Il rilancio dell'Italia dopo l'emergenza Coronavirus deve partire dalle donne. Così come dai giovani e dal Mezzogiorno. Deve iniziare, in altre parole, riempiendo tutti quei divari che continuano a pesare sul nostro Paese. Almeno, questo è quanto è aveva affermato Mario Draghi presentando il Piano nazionale di ripresa e resilienza: "Sbaglieremmo tutti a pensare che il Piano nazionale pur nella sua storica importanza sia solo un insieme di progetti ambiziosi. Vi proporrei di leggerlo anche mettendoci dentro la vita degli italiani, soprattutto quella dei giovani, delle donne, dei cittadini che verranno", aveva detto. E in effetti, la centralità delle donne nella ricostruzione della normalità post-Covid è stata più volte messa nero su bianco tra le pagine del Pnrr. In più passaggi del documento si sottolinea come colmare i divari di genere, sotto diversi punti di vista, sia fondamentale alla ripresa. Ma il Piano manca di visione e tante belle intenzioni rischiano così di rimanere dei puri e semplici slogan. Il divario di genere non verrà colmato semplicemente stanziando dei fondi (e neppure troppi) e illustrando in un pezzo di carta delle misure che, per la maggior parte, sono ancora figlie di un'ottica emergenziale. Le disparità saranno superate solo se si mina alla loro natura strutturale. E per farlo è necessario essere radicali.

Il peso della pandemia sulle donne

Le donne sono state duramente colpite dalla pandemia di coronavirus. Sono state per la maggior parte le donne a perdere il posto di lavoro, a dover gestire una mole di impegni più onerosa a casa con i figli alle prese con la didattica a distanza, a trovarsi troppo spesso rinchiuse con i propri aguzzini durante il lockdown. Secondi i dati Istat, a dicembre c’erano 101 mila occupati in meno: 99 mila di questi erano donne, spesso le prime a essere sacrificate nel contesto lavorativo o perché hanno contratti meno stabili o part-time o perché occupano posizioni di minor responsabilità rispetto ai colleghi maschi. Con l’inizio del nuovo anno non è che le cose stiano andando meglio. Se a marzo si  sono contati 34 mila posti di lavoro in più, tra le donne il tasso di disoccupazione è in realtà cresciuto di 0,2 punti percentuali. E in un Paese dove i livelli di occupazione femminile sono tra i più bassi dell’Unione europea, dati di questo tipo pesano ancor di più.

Fonte: Istat
in foto: Fonte: Istat

In questi mesi di pandemia spesso le donne si sono anche ritrovate costrette a lasciare il proprio lavoro per potersi prendere cura dei figli che, con le scuole chiuse, sono rimasti a seguire le lezioni da casa. E la cura dei figli e della famiglia, in Italia, è un compito che viene ancora associato automaticamente alle donne. Secondo i calcoli OCSE (2018) le donne italiane svolgono in media cinque ore al giorno di lavoro domestico non pagato, un dato che ci pone distantissimi dagli altri big dell’Ue, come Germania o Francia. E un carico che spesso le allontana dal mondo del lavoro.

Insomma, le donne rischiano di essere sempre più escluse dal mondo del lavoro, finendo relegate in casa. Un luogo che però per molte è anche teatro di violenza. Durante la pandemia e i mesi di lockdown la violenza sulle donne è aumentata. Secondo il Parlamento europeo in tutta l'Ue ogni settimana circa 50 donne vengono uccise tra le mura di casa, vittime di violenza domestica. E con le restrizioni rimane difficile chiedere aiuto.

Cosa c'è per le donne nel Pnrr?

In Italia esistono diseguaglianze di genere sotto vari aspetti, tutte con radici profonde nella nostra cultura e società. Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza queste vengono riconosciute e, di conseguenza, vengono proposti diversi ambiti di intervento. Sono il lavoro, il reddito, le competenze, il tempo e il potere. Chiaramente questi sono interconnessi e si riconosce che le disparità che pesano sulle donne in ambito lavorativo hanno origine nel contesto formativo e familiare. Ma al di là di questa presa di coscienza, il Pnrr rischia di non essere abbastanza incisivo e di sprecare una grande opportunità.

Fonte: http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/file/Finale_PNRR.pdf
in foto: Fonte: http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg18/file/Finale_PNRR.pdf

Procediamo con ordine. Uno degli obiettivi del Pnrr è quello di favorire una più ampia partecipazione femminile nel mercato del lavoro. Nel capitolo del documento dedicato alle politiche del lavoro si parla di due obiettivi particolari, quello di incoraggiare e sostenere l’imprenditorialità femminile e l’introduzione della certificazione della parità di genere. Alle politiche del lavoro il Piano dedica 6,66 miliardi di euro: alla parità di genere, però, va l’investimento più piccolo che si fa in questo campo. Solo 10 milioni di euro, infatti, vengono stanziati per il sistema di certificazione della parità di genere. Ma la mancanza di sufficienti investimenti non è certo l’unico problema. Leggendo il Pnrr, infatti, non è affatto chiaro come dovrebbe funzionare questo sistema di certificazione. Non si specifica che tipo di incentivi saranno previsti per le imprese che aderiranno all'iniziativa, ad esempio, né se ci saranno sanzioni per quelle che non rispettano certi standard. In poche parole, rischia di essere una misura che rimane sulla carta, ma che non porterà a un vero aumento della partecipazione femminile nel mondo del lavoro.

Tra le politiche del lavoro si parla anche di sostenere l’imprenditorialità femminile, per cui vengono stanziati 400 milioni. Anche se si tratta di una cifra sicuramente più importante di quella dedicata alla certificazione della parità di genere, su un totale di quasi 200 miliardi è una somma decisamente contenuta. Segno che la questione femminile è molto centrale a parole, ma forse non altrettanto quando si parla di provvedimenti concreti.

Rafforzare il welfare è importante (non solo per le donne)

Per aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro è però fondamentale potenziare il welfare, fornendo così pieno supporto all’assistenza domiciliare. Un compito che molto spesso pesa interamente o quasi sulle spalle delle donne. Nel Pnrr è stato inserito un Piano per gli asili nido dal valore di 4,6 miliardi di euro che "mira ad innalzare il tasso di presa in carico dei servizi di educazione e cura per la prima infanzia", in modo che nessuna donna sia più costretta ad abbandonare la carriera alla nascita di un figlio. Anche in questo caso si pongono però due problematiche. La prima riguarda ancora la quantità di fondi stanziati per questo obiettivo. Contando che nel 2018 il tasso di presa in carico degli asili era di appena il 14,1% e che con i fondi stanziati nel Pnrr si punta a creare 228.000 nuovi posti, difficilmente si riuscirà a raggiungere il 60% di copertura indicato dagli standard Ue.

Ma non è l’unica falla del Pnrr su questo tema. Poter conciliare vita familiare e professionale, infatti, non deve essere una necessità solo per le donne. Altrimenti il divario non sarà mai davvero superato. In altre parole, non basta rafforzare le misure di assistenza familiare, se si continua comunque a ritenerlo un ambito che concerne solo le donne e non si interviene nella controparte maschile. Il Piano per gli asili nido è importante, ma altrettanto lo sarebbe aumentare i congedi di paternità, sia per permettere ai neo papà di passare più tempo con i figli appena nati, sia per fare in modo che non siano solo le madri a prendersene cura assentandosi dal lavoro. E non c’entrano le differenze biologiche che certamente ci sono e devono essere prese in considerazione. Se confrontiamo l’Italia con gli altri Paesi europei, infatti, ci renderemo conto di quanto nel nostro la normativa rifletta quella che è più una convinzione culturale, cioè che a prendersi cura dei figli debba essere la madre. Nei Paesi del Nord Europa, ma anche in Portogallo, a madre e padre spetta pressoché lo stesso numero di settimane di congedo parentale. In Finlandia, ad esempio, sono previste 164 giornate lavorative per genitore con la possibilità di regalare fino a 69 giorni all’altro. In Italia il quadro è totalmente diverso, con cinque mesi per la madre e solo dieci giorni per il padre.

I soldi non bastano

Nel Pnrr ci sono poi delle vere e proprie contraddizioni quando si tratta di favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro facilitando il bilanciamento con la vita familiare. Uno dei punti centrali in questo senso nel Piano è infatti lo smart-working. Ma nel decreto Proroghe approvato lo scorso 30 aprile è saltato l’obbligo di ricorrere al 50% al lavoro agile nella Pubblica amministrazione, che il Pnrr indicava come modello da seguire anche per il privato. E comunque, anche se lo smart working può sicuramente incentivare una maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro, permettendo loro di conciliare più facilmente vita professionale e privata, parlarne solo in riferimento alle lavoratrici rischia di discriminarle ancora di più. In questo modo, infatti, non si fa che normalizzare una retorica per cui la cura della casa e dei figli sia un compito della donna.

Insomma, adottare queste misure senza assicurarsi che siano sia gli uomini che le donne ad usufruirne potrebbe essere controproducente. Questo perché si tratta comunque di una misura che, pensata come è stata pensata in questi mesi, è figlia di un’ottica emergenziale, non di una vera e propria riforma strutturale di come pensiamo all’equilibrio tra mondo del lavoro e vita familiare e privata. E anche il Pnrr, nelle misure che propone a favore delle donne, non porta con sé una vera e propria rivoluzione. Si cerca di tamponare una situazione critica che rischia, al netto della pandemia, di aggravarsi ancora di più, ma manca una visione a lungo termine che permetta di superare davvero il divario di genere. E se rischia di sprecare una delle più grandi occasioni che il nostro Paese abbia avuto negli ultimi cinquant’anni. Forse, se a scrivere questo Piano ci fossero state più donne, questo non sarebbe accaduto.