindi anche noi siamo assolutamente determinati a cercare la verità su questa vicenda".
Le motivazioni della sentenza devono ancora essere depositate, e bisogna attendere 90 giorni. Lo ricorda anche il presidente del Senato La Russa, con la stessa cautela già mostrata da Tajani e Meloni: "La sentenza è di primo grado ma aggiungo, da avvocato, non sono state depositate le motivazioni. Capisco che in politica si possano anche forzare i toni ma almeno rispettare i tempi. È uscita una sentenza che ha assolto il principale degli imputati e ha condannato tre per sequestro mentre ha assolto tutti per omicidio. Uno deve capire il perché di una sentenza che contrasta con le richieste dell'accusa. Se fosse stato condannato per omicidio il generale, è chiaro che un generale non fa le cose così. Tutto è sub iudice, non solo per l'appello che sicuramente ci sarà ma anche per la semplice lettura della sentenza. La tempistica" delle opposizioni "è sbagliata, fategli almeno leggere la sentenza".