A settembre si torna al lavoro, ma le scuole sono ancora chiuse: chi si occupa dei figli?

Immagine creata con l'intelligenza artificiale
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Il calendario lavorativo degli adulti non segue quello scolastico. E quando un servizio pubblico chiude per settimane, il bisogno di cura dei bambini non scompare: cambia soltanto il soggetto che deve farsene carico.

A settembre si riprende a lavorare a pieno regime, quando le scuole sono ancora chiuse. E spesso tocca alle madri barcamenarsi tra incastri impossibili. Se vuoi raccontarci la tua storia scrivici a: segnalazioni@fanpage.it

Ci sono settimane dell’anno in cui la fragilità del sistema italiano di conciliazione tra lavoro e famiglia diventa improvvisamente visibile. Non servono grandi teorie: basta guardare un calendario.

Il 1° settembre l’Italia torna al lavoro. Le città ricominciano a correre, gli uffici sono di nuovo pieni, le ferie sono finite, ma in molte regioni i cancelli delle scuole restano ancora chiusi per giorni o settimane. In mezzo c’è uno spazio apparentemente vuoto che, nella vita reale delle famiglie, deve essere riempito con qualcosa: ferie, nonni, babysitter, centri estivi, permessi, lavoro da casa quando possibile, incastri tra genitori, favori chiesti agli amici.

I calendari scolastici europei rendono evidente l’anomalia. Secondo la rete Eurydice della Commissione europea, nei Paesi europei le vacanze estive durano tra le 6 e le 14 settimane, con una media di circa dieci. L’Italia è fra i sistemi nei quali le interruzioni durante l’anno sono meno distribuite e la pausa estiva è particolarmente lunga: mentre Francia, Belgio francofono e Svizzera spezzano maggiormente l’anno con diverse pause, Italia, Montenegro e Macedonia del Nord concentrano una parte rilevante delle vacanze in un unico lungo periodo.

Il problema non è, naturalmente, che i bambini abbiano vacanze. È ciò che accade intorno a quelle vacanze.

C’è quindi una domanda molto semplice che torna ogni estate e diventa particolarmente evidente nei primi giorni di settembre: quando la scuola pubblica chiude ma il lavoro no, chi si occupa dei bambini?

La risposta che ci siamo abituati a dare è: le famiglie.

Si torna a lavoro, ma le scuole sono chiuse

Ma le famiglie non sono un soggetto astratto. E soprattutto il lavoro di cura, dentro le famiglie italiane, non è distribuito allo stesso modo.

Perché il calendario lavorativo degli adulti non segue quello scolastico. E quando un servizio pubblico chiude per settimane, il bisogno di cura dei bambini non scompare: cambia soltanto il soggetto che deve farsene carico.

In Italia il lavoro di cura continua a essere profondamente sbilanciato tra uomini e donne. Una recente indagine dell’Organizzazione internazionale del lavoro rileva che oltre il 70% del lavoro di cura non retribuito in Italia viene svolto dalle donne. L’ILO stima inoltre che attribuire un valore monetario a questo lavoro invisibile equivarrebbe a circa il 26% del Pil italiano.

Anche il mercato del lavoro lo dimostra. Nel 2024 l’Italia aveva il più ampio divario occupazionale di genere dell’Unione europea: 19,4 punti percentuali, quasi il doppio della media europea di 10 punti. Il tasso di occupazione femminile italiano tra i 20 e i 64 anni era appena del 57,4%, contro il 70,8% medio dell’Unione.

La presenza dei figli amplifica ulteriormente le differenze. I dati Eurostat mostrano che in Europa, soprattutto tra le donne con livelli di istruzione più bassi e medi, all’aumentare del numero dei figli diminuisce il tasso di occupazione femminile e cresce la distanza dagli uomini. Tra gli adulti con istruzione media e almeno tre figli, per esempio, nel 2024 lavorava il 58,9% delle donne contro il 91,9% degli uomini.

Non è difficile comprenderne il meccanismo.

La cura che pesa sulle donne

Se qualcuno deve ridurre l’orario, chiedere un part-time, rinunciare a una trasferta, assentarsi quando un figlio è malato o coprire settimane nelle quali i bambini non possono restare soli mentre gli adulti lavorano, quella decisione si inserisce in una distribuzione della cura che era già diseguale.
L’estate, allora, non crea una disuguaglianza: la rende impossibile da nascondere.

Così agosto può durare anche mille infiniti giorni, in cui si alternano stanchezza, povertà economica e povertà relazionale.

C’è infatti un’altra risorsa che la cura consuma e che compare molto meno nei bilanci familiari: il tempo. È il tempo che manca per dormire, fare sport, incontrare amici, avere una relazione sentimentale, ammalarsi, andare dal medico, stare da soli. E soprattutto è il tempo nel quale una madre potrebbe continuare a essere qualcosa oltre alla funzione che svolge.

Per questo la solitudine delle madri non coincide necessariamente con l’assenza di persone intorno. Si può essere circondate dai propri figli tutto il giorno ed essere terribilmente sole.

La solitudine è anche non avere nessuno a cui passare il testimone. Non poter dire “tienili mezz’ora”. Non poter crollare perché non esiste un turno successivo. Ed è una condizione che può progressivamente erodere anche le altre relazioni. Le amicizie diventano più difficili da coltivare. Una telefonata viene interrotta. Una cena deve essere programmata con settimane di anticipo. Anche chiedere aiuto, quando lo si è già chiesto molte volte, può diventare faticoso.

Questa condizione diventa ancora più evidente all’interno delle famiglie monogenitoriali.

L'isolamento delle madri

Nel biennio 2024-2025 le madri sole con figli rappresentavano l’8,6% di tutte le famiglie italiane, contro appena il 2,2% costituito da padri soli con figli. È necessaria una distinzione: “madre sola” non significa necessariamente “madre separata”. La categoria comprende situazioni differenti, dalla separazione e dal divorzio alla vedovanza e alle maternità che non avvengono all’interno di una convivenza. Ma il dato economico racconta quanto la presenza di un solo adulto di riferimento possa rendere fragile l’equilibrio familiare.

Nel 2024 il 32,1% delle persone appartenenti a famiglie monogenitoriali era a rischio di povertà o esclusione sociale. E la povertà assoluta riguardava l’11,8% delle famiglie monogenitore.

Il dato diventa ancora più netto se guardiamo ai bambini: nel 2024 il 48,4% dei minori che vivevano in un nucleo composto dalla sola madre era a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 30,9% di quelli che vivevano con il solo padre.

Nelle famiglie monogenitoriali con almeno due figli la percentuale saliva al 53,3%. Quasi un bambino su due quando il genitore presente è la madre. Più di uno su due quando i figli sono almeno due. È qui che la retorica dell’“organizzarsi” mostra tutti i suoi limiti.

Perché un centro estivo costa. Una babysitter costa. Anche poter utilizzare le ferie per coprire le settimane senza scuola presuppone un lavoro che le preveda e una quantità sufficiente di giorni disponibili.

Per una madre sola si può creare un paradosso perfetto: dover lavorare per mantenere i propri figli e dover pagare qualcuno perché possa occuparsene mentre lei lavora.

È un tema di salute pubblica

Nel 2025 l’Organizzazione mondiale della sanità ha dedicato alla connessione sociale un rapporto globale, invitando i governi a considerare solitudine e isolamento una questione di salute pubblica. Secondo la Commissione OMS sulla connessione sociale, una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine. Il dato non riguarda specificamente le madri e sarebbe scorretto utilizzarlo come se lo facesse.

Ci dice però qualcosa di importante: la rete sociale non è un lusso emotivo, è una componente della salute.

E allora forse dovremmo smettere di parlare della rete di sostegno delle madri come se fosse una fortuna individuale: “ha i nonni”, “ha delle amiche meravigliose”, “il vicino le dà una mano”.

Perché una società che funziona non può affidare interamente il diritto di una persona a lavorare, riposare o non isolarsi alla disponibilità casuale di una nonna in salute.

Sostenere concretamente le madri significa innanzitutto smettere di pensare alla cura come a una faccenda da organizzare privatamente. Significa servizi educativi estivi pubblici o realmente accessibili, una copertura dei nidi più uniforme, tempo pieno scolastico, congedi utilizzabili da entrambi i genitori, flessibilità lavorativa che non penalizzi le carriere, sostegno economico alle famiglie monogenitoriali. Ma significa anche qualcosa di più difficile da tradurre in una legge: ricostruire una cultura della prossimità. Una comunità nella quale occuparsi dei bambini non coincida esclusivamente con essere i loro genitori.

Non si tratta di sostituire lo Stato con la solidarietà privata. È vero il contrario: servono entrambe le cose. Servizi pubblici sufficienti perché nessuna donna debba dipendere dalla buona volontà degli altri per poter lavorare; relazioni sociali abbastanza solide perché la maternità non diventi isolamento.

Quel buco estivo sul calendario allora ci dice qualcosa di noi.

Forse è per questo che i primi giorni di settembre sono così interessanti. Sembrano un dettaglio organizzativo: le ferie sono terminate ma la scuola non è ancora iniziata.

Bisogni collettivi e risposte individuali

In realtà raccontano perfettamente un modello. C’è un bisogno collettivo (qualcuno deve occuparsi dei bambini) al quale viene data una risposta prevalentemente individuale: ogni famiglia deve arrangiarsi.

E dentro molte famiglie, ogni madre deve arrangiarsi un po’ più degli altri.

L’estate finisce. I cancelli delle scuole prima o poi riaprono. I bambini tornano in classe e quel problema diventa meno visibile. Ma non scompare.

Perché la domanda che resta non riguarda soltanto chi tiene i bambini quando la scuola è chiusa. Riguarda che cosa pensiamo sia la cura. Se sia ancora una faccenda privata da spostare silenziosamente sulle spalle di qualcuno oppure un lavoro necessario al funzionamento dell’intera società. E soprattutto riguarda una scelta molto semplice: se vogliamo continuare a chiedere alle madri di costruirsi da sole la propria rete di salvataggio, o se vogliamo finalmente diventare quella rete.

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