Migrante calpesta il Tricolore, Piantedosi: “Sarà espulso”. Ma la memoria della Lega è corta

A cura di Giulia Renda
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Il Tricolore calpestato a Firenze fa insorgere la maggioranza e riaccende il dibattito sull’identità italiana. Ma mentre oggi la Lega chiede rispetto assoluto per la bandiera, la sua storia recente racconta qualcosa di molto diverso: da Salvini che diceva “non mi rappresenta” a Bossi e Calderoli protagonisti di gesti tutt’altro che patriottici.

"Vanno rispettati e onorati i simboli che rappresentano i valori più profondi su cui si fonda la nostra democrazia", il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi interviene così sul caso che in queste ore sta facendo il giro dei social. Un uomo stacca un Tricolore da un muro, lo getta a terra e lo calpesta. Succede a Firenze, a pochi passi dalla stazione di Santa Maria Novella. Il protagonista è un 25enne di origine marocchina, irregolare in Italia e già noto alle forze dell'ordine. Il ministro inoltre annuncia il trasferimento del 25enne in un Cpr in vista dell'espulsione.

Le parole di Piantedosi hanno trovato terreno fertile nella maggioranza. A Firenze, il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto ha subito definito l'episodio "gravissimo e intollerabile", arrivando a sostenere che il rispetto della Repubblica e dei suoi simboli debba essere una condizione essenziale per chi vive in Italia. "Per noi il principio deve essere chiarissimo: se è uno straniero irregolare, deve essere espulso immediatamente. Se invece ha ottenuto la cittadinanza italiana, riteniamo che un gesto deliberato di tale disprezzo verso il Tricolore debba poter comportare anche la revoca della cittadinanza. E se oggi la legge non lo consente in casi come questo, allora è giusto aprire una discussione per modificarla", con queste parole il leghista Mossuto esprime la propria opinione sull'accaduto.

La richiesta di Mossuto sulla revoca della cittadinanza per chi danneggia o vilipende il Tricolore presupporrebbe che la cittadinanza fosse un premio che si assegna a chi si comporta bene o una medaglia che si può togliere quando qualcuno commette un reato. Per il vilipendio alla bandiera esiste già una sanzione penale regolata dall'art.292 del Codice penale, aggiungendo la perdita della cittadinanza significherebbe trasformare l'appartenenza alla comunità nazionale in una sorta di premio alla buona condotta.

Vilipendio alla bandiera, cosa prevede la legge

Ad oggi la norma prevede una multa da 1.000 a 5.000 euro per chi vilipende la bandiera italiana con espressioni ingiuriose, che sale da 5.000 a 10.000 euro se il fatto avviene durante una pubblica ricorrenza o una cerimonia ufficiale. Se invece la bandiera viene pubblicamente e intenzionalmente distrutta, deteriorata, resa inservibile o imbrattata, è prevista la reclusione fino a due anni. La norma vale indipendentemente dalla cittadinanza: italiano e straniero rispondono del reato allo stesso modo. Per uno straniero irregolare, però, al procedimento penale può aggiungersi la disciplina sull'immigrazione e quindi ad un provvedimento di espulsione.

La questione dell'espulsione sta rischiando di perdersi dietro agli slogan che seguono il dibattito di queste ore: dal punto di vista giuridico, l'espulsione non è una conseguenza automatica del reato di vilipendio alla bandiera. Per questo, nel caso di Firenze, è importante non confondere i due piani: una cosa è il reato eventualmente commesso contro il Tricolore, un'altra è la posizione amministrativa dello straniero e la conseguente possibilità di procedere all'espulsione. Il fatto che una persona sia straniera non significa che possa essere espulsa automaticamente per aver commesso un reato: dipende dal suo status giuridico e dalle norme sull'immigrazione. Diverso è il caso di chi si trova già irregolarmente in Italia: l'irregolarità del soggiorno costituisce presupposto per l'espulsione, secondo le procedure previste dalla legge, e può comportare il trattenimento in un Cpr quando l'allontanamento non sia immediato.

Eppure, proprio mentre il Tricolore torna a essere evocato come il simbolo dell'identità nazionale da difendere, c'è una domanda che viene spontaneo porsi: la destra italiana ha sempre avuto questo rapporto con la bandiera?

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Il ministro Matteo Salvini sulla sua pagina Instagram

Basta tornare indietro di una quindicina d'anni per trovare una Lega che parlava del Tricolore in termini completamente diversi da quelli utilizzati oggi, senz'altro uno dei cambiamenti più forti attraversati dal Carroccio, da partito che contestava apertamente simboli nazionali come la bandiera tricolore, a forza politica che oggi lo rivendica come parte integrante della propria identità. La questione allora è: se il Tricolore rappresenta davvero un valore da rispettare sempre, come dice oggi Piantedosi, cosa succede quando a disprezzarlo non è uno straniero, ma qualcuno appartenente alla propria storia politica?

Salvini e quel Tricolore che "non lo rappresentava"

Nel 2011 Matteo Salvini era ancora un esponente della Lega Nord, lontanissimo dal ruolo di leader nazionale che avrebbe assunto dopo. La sua Lega era quella della Padania, dell'autonomia del Nord, della polemica contro Roma e, soprattutto, di un'identità politica che non faceva del patriottismo italiano il proprio punto di riferimento. In quel contesto, intervistato da Radio 24, Salvini disse una frase che oggi stride con il nuovo personaggio politico che si è creato: "Il tricolore non mi rappresenta, non la sento come la mia bandiera". Raccontava inoltre di avere in casa la bandiera della Lombardia e quella di Milano.

Oggi il quadro è completamente diverso. La Lega di Salvini ha pian piano smesso di essere un partito esclusivamente settentrionale, ha cercato consenso in tutta Italia capendo che il bacino elettorale a cui poteva attingere al sud Italia sarebbe stato ben più rigoglioso di quanto lo era al nord, e così ha trasformato il proprio messaggio politico, da "Prima il Nord, prima la Padania" a "Prima l'Italia, prima gli italiani". Nel 2018 il Tricolore è entrato persino nel simbolo del partito. È probabilmente uno dei cambiamenti più radicali della politica italiana recente: la stessa forza politica che aveva costruito parte della propria identità sulla distanza dall'Italia ha finito per fare dell'identità nazionale uno dei propri principali argomenti. E questo cambiamento non è un problema, i partiti cambiano, gli elettori cambiano, i leader cambiano idea. La politica non è una fotografia scattata quindici anni fa. Il problema nasce quando il passato viene utilizzato solo quando conviene.

Prima di Salvini c'era Bossi

Per capire quanto fosse diverso il rapporto della Lega con il Tricolore bisogna tornare ancora più indietro. Nel 2011 Umberto Bossi e Roberto Calderoli finirono al centro delle polemiche per un gesto rivolto proprio alla bandiera italiana durante una manifestazione leghista. Una provocazione che si inseriva in una storia politica nella quale il Tricolore non era certo considerato il simbolo intoccabile che viene celebrato oggi dagli esponenti della Lega, pur essendo in vigore la stessa identica legge a cui si fa riferimento oggi contro il vilipendio e danneggiamento del tricolore.

Bossi, del resto, non era semplicemente un militante qualsiasi: era il fondatore e leader storico del partito, e la sua Lega aveva costruito la propria identità anche attraverso la contrapposizione simbolica all'Italia e alle sue istituzioni. È impossibile raccontare la Lega di oggi senza raccontare anche questa parte della sua storia. Perché altrimenti si rischia di avere una fotografia parziale: quella di un partito nato già patriottico, già nazionale, già innamorato del Tricolore. Quando in realtà non è andata proprio così.

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