Quello andato in scena durante la direzione del Partito Democratico è un copione fin troppo logoro, che si è ripetuto tante volte negli ultimi anni. Una riunione per giorni descritta come “decisiva” si risolve con un fuoco di paglia. Stavolta, forse, alcuni elementi rendono il quadro ancora più desolante.

L’incontro era stato convocato per fissare la posizione del partito in vista del referendum sul taglio dei parlamentari. Un appuntamento che il segretario Nicola Zingaretti ha rimandato per settimane sperando nel frattempo di incassare alcuni risultati che lo avrebbero fatto arrivare più forte al momento del confronto. Da un lato Zingaretti puntava a fare passi in avanti nell’approvazione dei cosiddetti “contrappesi” alla riduzione del numero degli eletti, in primis sulla legge elettorale. Dall’altro, l’obiettivo erano gli accordi tra Pd e M5S in vista delle prossime regionali. Un voto che, insieme a quello per il referendum, rischia di minare la stabilità del governo e della segreteria democratica. Alla fine sull’uno e l’altro tema i risultati raggiunti sono stati pochi o nulli.

Eppure, quando a mezzogiorno Zingaretti apre la riunione, la linea è già definita. Il segretario e gli altri vertici del partito, infatti, si erano già espressi a favore del taglio in dichiarazioni alla stampa nei giorni precedenti alla direzione. Sortite che hanno fatto infuriare i più agguerriti sostenitori del No all’interno del partito, a cominciare dal gruppo riunito attorno all’ex presidente dem Matteo Orfini. “La direzione è stata svuotata di senso”, dicono dalla minoranza interna. E aggiungono: “Se avesse fatto Renzi una cosa del genere lo avrebbero crocifisso”.

Certo, le regole anti-Covid non contribuiscono a vivacizzare il dibattito. Solo pochi dirigenti democratici, infatti, sono presenti al Nazzareno, mentre la maggior parte è collegata in streaming per evitare il sovraffollamento. La discussione poi prende una piega surreale quando si avvita sulle modalità di voto. Si decide che ci saranno due scrutini diversi: uno sulla relazione di Zingaretti e l’altro sull’ordine del giorno che “esprime l’orientamento del Pd rivolto ai propri iscritti e ai propri elettori a sostegno del Sì al referendum”.

Si tratta di un tecnicismo, chiesto dagli esponenti contrari al taglio, per evitare la spaccatura e l’aperto dissenso verso il segretario, ma che, di fatto, non sposta di una virgola le diverse posizioni interne al partito. Non a caso, al termine della riunione, due esponenti dem non certo etichettabili come “pasdaran”, Gianni Cuperlo e Luigi Zanda, confermano il loro No. Mentre, sul fronte opposto, il deputato e costituzionalista Stefano Ceccanti rimarca: “dire che c’è un rischio per la democrazia in caso di riduzione del numero dei parlamentari non è un argomento sostenibile”.

Alle 17, quando la direzione è terminata ormai da un’ora, Zingaretti compare alla porta del Nazzareno per una breve dichiarazione alla stampa, rigorosamente senza domande dei giornalisti e con poco o nullo distanziamento anti-Covid tra i presenti. “Ho proposto un Sì per cambiare, per lottare contro l’anti-politica bisogna fare le riforme”, dice Zingaretti. Il responso del voto è quasi unanime a favore della relazione del segretario, mentre la posizione a favore del Sì al referendum conta 13 contrari, 8 astentuti e 11 assenti. “Un trionfo, il Pd si unisce intorno al suo leader Zingaretti”, fanno filtrare fonti della segreteria dem. La sensazione, in realtà, è che ancora una volta si sia messa la polvere sotto il tappeto. In attesa di una nuova deflagrazione il giorno dopo il voto per il referendum e per le regionali. E di un’ennesima, decisiva, direzione del Pd.