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12 Luglio 2015
13:12

Quarant’anni fa a Livorno si avviava la stagione dell’Eurocomunismo

Nel biennio 1975/1977 i comunisti italiani, spagnoli e francesi elaborano la teoria eurocomunista, smarcandosi dal modello sovietico. Una revisione ideologica strategicamente debole ma molto efficace nella prospettiva di un’autonoma identità europea che allarmerà, per ragioni diverse, le due superpotenze (Usa e Urss).
A cura di Marcello Ravveduto
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Livorno 12 luglio 1975. Nella città della scissione gramsciana, Enrico Berlinguer e Santiago Carillo sono uno accanto all’altro. Il primo è il segretario del Pci, propugnatore del Compromesso storico e vincitore delle recentissime elezioni regionali (in cui i comunisti hanno raggiunto il 33,46% piazzandosi a meno di due punti dalla Democrazia cristiana). Il secondo è il segretario nazionale del Partito comunista spagnolo, a quell’epoca ancora fuori legge a causa della dittatura franchista.

I due si sono incontrati per fare pubblicamente una dichiarazione congiunta: «…i comunisti italiani e spagnoli dichiarano solennemente che, nella loro concezione di un’avanzata democratica al socialismo, nella pace e nella libertà, si esprime non un atteggiamento tattico, ma un convincimento strategico, il quale nasce dalla riflessione sull’insieme delle esperienze del movimento operaio e sulle condizioni storiche specifiche dei rispettivi Paesi, nella situazione europeo-occidentale… La prospettiva di una società socialista nasce oggi dalla realtà delle cose e ha come premessa la convinzione che il socialismo si può affermare, nei nostri Paesi, solo attraverso lo sviluppo e l’attuazione piena della democrazia. Ciò ha come base l’affermazione del valore delle libertà personali e collettive e della loro garanzia, dei principi della laicità dello stato, della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti in una libera dialettica, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose, della libertà di espressione, della cultura, dell’arte e delle scienze».

Solo nel novembre successivo anche il Partito comunista francese entrerà a far parte della squadra, quando il segretario, Georges Marchais, orienterà il partito, ancora ortodosso e filosovietico, verso le posizioni del Pci e del Pce.

Così nasce la corrente politica definita “eurocomunismo”. Un termine coniato da un giornalista jugoslavo, Frane Barbieri, in un articolo pubblicato su «Il Giornale Nuovo» di Indro Montanelli, notoriamente conservatore. L’articolo è del 26 giugno 1975, ovvero pochi giorni prima del summit di Livorno.

È intitolato “Le scadenze di Brezhnev” e analizza la proposta di Carrillo di allontanarsi dalle posizioni di Mosca per avvicinarsi ai sistemi democratici della Comunità Europea. Un’ibridazione che germoglia nel terreno della revisione ideologica sviluppata su tre diversi piani: internazionale, nazionale e interna al partito.

Sul piano internazionale non si riconosce più all’Unione Sovietica la leadership del comunismo, nè il Pcus, né la repubblica dei soviet possono essere considerati un modello da seguire per i gravi limiti nella democrazia, per il trattamento dei dissidenti, per le inquietanti mancanze nell’ambito dei diritti umani e per l’apparato burocratico sclerotizzato, incapace di cogliere i processi di trasformazione sociale concretizzatesi nei Paesi capitalisti occidentali. Il PCI, in particolare, concepisce l’Eurocomunismo anche come tentativo di superamento dell’antica lotta di classe, auspicando un internazionalismo che saldi il proletariato ad una più vasta coalizione di forze democratiche, anche non appartenenti alla famiglia comunista. In breve uno smarcamento dal socialismo reale per avviare una lenta, e mai realmente compiuta fino alla caduta del muro di Berlino, transizione alla socialdemocrazia.

Sul piano nazionale i tre partiti elaborano analisi convergenti sugli effetti dello shock petrolifero (1973). Per la prima volta, nei documenti programmatici dell’Eurocomunismo, appare la definizione di “crisi globale” che condiziona tutti gli aspetti della società, comprese la politica e la morale. Una crisi strutturale dalla quale è possibile uscire imboccando la via del socialismo che non è quello delle socialdemocrazie mitteleuropee ma nemmeno quello sovietico.

Libertà e democrazia non sono più vuote formule borghesi ma valori universali “indissolubili dal socialismo”. Anzi, la democrazia non è, come asserisce l’Urss, la forma di governo dei paesi capitalisti ma un sistema universale, privo di connotazioni di classe, in cui ogni minoranza può diventare maggioranza e viceversa, grazie al voto sovrano dei cittadini. Si rinuncia, quindi, definitivamente alla rivoluzione come strumento di presa del potere e si sposa la regola dell’alternanza democratica.

Sul piano interno al partito, infine, rimane inviolabile la legge del centralismo democratico, di tradizione leninista, nonostante le sollecitazioni provenienti, soprattutto in Italia, delle inattese coorti di elettorato borghese che, in cambio del voto, chiedono un’azione più incisiva nel campo delle riforme strutturali e dei diritti civili. Insomma si procede su una strada impervia cercando di tenere in equilibrio da un lato l’apertura ideologica e dall’altro la conservazione del modello organizzativo, per evitare di esporre il partito ai condizionamenti del trasformismo.

L’Eurocomunismo ha il suo massimo splendore nel biennio 1975/1977. Berliguer, più degli altri segretari, sviluppa un’analisi fortemente condizionata dalla crisi economica e democratica che sta vivendo l’Italia. Dal suo punto di vista, all’origine di tutto vi sarebbero dei gravi errori di struttura: innanzitutto l’abbandono della difesa del suolo e di migliaia di ettari di terra, con il risultato di dover importare prodotti agricoli per migliaia di miliardi; in secondo luogo, l’aver fatto dell’industria automobilistica l’elemento trainante dello sviluppo nazionale e della spesa pubblica per infrastrutture, a discapito dei i trasporti pubblici.

Infine, una politica energetica: «… che ha visto da una parte il pullulare di raffinerie ben oltre il fabbisogno del Paese, per di più nelle mani di privati, e dall’altra parte un insufficiente numero di centrali elettriche e di elettrodotti che colpisce in modo particolare lo sviluppo economico del Mezzogiorno».

La strada maestra da percorrere, secondo il segretario dei comunisti, è l’attuazione di una politica di moralizzazione civile «per liquidare le pratiche della corruzione e delle clientele e per far funzionare correttamente le pubbliche amministrazioni». La questione morale, ancor prima della seconda svolta di Salerno (novembre 1980), è alla base della degenerazione pubblica perché «Non l’effettivo bisogno o il merito sono i requisiti per stabilire i destinatari dell’intervento dello Stato, ma l’arbitrarietà, la casualità, lo sperpero, il clientelismo e l’influenza esercitata dai gruppi economici dominanti».

Tuttavia, proprio quando L’Eurocomunismo sembra essere pronto per fare il salto di qualità, ovvero con la convocazione del vertice di Madrid del marzo 1977, arriva la reprimenda dell’Unione Sovietica, che continua ad essere la principale fonte di sostentamento dei partiti comunisti occidentali, e il ribadimento del Dipartimento di Stato americano all’esclusione dei comunisti dai governi dei Paesi Nato (gennaio 1978). Si chiude, così, senza clamori e nel silenzio del dimenticatoio la stagione dell’Eurocomunismo.

È probabile che le idee messe in campo dai tre partiti, l’influenza che esercitano e i consensi che riscontrano, siano state in grado di preoccupare le due superpotenze. Il timore, in un modo diviso in due blocchi, della nascita di un terzo polo autonomo dai condizionamenti di Usa e Urss, proprio nel continente che segna il confine tra le due aree d’influenza, ha determinato una convergenza dei giganti, seppure per ragioni diverse, nell’obiettivo di abiurare una strategia politica, debole sul piano ideologico ma molto efficace nella prospettiva di una differenziazione sociale dell’identità europea.

Sebbene l’Eurocomunismo sia stato estirpato mentre è ancora un virgulto, il suo mito mediatico (la stampa internazionale diede molto risalto all’operazione di revisione ideologica), è continuato a proliferare acquistando la consistenza del fantasma politico. La sua aura si aggira ancora in Europa alimentando, in alcuni soggetti politici della sinistra continentale, una originale dimensione utopica che induce a reclamare lo sviluppo di un’identità sociale comunitaria slegata dalla Globalizzazione; ovvero dal nuovo ordine planetario che ha sostituito la divisione in blocchi.

Alexīs Tsipras e i suoi seguaci nei diversi paesi dell’Unione sono l’incarnazione di quello spirito, cioè di un’Europa che fonda la sue radici sulla capacità di analizzare e di dare una risposta politica alla crisi finanziaria. In questo caso non ci sono Usa e Urss a sbarrare il passo ma i poteri finanziari della Bce e del Fmi che sono le sentinelle dell’attuale assetto mondiale.

Con questo non voglio dire che il referendum sia stato giusto (questo lo vedremo nei fatti tra qualche tempo), né che Tsipras sia il leader di un’innovativa sinistra europea (come tentarono di esserlo Berlinguer, Carillo e Marchais), voglio solo ricordare che, in alcuni casi, anche la sconfitta può trasformarsi in mito totemico (come è accaduto per esempio al Partito d’Azione in Italia nel secondo dopoguerra) a cui votarsi nei momenti di depressione, soprattutto se è questa è il sintomo di una crisi di passaggio.

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