Al netto della speculazione politica la vicenda di Federico Pizzarotti e il suo rapporto con la testa del Movimento 5 Stelle (il cosiddetto "direttorio" che poi, vedremo, direttorio non è) propone con forza un'altra presa di coscienza per il giovane Movimento 5 Stelle, i suoi eletti e i suoi sostenitori: molte delle demonizzazioni che sono servite per allargare il proprio bacino elettorale (la forma "partito", l'integralismo su ogni avviso di garanzia, la struttura verticale e la personalizzazione della politica) si sgretolano al confronto della realtà dei fatti. Intendiamoci: questo di per sé è una naturale evoluzione e crescita del percorso politico (se fosse gestita con oculatezza e senza remore) che appartiene a qualsiasi processo di maturazione ma la schizofrenia con cui in questi ultimi giorni il Movimento reagisce ai fatti di cronaca evidenzia come sia necessario un veloce e puntuale riordinamento interno.

"Uno vale uno" era il motto con cui Gianroberto Casaleggio aveva propagato l'idea iniziale di Movimento e anche se lo slogan risulta idealmente avvincente la giornata di ieri ne mostra tutta la fallacia: il sindaco di Parma Pizzarotti (che, si voglia o no, non è "uno", vista la carica e l'esposizione mediatica) ha pubblicato la serie di messaggi con cui avrebbe cercato di contattare Luigi Di Maio e Roberto Fico (due dei membri del "direttorio) senza riuscire ad ottenere risposta nonché una mail ricevuta a firma di "staff di Bepper Grillo". Mai come ieri si è avuta la rappresentazione lineare di come una questione delicata che coinvolge tutta la credibilità del Movimento sia passata per i canali whatsapp di due, tre numeri telefonici. Nessun organo democraticamente eletto (il direttorio è figlio della stessa nomina fiduciaria che il M5S usa spesso come clava contro questo governo) e nessun passaggio interno condiviso ha garantito la comunicazione tra Pizzarotti e il Movimento. Per dirla sinteticamente mi verrebbe da chiedere ai sostenitori del M5S se davvero siano convinti che la soluzione politica di un caso del genere dipenda dalla voglia e dalla disponibilità di rispondere a un messaggio del Fico o Di Maio di turno. È giusto? È funzionale? Io personalmente credo proprio di no.

E certamente le mancate risposte con cui Pizzarotti si scontra (ma anche quella sua sfortunata risposta, «adesso ci divertiamo», alla mail in cui Beppe Grillo gli comunica la sospensione dal Movimento) nascondono un malessere molto più profondo di quello che noi possiamo ipotizzare e certo non abbiamo gli elementi per osare una ricostruzione reale dei fatti ma anche in questo caso mi viene da chiedere: data per scontata la scelta politica di mantenere "interno" il motivo del dissidio tra il sindaco di Parma e il vice presidente della Camera, gli iscritti al movimento (quelli che dovrebbero valere come un Di Battista o n Di Maio), almeno loro, hanno gli elementi per poter decidere? Sono stati resi partecipi della questione?

È un bivio importante questo per il Movimento 5 Stelle: diventare adulti significa riconoscere che la malattia della politica degli ultimi vent'anni non è tanto nella forma "partito" o "movimento" o nelle diverse sfaccettature del "leaderismo" ma soprattutto nell'etica con cui si interpreta: svestirsi della paura di assomigliare agli altri è il modo più intelligente per cogliere le "buone pratiche" e perfezionarsi cammin facendo. Quello che è marcito in "apparato" o "sistemi di potere partitici" è, se usato dal verso giusto, anche la garanzia di un meccanismo che garantisce controllo e democrazia. Perché la decisione della sospensione di Pizzarotti non è stata sottoposta alla "decisione della rete"? Perché una realtà politica che aspira (e ha i numeri) per diventare forza di governo deve incagliarsi in una baruffa da bambini dell'asilo?

Ecco, rispondere a queste domande è il primo passo per crescere.