
Se siete un elettore o un’elettrice del centrosinistra, o se preferite delle opposizioni, o se preferite della “non destra” c’è una sola domanda che non dovete farvi oggi, per non perdere la serenità.
Cosa farebbero oggi, le opposizioni, se vincessero le elezioni?
Spiacenti di avervi rovinato la giornata, quindi. Ma forse di sta faccenda tocca parlarne, perché è abbastanza surreale. Hai una coalizione di opposizioni di fatto ormai abbastanza definitiva che va dal Movimento Cinque Stelle a Italia Viva, passando per il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra, plasmata da decine di competizioni elettorali locali, che contati male vale il 44% circa dei consensi e rappresenta un’alternativa reale alla destra al governo, sopratutto con questa legge elettorale.
Ma a a più o meno un anno dal voto politico, non hai niente di tutto il resto: un programma, un’idea di Paese, una visione del mondo, ancora prima di un candidato premier. E infatti non sai nemmeno che nome dargli, a questa coalizione, se non il pessimo neologismo giornalistico di “Campo Largo”, che tradotto dal politichese significa “alleanza tra partiti con idee molto distanti tra loro”.
Stiamo sull’attualità, giusto per rendere l’idea.
Secondo voi cosa avrebbero fatto Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Matteo Renzi se fossero stati al governo oggi?
Avrebbero condannato l’attacco americano e israeliano in Iran?
Avrebbero concesso l’uso delle basi militari sul suolo italiano agli Stati Uniti per attaccare l’Iran, se Trump glielo avesse chiesto, o avrebbero rotto i trattati con gli Stati Uniti?
Avrebbero mandato navi militari italiane a difesa di Cipro?
Avrebbero ritirato le truppe italiane di stanza in Medio Oriente?
Sarebbero favorevoli ad allentare le sanzioni alla Russia di Putin per evitare una crisi energetica?
Parteciperebbero alle missioni militari per scortare le navi fuori dallo stretto di Hormuz?
La risposta è semplice: non lo sappiamo. E chi oggi ha in animo di votarli, probabilmente è consapevole che li voterebbe a scatola chiusa, spinto da un’unica e sola motivazione: mandare a casa Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Intendiamoci: anche il voto contro ha la sua legittimità e il suo senso d’essere. Ma un Paese non si governa da solo, tantomeno in una fase come questa, dove ogni riferimento e ogni certezza è sparita, ogni vincolo è in discussione.
Che il “campo largo” – chiamiamolo così, per comodità – in questi anni non abbia mai sentito il bisogno di prendersi anche solo un weekend per organizzare un momento di condivisione programmatica, o anche solo per capire quali siano i punti di disaccordo su cui mediare, e come, è sintomo di una debolezza politica gigantesca, che Giorgia Meloni avrà gioco facile a evidenziare, ogni qualvolta potrà, da qui al 2027, molto più di quanto abbia fatto finora.
Giusto per ricordarlo: nelle uniche due volte in cui il centrosinistra ha vinto le elezioni negli ultimi trent'anni, nel 1996 e il 2006, aveva un candidato premier, Romano Prodi e un corposissimo programma elettorale di centinaia di pagine.
Detta in altre parole: come puoi convincere gli elettori che saresti meglio a governare, se non sai nemmeno tu cosa faresti, se fossi al governo?
Fossimo tra i leader del campo largo, e fortunatamente non è il nostro mestiere, forse cominceremmo a farcela, questa domanda.