Perché non parlate dell’inchiesta di Bibbiano sui bambini strappati alle famiglie? È questa la richiesta che da qualche settimana ci state facendo ovunque, praticamente sotto ogni post che viene pubblicato sui nostri canali social. A volte in modo garbato, altre meno, spesso come vera e propria accusa. Il “perché non parlate di Bibbiano”, in effetti, nelle ultime settimane è diventato il principale oggetto di polemica nei confronti dei mezzi di informazione, accusati di aver nascosto la rilevanza e la portata dell’inchiesta che riguarda l’affidamento dei minori in alcuni comuni della Val D’Enza.

Ecco, noi intendiamo il lavoro come servizio al lettore, una scelta che ci porta a considerare del tutto legittima la richiesta di approfondimento e discussione intorno alla vicenda di Bibbiano. Una vicenda che tocca nel profondo la sensibilità delle persone, perché porta alla ribalta mediatica un vero e proprio incubo per ogni genitore: un sistema criminale che attenterebbe alla sicurezza dei nostri figli, un gruppo di persone che, con la complicità o il silenzio delle istituzioni, rappresenterebbe una minaccia potenziale per ogni famiglia, un sistema in grado di fabbricare calunnie e condanne infamanti per ogni persona perbene. Anche per questo, oltre al “normale” lavoro di cronaca, abbiamo deciso di trattare in modo più approfondito la vicenda, cercando di restituire nel modo più chiaro e veritiero quelli che sono i riscontri delle indagini e quello che è il contesto che si è venuto a determinare in queste settimane. Così, dalla cronaca all’analisi dell’ordinanza, fino agli approfondimenti video, abbiamo cercato e stiamo cercando di fare quello che riteniamo essere la parte più importante del nostro lavoro: fornire ai lettori le informazioni necessarie per capire, conoscere e interpretare i fatti. E continueremo a farlo nei prossimi giorni, qui.

Ci sono però delle cose che non faremo. Che non possiamo fare, non vogliamo fare e non dobbiamo fare.

Non trasformeremo un caso giudiziario in uno politico, prima di tutto. La corsa ad attribuire a un partito politico la responsabilità di condotte individuali non è mai stata un’opzione percorribile per Fanpage.it. A maggior ragione in un caso delicato e complesso come questo, basato su accuse di una gravità enorme, che però al momento non sembrano avere alcun legame con la sfera politica. L’appartenenza al Partito Democratico del sindaco di Bibbiano (accusato di abuso d’ufficio e falso e non coinvolto nei presunti abusi sui minori) o il sostegno economico di alcuni consiglieri regionali del M5s in Piemonte alla onlus Hansel e Gretel, ad esempio, non hanno alcuna rilevanza specifica nella vicenda giudiziaria e non possono determinare valutazioni “di altro tipo” rispetto ai fatti di cronaca. Men che meno possono legittimare generalizzazioni indebite (“il partito di Bibbiano”, "il M5s chiarisca il suo ruolo su Bibbiano") e strumentalizzazioni politiche di bassa lega.

Non dimenticheremo poi che esiste l’articolo 27 della Costituzione italiana, che è una vera e propria stella polare, anche in un caso del genere. "La responsabilità penale è personale", dice l’articolo, chiarendo che a rispondere di eventuali illeciti devono essere i soggetti indagati, non terze persone con cui magari si condividono le idee politiche, i percorsi professionali o le scelte di vita. “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, continua sempre la nostra Carta, ammonendoci dal dispensare condanne e giudizi definitivi, peraltro senza che neanche il processo sia cominciato. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, si legge sempre all’articolo 27: anche per questo non invocheremo condanne durissime, pene esemplari o vendette di Stato, chiederemo giustizia; non una “attenzione particolare” alla singola vicenda processuale, ma ciò che lo Stato dovrebbe sempre garantire a vittime, accusati e cittadini.

Non useremo un caso di cronaca delicato e complesso per mettere in discussione le conquiste in tema di diritti civili. Del resto, basterebbe leggere le stesse carte dell’ordinanza: anche nel caso di Bibbiano non c’è alcun legame fra le presunte violazioni e le scelte di vita di alcune persone. E anche sul complesso del sistema degli affidi occorrerebbe maggiore cautela, come del resto ha spiegato lo stesso procuratore che sta gestendo le indagini: “Sotto inchiesta non c’è il sistema dei servizi: sotto inchiesta ci sono delle persone”. Se una riflessione deve aprirsi sul sistema degli affidi, certamente farlo sulla scia di una vicenda di così forte rilevanza empatica non è una buona idea.

È innegabile l'impatto emozionale che suscita una storia di questo tipo, ma è responsabilità dei media quella di restituire i fatti in modo corretto e non parziale. È nostra responsabilità usare un linguaggio attinente ai fatti e rendere i riscontri degli inquirenti senza forzature, non parlare di elettroshock quando si tratta di tutt'altro, non sbattere mostri in prima pagina prima che la giustizia abbia fatto il suo corso, non avallare speculazioni politiche dell'una o dell'altra parte, non operare "taglia e cuci" capziosi delle carte giudiziarie, rifuggire da complottismi e vittimismi, non trasformare un caso così delicato, che riguarda soggetti fragilissimi, in uno show senza esclusione di colpi di scena. In gioco non vi è soltanto la credibilità dei mezzi di informazione, ma anche il modello di società che immaginiamo e di opinione pubblica che vogliamo (contribuire a) costruire: non fazioni in costante e rabbiosa lotta, ma cittadini informati, liberi in tutto e per tutto di costruirsi la propria opinione.