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Quanto costerà il piano di riarmo europeo e chi lo pagherà davvero

Il vertice della Nato ha ufficialmente portato tutti i Paesi membri all’impegno di spendere fino al 5% del proprio Pil per il riarmo, nei prossimi dieci anni. Per l’Italia significa investire almeno 6-7 miliardi di euro in più ogni anno, da qui al 2035. E ci rimetteranno soprattutto i piani contro la crisi climatica e i servizi sociali.
A cura di Luca Pons
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Alla fine, dopo settimane di anticipazioni, lavori dietro le quinte e pressioni da parte degli Stati Uniti, i Paesi membri della Nato hanno concordato di arrivare a spendere il 5% del proprio Pil in difesa entro il 2035. L'accordo riguarda anche l'Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni l'ha appoggiato, ma non è ancora chiaro da dove verranno i soldi. La stima per l'Italia è che serviranno circa 6-7 miliardi di euro in più ogni anno, per i prossimi dieci anni. E, senza possibilità di indebitarsi, questi dovranno venire da tagli ai servizi o da aumenti di tasse. Con il rischio che in tutta Europa, secondo alcuni esperti, a rimetterci potrebbero essere le misure di welfare e quelle contro la crisi climatica.

I numeri dell'Italia, quanto dovremo spendere nei prossimi anni

Innanzitutto i numeri: l'accordo prevede di arrivare a spendere il 3,5% del Pil in difesa ‘pura', la spesa militare intesa in senso più stretto: carri armati, jet, missili, soldati. L'altro 1,5% invece andrà dedicato alle "spese per la sicurezza nazionale in senso lato", che possono includere "cybersicurezza, infrastrutture critiche, centrali elettriche e reti di telecomunicazione terrestri e satellitari, infrastrutture per la mobilità miliare". Molti in Italia sospettano che anche gli enormi costi per il Ponte sullo Stretto di Messina saranno inseriti nel conteggio dal governo Meloni, che però non ha ancora fatto chiarezza sul punto.

Fatto sta che per arrivare dagli attuali 35,3 miliardi di euro dedicati alla spesa militare dall'Italia ai 100 miliardi necessari, secondo i calcoli dell'osservatorio Milex bisognerà aggiungere ogni anno 6-7 miliardi di euro per i prossimi dieci anni. Va detto che il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro della Difesa Guido Crosetto hanno specificato che nel conto delle spese militari saranno inseriti anche elementi che fino a oggi non erano considerati: ad esempio i soldi per le pensioni dei militari, ma non solo. Quindi si può immaginare che il governo non partirà da 35 miliardi, ma da una somma più alta. Resta comunque probabile che per arrivare al traguardo dei 100 miliardi serviranno decine di miliardi di euro in più. Per fare un paragone, le spese dedicate alla scuola pubblica lo scorso anno sono state circa di 79 miliardi.

Per arrivare al livello di spesa necessario ciascuno Stato della Nato potrà scegliere le modalità che preferisce. Ma l'Italia, con il debito pubblico che si ritrova, difficilmente potrà adottare soluzioni fantasiose: sarà necessario tagliare la spesa pubblica (quindi i servizi) oppure aumentare le entrate dalle tasse. E ogni anno i Paesi dell'Alleanza dovranno presentare un piano con i progressi fatti, per dimostrare che stanno procedendo – una misura per cercare di evitare quello successo con l'obiettivo del 2% del Pil, fissato nel 2014, e che poi nel 2024 ben dieci Stati non avevano raggiunto. Tra questi c'è anche l'Italia.

Chi ci perde: le spese per i servizi sociali e contro la crisi climatica

Inutile dire che gli Stati Uniti non avranno bisogno di fare ulteriori sforzi rispetto alla loro enorme mole di spesa militare attuale. Nel bilancio della Nato dello scorso anno, su circa 1.400 miliardi di dollari complessivi, oltre 950 arrivavano dagli Usa. L'impegno ricadrà quindi soprattutto sui Paesi europei. Negli scorsi mesi la Commissione europea ha lanciato un piano per il riarmo che concede a ciascuno Stato da una parte la possibilità di non rispettare i paletti sui bilanci pubblici per quanto riguarda la spesa militare, dall'altra di prendere in prestito dei soldi dall'Ue per raggiungere l'obiettivo. L'Italia ha già scartato la prima ipotesi – sarebbe troppo difficile mantenere i conti in ordine – mentre sta ancora valutando la seconda.

Ma da dove verranno, in sostanza, tutti questi soldi presi dai bilanci degli Stati europei? La stima è che, complessivamente, i membri dell'Ue che fanno parte della Nato avranno bisogno di circa 360 miliardi di euro in più da dedicare al riarmo, per arrivare al 3,5% del Pil. Per arrivare al 5%, invece, si parla di oltre 600 miliardi di euro. Per dire: i soldi che servirebbero per raggiungere gli investimenti prefissati per la lotta contro il cambiamento climatico e le misure di sostegno sociale sarebbero tra i 400 e i 500 miliardi circa.

Un analista della New Economics Foundation, Sebastian Mang, ha spiegato al Guardian: "Se si possono mobilitare somme straordinarie per gli eserciti, con un ritorno economico molto più basso e benefici sociali molto più bassi, il rifiuto di finanziare una transizione giusta e servizi pubblici più forti è politico, non economico". Il rischio è di "aumentare le disuguaglianze e erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche". Chris Hayes, economista del think tank Common wealth, ha aggiunto: "Dare la priorità all'energia pulita fornirebbe anche la sicurezza energetica la cui assenza è stata messa in luce dolorosamente nel 2022", con l'invasione russa dell'Ucraina e la necessità di trovare altri fornitori di gas.

Il caso della Spagna: chi ha ‘vinto' tra Sanchez, Rutte e Trump

Il vertice della Nato ha anche visto una disputa politica tra la Spagna, da una parte, e i vertici dell'Alleanza (il segretario Mark Rutte) e gli Stati Uniti dall'altra. Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez aveva detto a Rutte che avrebbe rifiutato di aumentare la spesa militare del proprio Paese. Poi però il governo spagnolo ha sottoscritto lo stesso accordo degli altri Paesi membri.

Il punto è che, per quanto riguarda il target di spesa, è prevista una "verifica" degli obiettivi di ciascun Paese nel 2029. Qui le percentuali potrebbero essere alzate o abbassate, a seconda della situazione internazionale e delle necessità di ciascuno Stato. La Spagna si è già impegnata ad arrivare al 2,1% del Pil nei prossimi anni, e Sanchez è convinto che questa percentuale basterà per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Dunque, la sua idea sarebbe di non andare oltre questa soglia e aspettare il 2029, quando ci sarà una verifica. Anche Mark Rutte ha dichiarato: "Siamo d'accordo sul fatto di non essere d'accordo: crede di potere raggiungere l'obiettivo con il 2,1%, la Nato dice che deve essere del 3,5% come tutti gli altri. Tutti gli alleati riferiranno su come stanno raggiungendo gli obiettivi. Lo vedremo nel 2029". Non è mancata una ritorsione di Donald Trump, che ha minacciato di "far pagare il doppio" alla Spagna con i dazi. "Stanno andando un po' per conto loro, ma alla fine dovranno pagare. È ingiusto", ha detto. "La loro economia sta andando molto bene, ma potrebbe implodere se dovesse accadere qualcosa di brutto".

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