Meloni dice che ora l’UE deve decidere chi mandare a negoziare sull’Ucraina

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A cura di Luca Pons
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Giorgia Meloni ha chiesto, in una lettera al presidente del Consiglio europeo, che l’Unione europea decide entro dicembre chi ha l’incarico di negoziare sull’Ucraina, con la Russia e le altre potenze coinvolte. Nel frattempo, però, il suo stesso governo è diviso sul sostegno a Kiev.

Bisogna trovare una voce sola in Europa per trattare di Ucraina. È la richiesta di Giorgia Meloni, che ha scritto una lettera diretta al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e ha messo nero su bianco la sua posizione: è una "necessità ormai improcrastinabile" fare sì che l'Unione europea, quando si tratta di vertici internazionali che riguardano l'Ucraina, parli con "una voce sola, e autorevole". Anche se sembra complicato trovare una voce sola anche solo restando nel governo italiano, viste le forti differenze che ci sono tra i partiti di governo.

La lettera di Meloni a Costa: "Entro dicembre decidiamo chi tratterà per l'UE. Non chiedo che sia l'Italia"

Nella sua lettera, la presidente del Consiglio italiana ha ricordato con tono polemico le ultime occasioni in cui l'Europa, sempre con formato diverso, si è rapportata con la Russia e le altre potenze interessate dalla questione ucraina. "Nell'ultimo mese", ha detto, c'è Stato un incontro "informale" tra rappresentanti NATO, UE, Ucraina e "i Consiglieri per la sicurezza nazionale di alcuni Stati"; un incontro che è stato confermato "solo successivamente". Poi un incontro a Oslo, con l'Ucraina, gli USA, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, e la Commissione europea.

Pochi giorni dopo, Stubb e Støre hanno svolto "una telefonata ‘a titolo nazionale' con il presidente russo Putin", ha ricordato Meloni. A seguire è stata convocata Berlino "una riunione della Coalizione dei Volenterosi, che riunisce 37 Stati", di cui l'Italia è stata inizialmente critica, per poi avvicinarsi e riallontanarsi nel corso dei mesi. Il vertice sarà il 19 novembre, ma una settimana prima "siamo stati convocati a una riunione del cosiddetto ‘formato Berlino', che ha una composizione ancora diversa da tutte le altre che ho citato". Nel frattempo si prevede una "non meglio precisata presenza europea ai colloqui previsti ad Abu Dhabi tra ucraini e russi con la mediazione americana" e il 13 novembre a Dublino si riunirà il Consiglio europeo, che riunisce i capi di Stato e di governo dei 27 Stati Ue (e il cui presidente è proprio Costa, a cui Meloni ha indirizzato la lettera).

Questa confusione, secondo la premier, rende gli europei "poco credibili" nella gestione della questione ucraina. "E sono convinta che tutti ci rendiamo conto di come, dando l'immagine di un'Europa che va in ordine sparso, non facciamo altro che l'interesse di chi vuole che questa guerra continui".

La soluzione richiesta è che "nel prossimo Consiglio Europeo informale di Dublino la questione venga discussa, affinché il Consiglio Europeo di dicembre sia in grado di formalizzare una decisione sul punto, anche dopo un raccordo con Regno Unito, Norvegia e gli altri partner europei interessati". Trovare un nome e un mandato chiari entro la fine dell'anno, quindi.

Anche se, a detta di Meloni, il nostro Paese (che è stato escluso in quasi tutte le riunioni citate dalla presidente del Consiglio) non è interessato a guidare questo processo: "Non sto chiedendo un posto per l'Italia in questo o in quel formato. Tutt'altro: se può rendere la mia richiesta più credibile, sono pronta a dire che non chiedo questo ruolo né per me né per l'Italia. Quando abbiamo potuto, non abbiamo mai fatto mancare il nostro contributo, e non lo faremo domani. Ma non siamo disposti ad accettare che si negozino, in assenza di un mandato, impegni che anche la nostra nazione sarà poi chiamata ad assumere. Inoltre, il risultato ci sta molto più a cuore del formato, e perché l'Europa possa ambire a determinarlo deve parlare con una voce sola, e autorevole".

I problemi interni al governo Meloni: opposizioni e Lega contro gli aiuti a Kiev

La richiesta della presidente del Consiglio arriva in un momento in cui la pressione sul tema del sostegno militare all'Ucraina è ai massimi livelli, in Italia.

Roberto Vannacci ha costruito grossa parte della sua opposizione al governo di centrodestra proprio sulla promessa di fermare gli aiuti a Kiev, e oggi in un'intervista al Fatto quotidiano ha accusato Meloni di essere "accondiscendente alla russofobia". Dal campo largo – che a sua volta ha enormi differenze sul tema, e dovrà provare a superarle entro la fine del mese per stilare un programma comune – il Movimento 5 stelle è il partito che più nettamente si schiera contro l'invio di armi all'Ucraina e chiede una "svolta negoziale", anche passando proprio dall'individuazione di un "delegato europeo" che sia incaricato di parlare con la Russia.

E se gli avversari battono duro sul tema, gli alleati non sono da meno. Più di tutti Matteo Salvini, che poche settimane fa al Congresso della Lega ha promesso di portare la questione sul tavolo del Consiglio dei ministri: "Non possiamo continuare a mandare soldi e armi", ha detto. Pochi giorni dopo, in conferenza stampa, Meloni è stata obbligata a prendere le distanze: la "sensibilità di un alleato importante come la Lega" è stata "espressa anche in passato e abbiamo trovato una sintesi. Non prevedo che quella sintesi cambi". Ovvero, al di là delle lamentele leghiste, il governo prova a tirare dritto.

È vero che il sostegno all'Ucraina è ormai un tema ben lontano dalle priorità dell'esecutivo. Il sostegno esplicito e continuo della presidente del Consiglio, nel tempo, si è piuttosto indebolito sia nelle dichiarazioni, sia nei fatti. Non è un caso che l'ultimo pacchetto di aiuti a Kiev risalga a novembre dello scorso anno: sono passati quasi dodici mesi, mentre dall'inizio della guerra ne era stato varato all'incirca uno ogni sei mesi. Ora il ministro della Difesa Crosetto spinge perché il governo arrivi ad approvarne uno prima della fine dell'anno. Gli avversari e gli alleati, con le tensioni già in aumento per la legge di bilancio, aspettano.

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