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10 Giugno 2022
13:05

Nisini (Lega) a Fanpage: “Salario minimo è una misura rischiosa se usata come bandierina elettorale”

La sottosegretaria al Lavoro e senatrice della Lega, Tiziana Nisini, è sicura: “Il salario minimo è arrivato a ridosso delle amministrative come bandierina da campagna elettorale, ma così si specula sulla pelle di milioni di lavoratori”. Intervistata da Fanpage.it spiega: “Bisogna rafforzare la contrattazione collettiva e diminuire il costo del lavoro, se le aziende tirano giù la saracinesca non si parlerà più di salario minimo, ma di ammortizzatori sociali”. E sul reddito di cittadinanza annuncia: “Lavoriamo per riformarlo, la gestione deve passare in mano ai Comuni”.
A cura di Tommaso Coluzzi
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Il salario minimo sembra essere diventato la nuova grande preoccupazione della politica italiana, ma è un'iniziativa concreta o semplice campagna elettorale? Intervistata da Fanpage.it Tiziana Nisini, sottosegretaria al Lavoro del governo Draghi, propende per la seconda. La senatrice della Lega risponde al telefono con la voce leggermente meno squillante del solito, per via dei nove giorni di sciopero della fame con il collega Calderoli per chiedere più attenzione sui referendum sulla giustizia, ma chiarisce in pochi punti il suo parere e quello del suo partito: il salario minimo non deve essere usato come una bandierina elettorale, per aiutare davvero i lavoratori bisogna migliorare la contrattazione collettiva e tagliare il costo per le aziende.

Onorevole, il salario minimo sembra tornato al centro dell’agenda politica, almeno come tema da campagna elettorale. Cosa ne pensa lei e cosa ne pensa la Lega?

Il salario minimo è arrivato alla ribalta a ridosso delle amministrative come bandierina da campagna elettorale ed è sbagliatissimo, perché così si specula sulla pelle di milioni di lavoratori. Siamo in una fase complessa, parlare solamente di salario minimo è riduttivo. Abbiamo salari che non sono più adeguati al costo della vita, per via dell'inflazione e del caro energia. Le famiglie non arrivano più a fine mese. Il salario minimo non è lo strumento giusto, e non lo dice la Lega, lo dice la direttiva europea.

La direttiva sul salario minimo?

Sì, la direttiva europea o non è stata letta o è stata interpretata per motivi elettorali. Non impone alcun salario minimo legale, ma dice che in quei Paesi dove c'è già la contrattazione collettiva questa va rafforzata. In Italia è superiore all'80%. Passare al salario minimo legale vuol dire rischiare una fuga dai contratti collettivi, poiché moltissimi hanno un minimo superiore ai nove euro individuati nel disegno di legge al Senato.

Quindi cosa bisogna fare dal suo punto di vista?

Dobbiamo ridurre il cuneo fiscale per aumentare il salario reale delle famiglie e, anche in virtù delle percentuali di disoccupazione, dobbiamo rafforzare la contrattazione collettiva eliminando quei contratti che fanno dumping e incidere sul lavoro sommerso. Bisogna trovare la quadra per sostenere da una parte le famiglie che non arrivano a fine mese e quei lavoratori che hanno salari troppo bassi, ma vanno anche supportate le aziende per incentivare le assunzioni e diminuire il costo del lavoro. Se le aziende tirano giù la saracinesca non si parlerà più di salario minimo, ma di ammortizzatori sociali e reddito di cittadinanza. Forse fa comodo ad alcune parti politiche, ma non alla Lega. Noi sosteniamo la ripartenza del Paese con misure strutturali e non da campagna elettorale.

I salari, però, sono oggettivamente bassi. Ha fatto riferimento ai contratti pirata, che permettono di sottopagare i lavoratori, cosa si può fare?

Bisogna andare a scovare e colpire i contratti pirata, che non danno tutele ai lavoratori. Basta cercarli, vengono depositati al Cnel. Però ricordiamo anche che il salario minimo ti dà un minimo contrattuale, mentre la contrattazione collettiva ha tutta una serie di benefit nei confronti dei lavoratori che sono stati ottenuti negli anni, dai permessi alla malattia. Mi fa specie che un ex ministro del Lavoro (Nunzia Catalfo, ndr) abbia depositato un disegno di legge in tal senso. Arrivare al salario minimo vorrebbe dire tornare indietro di anni bruciando tutto il lavoro delle parti sociali.

Ha parlato di taglio del cuneo fiscale, che sembra un po' la risposta del centrodestra al salario minimo. Le chiedo: perché l'aumento dei salari non dovrebbero pagarlo le aziende?

Va detto che c'è un problema di salari fermi da anni, ma la pressione fiscale è molto alta. Non si può sempre addossare le colpe alle imprese. Torniamo a due anni fa: c'era il governo Conte bis, chiusure improvvise senza regole o indicazioni, né previsioni di riapertura, e provvedimenti a pioggia. Le aziende si sono riprogrammate, hanno riorganizzato e sanificato gli ambienti di lavoro attivando lo smart working. Tante non ce l'hanno fatta, tante hanno tenuto duro e sono ripartite. Poi è arrivata la guerra in Ucraina, con un picco del costo dell'energia. In questo momento manca il dialogo con le parti sociali: quando le misure vengono fatte devono supportare tutti i protagonisti, datore e lavoratore. Anziché puntare il dito contro le aziende, diamo sostegno a imprese e lavoratori. La meta è la ripartenza, il lavoro, la serenità delle famiglie, la prospettiva di futuro soprattutto per i più giovani.

A proposito di giovani. Ieri il presidente dell'Inps, Tridico, ha diffuso un dato un po' inquietante: la metà degli under 30 guadagna meno di quei nove euro l'ora fissati come soglia in Senato…

Se guadagnano sotto i nove euro bisogna innanzitutto andare a verificare che contratto hanno, se ce l'hanno, senza far confusione tra lavoratori dipendenti, autonomi e partite Iva. Dobbiamo andare a incidere sulla tutela del lavoro, in modo che tutti abbiano le stesse garanzie e gli stessi diritti. Torniamo ai contratti: servono controlli e un monitoraggio costante. Se i minimi salariali sono questi parliamo di contratti pirata o di situazioni al limite, magari a nero. Il punto centrale, però, è che lavorando sulla contrattazione collettiva e sul cuneo fiscale si risolvono problemi e incentivano le aziende ad assumere. Serve un confronto costante. Dalla prossima settimana darò via a un incontro con tutte le associazioni di categoria, i problemi dobbiamo chiederli a loro.

Il reddito di cittadinanza secondo lei va abolito come proposto da Italia Viva? Anche in questo periodo storico in cui ha aiutato molte persone in difficoltà?

Partiamo dal presupposto che per Renzi il referendum è solo campagna elettorale, viste le tempistiche. Detto ciò, noi stiamo facendo da mesi un lavoro sul reddito di cittadinanza. C'è una parte di popolazione che difficilmente entrerà nel mondo del lavoro e necessita di un sussidio dello Stato, ma c'è tutta una parte di occupabili che necessariamente devono fare un percorso di inserimento. Non possono avere un paracadute, lo Stato non può sostenere un Paese ma deve supportare chi non ce la fa. Poi ognuno deve trovare la propria indipendenza. Il reddito di cittadinanza è un problema per i giovani, abbiamo visto i dati sui Neet. Questi ragazzi vivono in famiglia e poi magari si trovano ad avere un sussidio dello Stato che usano nel fine settimana. Stiamo allontanando i ragazzi dal mondo del lavoro.

Quindi volete riformare il reddito di cittadinanza? Come?

Stiamo lavorando a uno stravolgimento dei sussidi in Italia, perché pensiamo che sia sbagliato che un ente centrale, che di fatto non conosce il cittadino come l'Inps, eroghi secondo regole scritte. Ogni persona che ha bisogno, o famiglia, ha una storia a sé. Il Comune, che ha accesso all'anagrafe del cittadino, sa di quanto ha bisogno e per quanto. L'amministratore locale sa se le necessità sono vere oppure no. Le truffe sul reddito di cittadinanza per il 74% fanno riferimento a dichiarazioni mendaci sulla residenza, se si passasse per il Comune queste truffe verrebbero azzerate. Ci sarebbe bisogno di un investimento per un rafforzamento del sociale a livello comunale, è vero, ma questo porterebbe a una razionalizzazione delle risorse e a una riduzione delle truffe.

Ma quindi è vero secondo lei che gli imprenditori non trovano lavoratori per colpa del reddito di cittadinanza?

Gli imprenditori nel settore turistico sono in grande difficoltà. Io li ho visti i contratti: parliamo di 1.600/1.700 euro al mese. Poi è vero che ci sarà sempre il furbo che se ne approfitta, ma ci sono posti vacanti con stipendi dignitosi. La questione, tra l'altro, non è solo il reddito di cittadinanza, perché poi si può andare in Comune a chiedere un contributo per l'affitto se non ce la si fa, buoni spesa, la casa popolare. Ci sono molti sussidi che messi insieme fanno uno stipendio e c'è chi dice ‘a questo punto resto a casa'. Questo è sbagliato e fa male.

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