Quando la scuola chiude, chi resta indietro? La petizione di WeWorld per cambiare il calendario scolastico
Settembre, per molte famiglie, è il mese delle ripartenze. Si torna al lavoro, si riaprono gli uffici, ricominciano le attività sportive. E poi c’è la scuola. O meglio, ci sarebbe.
Da qui parte la campagna “Ristudiamo il calendario”, promossa da WeWorld insieme a Mammadimerda, che ha superato le 79mila firme e che chiede di ripensare la distribuzione dei tempi scolastici nell’arco dell’anno, mantenendo i giorni di lezione ma introducendo una maggiore continuità educativa e una diversa organizzazione delle pause, anche nei mesi estivi.
Per capire cosa ci sia dietro questa proposta abbiamo intervistato Elena Muscarella, program officer educazione e inclusione di WeWorld, che lavora proprio sul tema delle periferie e delle disuguaglianze educative.
E, parlando con lei, diventa presto evidente che il calendario scolastico è soltanto il punto di partenza. “Questa campagna, che abbiamo chiamato ‘Ristudiamo il calendario scolastico’, in realtà è stata lanciata due anni fa. È diventata abbastanza virale e ha attirato l'attenzione dell'intera comunità educante”. Per Muscarella, il tema mette in luce “fragilità strutturali del sistema educativo italiano”.
Una scuola pensata per una società che non esiste più
Il primo punto riguarda proprio il modo in cui è stato costruito il calendario. “Non possiamo negare che il calendario scolastico italiano è strutturato e pensato su un modello di società che è stato quello della società italiana rurale”.
Una società che nel frattempo è cambiata profondamente: sono cambiati il lavoro, le città, le famiglie, i ritmi quotidiani e soprattutto il ruolo delle donne nel mercato del lavoro. “Il modello della scuola che ancora oggi è in campo risponde a un modello di società che non esiste più”, afferma Muscarella.
La chiusura estiva, infatti, ha un effetto molto concreto sull’organizzazione familiare. E, in un Paese nel quale il lavoro di cura continua a ricadere soprattutto sulle donne, il carico non si distribuisce in maniera neutra. “Cosa significa che le scuole sono chiuse? Che sostanzialmente, in un sistema di welfare basato sulle famiglie e sul lavoro non retribuito delle donne, il carico ricade sulla madre, sulla donna. Su chi fa il lavoro di cura dentro una famiglia”.
Per questo, secondo WeWorld, limitarsi a spostare qualche settimana sul calendario avrebbe poco senso. “La proposta di riformulazione del calendario scolastico va inserita in uno sguardo più ampio proprio di richiesta di ripensamento di quello che è il sistema educativo in questo Paese. Il calendario scolastico semplicemente mette in luce quelle che sono le diseguaglianze più forti e palesi. È come se fosse la punta dell'iceberg”.
Tre mesi senza scuola non sono uguali per tutti
Il punto più concreto, però, arriva quando si parla di estate. Perché tre mesi senza scuola possono voler dire cose molto diverse a seconda della famiglia e del luogo in cui si vive. “Un periodo così lungo di fermo delle attività didattiche e, diciamo, in generale dei servizi educativi fa sì che siano proprio quelle fasce di popolazione più fragili, che non possono permettersi altro, a lasciare sostanzialmente i bambini senza opportunità”.
Ed è qui che entra in gioco il sistema di welfare italiano, secondo Muscarella. “Il modello di welfare di questo Paese è ancora un modello di tipo familistico. Dove non ci sono i servizi educativi, intervengono i nonni”. Ma non tutte le famiglie hanno nonni disponibili, una rete di aiuto o la possibilità economica di acquistare servizi. “Chi se lo può permettere va in vacanza, manda i figli ai centri estivi. Chi non se lo può permettere accederà a delle proposte che, dal punto di vista qualitativo dell'educazione, magari sono di un livello più basso o a servizi educativi di prossimità, magari basati sul lavoro volontario”.
Il problema, chiarisce Muscarella, non è demonizzare queste realtà. “Per noi anche i format degli oratori vanno bene. È più una questione proprio politica del fatto che non è corretto, in termini di sistema di welfare, pensare che nel 2026 non ci sia un sistema strutturato di servizi educativi pensati durante tutta la durata dell'anno”.
Il “rubinetto” che per qualcuno si chiude prima
Per raccontare questa dinamica WeWorld usa una metafora molto semplice. “La scuola è come un rubinetto. Finché il rubinetto è aperto, chi va a scuola, quindi chi ha accesso agli spazi educativi, ha accesso alle opportunità”.
Poi arriva l’estate. “Una volta che il rubinetto è chiuso, l’acqua non esce più. Per noi la scuola chiusa è esattamente come quel rubinetto chiuso: non ho proprio accesso alle opportunità”. E, soprattutto, i rubinetti non sono tutti uguali. “Ci sono dei rubinetti che sono dei luoghi che sono sempre aperti, in cui l’acqua c’è sempre, e ci sono dei territori, dei contesti in cui quei rubinetti hanno già dei buchi”.
È qui che la dimensione territoriale diventa centrale. Una famiglia che vive in una grande città può avere accesso a una quantità di servizi molto diversa rispetto a chi vive in un quartiere periferico o in un comune più piccolo. Non è un caso, racconta Muscarella, che anche il lavoro di WeWorld su dispersione scolastica e povertà educativa parta dalla stessa consapevolezza: le opportunità non sono distribuite allo stesso modo.
Scuole aperte anche d’estate: l’idea esiste già
Un’obiezione arriva però quasi automaticamente: va bene ripensare il calendario, ma cosa facciamo con le scuole nei mesi più caldi?
La stessa campagna non immagina gli insegnanti impegnati per tutta l’estate. “Gli insegnanti hanno il diritto a farsi le vacanze estive”. L’idea è invece quella di una scuola che possa diventare anche uno spazio del territorio, attraverso il coinvolgimento di associazioni, enti locali e altre realtà. “Dobbiamo pensare che i servizi devono essere di qualità per tutte e tutti”.
Questo non è un modello completamente teorico. Esistono già esperienze di scuole aperte in diverse città italiane. A Milano, il Comune sostiene progetti che prevedono l’utilizzo degli spazi scolastici oltre il normale orario delle lezioni, con attività rivolte a studenti e territorio. A Bologna, il progetto “Scuole aperte tutto l’anno” coinvolge gli istituti comprensivi cittadini anche durante l’estate con laboratori, sport, attività culturali e uscite sul territorio.
Ma le scuole italiane sono pronte al caldo?
È qui che la proposta incontra il tema del momento: le temperature. Se da una parte c’è chi chiede di posticipare il rientro perché molte scuole non sono attrezzate, dall’altra WeWorld propone di immaginare attività anche a giugno e luglio. Ma prima, dice Muscarella, bisogna intervenire sugli edifici. “In Italia non si stanno costruendo scuole. Gli ultimi decenni in cui sono state costruite sono stati gli anni Settanta e Ottanta: sono più di 30 anni che in questo Paese scuole non ne vengono costruite”.
Il PNRR ha finanziato alcuni interventi, ma secondo WeWorld non abbastanza da rispondere in modo strutturale alle esigenze del territorio. “C’è proprio un problema anche di agibilità degli spazi scolastici”.
E con il caldo il tema diventa ancora più urgente: “Quando parliamo di riqualificazione degli spazi va fatto un pensiero rispetto alla climatizzazione delle strutture”, anche perché “la crisi climatica colpisce maggiormente le fasce di popolazione e i territori che sono maggiormente vulnerabili”.
Da problema individuale a problema collettivo
Alla fine, la questione torna al punto di partenza. Per WeWorld è proprio questo il problema. “Un problema collettivo viene percepito come un problema individuale, in cui la risposta viene data individualmente”. E allora il calendario diventa molto più che una questione di date. Diventa una domanda su come vogliamo organizzare la scuola, il welfare e il lavoro in una società che non è più quella di cinquant’anni fa. “Di fronte a problemi che sono sociali o collettivi, allora la risposta deve essere per forza politica”.
Forse è questo, alla fine, il punto della campagna “Ristudiamo il calendario”: non decidere semplicemente quando iniziano o finiscono le lezioni, ma chiedersi che cosa succede alle famiglie nel momento in cui la scuola chiude.
Perché tre mesi di estate possono essere una vacanza. Oppure possono essere tre mesi senza servizi, senza rete e senza opportunità.