Il maxi-emendamento contenente le modifiche alla legge di Bilancio è stato presentato in commissione al Senato. Dopo la trattativa con Bruxelles, l’esecutivo ha dovuto tagliare molti dei fondi stanziati e ha dovuto provvedere a nuove soluzioni per finanziare le misure a cui le due forze politiche di maggioranza tengono di più: reddito di cittadinanza e quota 100.  Considerando anche un Pil nettamente più basso, per il 2019, di quello inizialmente preventivato: si passa dal +1,5% al +1%. Uno dei temi principali, sollevati nelle ultime ore, è quello dell’aumento dell’Iva. Il governo ha infatti deciso di introdurre delle clausole di salvaguardia per il 2020 e il 2021, limitandosi a sterilizzare quelle del 2019. Un passo indietro rispetto alla prima manovra presentata dal governo, in cui si sterilizzavano completamente le clausole del 2019 e venivano parzialmente annullate quelle del 2020 e 2021. Che oggi, invece, vengono persino aumentate.

Per il 2020 si prevede un aumento dell’Iva di 23 miliardi di euro e di quasi 29 miliardi (28,75) per il 2021 e il 2022. Un macigno per le prossime manovre che dovranno essere varate considerando questa ingente cifra da trovare in altro modo per non far scattare l’aumento dell’Iva. Disinnescare le clausole sarà dunque complicato nei prossimi anni: un principio di cui il governo M5s-Lega si è lamentato negli scorsi mesi, criticando i governi precedenti per aver lasciato sulle sue spalle questo fardello che è costato parte del deficit di troppo poi contestato dall’Ue.

Quanto aumenterà l'Iva

La relazione tecnica che accompagna il maxi-emendamento precisa che senza interventi nei prossimi anni, l’aliquota Iva ridotta passerà dal 10% di oggi al 13% nel 2021. Mentre quella ordinaria, ora al 22%, salirebbe al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021. Un aumento netto anche rispetto alle precedenti clausole di salvaguardia, che il governo aveva promesso di sterilizzare. Ad oggi l’Iva ridotta passerebbe ugualmente al 13% nel 2020, ma quella ordinaria si fermerebbe, nella peggiore delle ipotesi, al 25% nel 2021.

Viene confermata la sterilizzazione totale degli aumenti per il 2019. Salvo il caso in cui la manovra non venga approvata entro il 31 dicembre, facendo così scattare l’esercizio provvisorio e, fino all’approvazione, anche l’aumento dell’Iva. Rispetto alla prima versione della manovra la differenza è comunque netta: secondo il testo presentato e votato alla Camera, l’aliquota Iva sarebbe dovuta scendere dello 0,8% nel 2020 e dello 0,5% per il 2021. E invece aumenterà, salvo interventi costosi sulle prossime leggi di Bilancio.

Cosa sono le clausole di salvaguardia e cosa comportano

Le clausole di salvaguardia sono norme che prevedono la variazione automatica di alcune voci di tasse ed imposte. Permettono a una misura di essere messa attivamente in campo in ritardo rispetto al momento dell’entrata in vigore della legge che la prevede. Sono state introdotte per la prima volta dal governo Berlusconi nel 2011. Il successivo governo Monti le ha poi attivate e trasformate in aumenti dell’aliquota Iva. Il governo Renzi, nel 2014, ne ha previsto un incremento, contestuale a quello delle accise sui carburanti. Inizialmente si prevedeva un’Iva ridotta al 12% e quella ordinaria al 24%, arrivando fino al 25,5% del 2017. Tutte queste clausole sono state sterilizzate anno per anno con la legge di Bilancio. Arrivando ad oggi, sterilizzazione completa è stata prevista, dalla scorsa manovra, anche per il 2018. E parziale per il 2019. Quindi è toccato all’attuale manovra in discussione ‘mettere una pezza’ per il prossimo anno. Per il 2019 e il 2020 c’era una sterilizzazione parziale. Che così, per il 2020, salta completamente. Almeno per il momento, considerando che il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, assicura che l’aumento non ci sarà: “Le disinnescheremo anche l’anno prossimo”, garantisce.

I tagli e le modifiche alla manovra

Uno dei tagli più netti, insieme a quelli a reddito di cittadinanza e quota 100, riguarda gli investimenti: la riduzione sarà di 4,2 miliardi per il prossimo anno. Altri tagli previsti sono quelli a Ferrovie dello Stato (600 milioni in meno da restituire poi a rate a partire dal 2022), ai finanziamenti per le politiche comunitarie (850 milioni) e al Fondo per lo sviluppo e la coesione sociale (800 milioni). Entro il 30 aprile dovrà arrivare il nuovo programma di dismissioni immobiliari per ottenere almeno 950 milioni di euro aggiuntivi nel 2019. A cui dovrebbero aggiungersi altri 150 milioni nel 2020. Si punterà sulla vendita di beni di tutte le Pa, come ad esempio le caserme in disuso del ministero della Difesa.

Altra nota amara della manovra è il blocco delle assunzioni per la pubblica amministrazione. Niente turn-over quindi per la presidenza del Consiglio, i ministeri, gli enti pubblici non economici, le agenzie fiscali e le università. Che non potranno assumere a tempo indeterminato fino al 15 novembre 2019. Non vengono toccati dal blocco gli enti locali. Questa misura dovrebbe comportare un risparmio di 100 milioni di euro ma, allo stesso tempo, riguarderà anche 100mila lavoratori che rimarranno precari. Ci sono, poi, alcune nuove tasse: sulle scommesse e sul gioco d’azzardo, innanzitutto. Il governo punta a recuperare fino a 450 milioni. E c’è infine la web tax al 3%, per un ricavo di 150 milioni.