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Omicidio Giulio Regeni

Caso Regeni, la Procura accusa l’Egitto: “Un corpo spezzato dal dolore”. In aula mostrate le foto della Tac

Nella requisitoria del processo per l’omicidio di Giulio Regeni, il pm Sergio Colaiocco ha ricostruito le torture subite dal ricercatore friulano e accusato le autorità egiziane di aver protetto i responsabili. In aula mostrate le immagini della Tac, eseguita dai medici legali italiani, che mostrano i segni delle torture subite. La Procura di Roma ha ribadito il coinvolgimento degli apparati di sicurezza del Cairo: “È solo in Egitto che bisogna cercare i suoi sequestratori, i suoi torturatori, i suoi assassini”.
Giulio Regeni
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"Un corpo spezzato dal dolore". È l'immagine – accompagnata anche dalle foto della Tac – con cui il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco ha riassunto davanti alla Corte le torture subite da Giulio Regeni durante i giorni del suo sequestro in Egitto. Nella requisitoria del processo che vede imputati quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, il magistrato ha accusato il regime del Cairo di aver scelto di non fare luce su quanto accaduto e di aver protetto i responsabili.

"È su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini", ha affermato Colaiocco nell'aula bunker di Rebibbia, dove ha mostrato le immagini della Tac eseguita in Italia sul corpo del ricercatore friuliano.

Secondo la Procura di Roma, gli accertamenti medico-legali effettuati dopo il rientro della salma hanno restituito un quadro molto diverso rispetto a quello emerso dagli esami svolti in Egitto. I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura al braccio destro, mentre la Tac realizzata dai consulenti italiani ne avrebbe rilevate venti: cinque ai denti e quindici a diverse strutture ossee.

"Giulio ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo", ha detto il magistrato, sostenendo che le lesioni raccontino una sequenza di torture inflitte in momenti differenti.

Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia. Ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell'accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento".

Per l'accusa, le ferite non furono provocate in un unico episodio ma nel corso dei sette giorni trascorsi tra il rapimento, avvenuto il 25 gennaio 2016, e la morte del ricercatore. "Questo significa che Giulio è stato torturato ripetutamente. Interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere, nuovamente torturato. Per giorni", ha spiegato Colaiocco.

Nel corso della requisitoria il procuratore ha inoltre respinto definitivamente la cosiddetta ‘pista inglese', ribadendo che non esiste alcun elemento che colleghi Regeni ai servizi segreti britannici.

Giulio Regeni era in Egitto per ciò che aveva sempre dichiarato di essere: un dottorando di Cambridge impegnato in una ricerca sul sindacalismo indipendente. Ed è in Egitto, e solo in Egitto, che bisogna cercare i suoi sequestratori, i suoi torturatori, i suoi assassini".

Per la Procura, infatti, le prove raccolte nel corso del dibattimento portano a una conclusione precisa: a compiere il sequestro, le torture e l'omicidio non sarebbero stati criminali comuni, ma uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani.

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