Neanche il tempo di leggere per intero gli exit poll sulle Elezioni nel Regno Unito, quelli dell’epocale sconfitta di Jeremy Corbyn e della schiacciante vittoria di Boris Johnson, e Matteo Renzi aveva già lanciato il suo tweet, che tradiva l’incontenibile entusiasmo per la batosta del Labour: “La sinistra radicale, quella estremista, quella dura e pura è la migliore alleata della destra. Continuate pure ad insultare Blair e tenervi Corbyn: alla fine così vince la destra più radicale. E alla fine la Brexit sarà colpa anche di questo Labour”. Concetto ribadito anche in inglese, tanto per urtare anche i compagni britannici, che evidentemente in anni di lavoro, congressi e analisi non erano mai stati sfiorati dalla grande verità twittata dal leader di Italia Viva (che riesuma Blair e la terza via, sconfitta dalla storia e dagli elettori praticamente ovunque).

Già, perché, come in occasione di ogni sconfitta elettorale di ogni partito progressista / laburista in ogni angolo del pianeta, in Italia la questione ruota sempre intorno alla stessa chiave di lettura: la sinistra che fa la sinistra perde le elezioni. Concetto che oggi leggerete praticamente ovunque, con filippiche e prediche alla “sinistra che si ostina a fare la sinistra” e che consegnerà l’Europa ai sovranisti e l’Italia a Salvini. Da Gentiloni a Calenda, sconfinando tra i forzisti e i 5 Stelle è un coro unanime: Corbyn è troppo di sinistra, non poteva che finire così e certamente non può essere quello il modello per la sinistra italiana.

Niente di nuovo, ovviamente: usare strumentalmente i risultati elettorali di altri Paesi per leggere a proprio piacimento la situazione italiana è uno dei passatempi preferiti di politici e commentatori italiani. Ignari evidentemente del fatto che l'onda sovranista e sfascista non deve arrivare a breve, ma è già arrivata da tempo e ha cambiato il mondo per come lo conoscevamo. Tuttavia, la discussione stavolta è particolarmente interessante, proprio perché incrocia la devastante sconfitta di Corbyn con il disastrato stato della sinistra italiana. Infatti, pur ammettendo che abbia senso l’idea di rendere quasi indistinguibile la proposta politica della sinistra da quella della destra al fine di convincere gli elettori a preferire la copia all’originale, c’è un piccolo particolare da considerare.

La sinistra italiana è già adesso indistinguibile o quasi dalla destra. Con poche e marginali eccezioni, all'orizzonte non c’è una piattaforma programmatica “radicale” nei temi e negli obiettivi, non c’è una idea di società nettamente distinta, non c’è una riflessione identitaria in corso sul collocamento ideologico del principale partito di centrosinistra, non c’è un leader che abbia operato cesure nette con il neoliberismo o che si collochi su un piano radicalmente alternativo al “sistema”, ma soprattutto non c’è una discontinuità netta con le recenti esperienze di governo del centrosinistra italiano. Il centrosinistra governa questo Paese da anni e anni, con una piattaforma che è schiacciata su posizioni riformiste timide e discutibili, che hanno portato al Jobs Act, alla difesa della Fornero, alla frattura con il corpo sindacale e via discorrendo. Questo è un Paese che ha avuto Minniti al ministero dell’Interno, che de facto è attualmente complice dei respingimenti di migranti verso la Libia, che non cancella i vergognosi decreti sicurezza di Salvini, che procede con enorme difficoltà sul terreno dell’ampliamento dei diritti civili, che insegue un ambientalismo timido senza mai mettere in discussione le fondamenta dei rapporti di produzione e consumo. È un Paese in cui i partiti di centrosinistra hanno assistito impotenti e complici alla perdita di centralità della politica, alla rottura definitiva del rapporto fiduciario tra eletti ed elettori, contribuendo al processo di destrutturazione culturale e sociale che ha portato alla sostituzione dell'autorevolezza con l'autenticità, della competenza con la schiettezza, della complessità con la semplicità e l'immediatezza. Un processo che ha regalato il Paese a Salvini e ridotto il centrosinistra italiano a pura marginalità nella società.

Al momento, le leadership a sinistra o sono marginali per consenso e ambizione, o si piegano a una sorta di narcisismo delle piccole differenze: un impianto conservatore, moderato e velleitario su cui innestare di tanto in tanto qualche battaglia di bandiera da portare avanti tra mille compromessi e contraddizioni, come lo ius culturae e le unioni civili; un europeismo convinto da usare soprattutto in chiave “anti-populista” (avallando tra l’altro una equivoca lettura del fenomeno populista); una vaga e confusa volontà di “tornare a parlare” alla gente comune. Ecco, da questo punto di vista Renzi e tutti gli altri possono stare tranquilli: non solo in Italia non c’è l’ombra di sinistra radicale, dura e pura, ma viene difficile anche trovare una sinistra che abbia l’intenzione di essere davvero alternativa alla destra.