L’Istat vuole davvero sabotare il governo Meloni? Come funzionano le stime sul deficit
Ma perché l’Istat dovrebbe sottostimare gli italiani e il governo? A che scopo?
Sono le domande che Giorgia Meloni ha lasciato senza risposta nel suo affondo all’istituto di via Balbo, responsabile (nella narrazione della presidente del Consiglio) di aver lasciato l’Italia impantanata nella procedura d’infrazione per deficit eccessivo, non consentendole di uscire dalla sorveglianza speciale europea per appena uno 0,8%. Briciole, insomma, che magari nei prossimi anni (sempre secondo la retorica meloniana) saranno riviste, rivelando che alla fine i conti pubblici stavamo meglio di quanto si credesse. E che, in fondo, le procedure di Bruxelles non erano così necessarie.
Domande senza risposta solo per modo di dire, si intende. Perché l’accusa tra le righe è chiara: l’Istat agirebbe in accordo con una precisa agenda politica e con il chiaro obiettivo di sabotare il governo.
Le accuse di Meloni all'Istat
Un'accusa che all’Istituto ha lasciato in molti piuttosto basiti. Perché si tratta di un’iimputazione senza senso, si sottolinea in quegli ambienti, se si considerano le dinamiche e le procedure con cui vengono diffusi i dati. Si tratta infatti di “processi presidiati da metodologie e standard internazionali rigorosi, imposti da Eurostat, noti e ampiamente condivisi a livello europeo”.
Insomma, l’Istat non agisce in modo arbitrario, con metodi che si possono piegare e modellare a seconda del momento o della materia misurata. Ci sono regole e criteri molto rigidi, concordati a livello europeo, che valgono tanto per l’Italia quanto per tutti gli altri Paesi dell’Unione.
Regole condivise da trent'anni
L’Eurostat, cioè l’ufficio statistico della Commissione europea, presidia continuamente i processi di acquisizione e divulgazione dei dati e si accerta che tutti gli istituti associati – come appunto l’Istat – trattino ogni numero e ogni informazione nel rispetto della normativa comune. Ci sono audit costanti e il tutto è condiviso pienamente a livello europeo, all’interno della quale, rimarcano sempre dall’Istat, “non esiste alcuna discrezionalità”.
Le modalità con cui opera l’Istat, dicevamo, sono condivise a livello sovranazionale e trasparenti. Da oltre trent’anni, da quando è entrato in vigore il trattato di Maastricht che delinea i parametri economici entro cui devono stare i Paesi dell’Unione per quanto riguarda debito, deficit e inflazione, le regole europee sono state applicate allo stesso modo a tutti i membri. Si possono criticare o mal digerire, ma accusarle di faziosità e favoritismi è scorretto.
Un affondo all'imparzialità e all'indipendenza
I report dell’Istat, tra l’altro, fotografano una situazione riferita ai mesi precedenti. Non si può quindi parlare di fulmini a ciel sereno. Se poi i numeri vengono rivisti è solo in funzione di dinamiche tecniche molto precise, che incrociano le stime fatte in precedenza con i dati reali, ancora una volta secondo procedure regolate a livello europeo.
L’accusa di parzialità è infondata, la politica lo sa bene. E proprio questa consapevolezza rende il biasimo ancora più grave. Perché mina all’indipendenza di un’istituzione sempre più necessaria. Perché raccogliere i dati con criterio e analizzarli con dimestichezza diventa sempre più cruciale, in un’epoca di infodemia. Minare la credibilità di un istituto indipendente, trascinandolo nelle pozze di retorica da campagna elettorale, non è un bel segnale.