La memoria corta di Antonio Tajani: quando Giorgia Meloni voleva “fare grande l’Occidente” sulle orme di Trump
"Neanche Meloni è mai stata una MAGA, per carità. Siamo conservatori, io sono berlusconiano". Bastano poche parole pronunciate dal vicepremier Antonio Tajani all'indomani dello scossone elettorale d'Oltreoceano per riscrivere con un colpo di spugna anni di strategia politica, convegni oltreoceano e prese di posizione pubbliche. Un paradosso non da poco, se si considera che lo stesso titolare della Farnesina, solo pochi mesi prima a Washington, si era fatto immortalare con il celebre cappellino rosso "Make America Great Again", per poi difendersi in Aula al Senato rivendicando che "era un regalo" e che di quel berretto non si vergognava affatto.
La sortita del leader di Forza Italia suona insomma come un tentativo di amnesia programmata. Archiviata la luna di miele e incassata l'imprevedibilità del trumpismo, la maggioranza tenta di rifarsi una credibilità atlantista moderata, dipingendo la premier come una conservatrice istituzionale immune al contagio del sovranismo a stelle e strisce. A smentire l'operazione non sono però soltanto le interpretazioni delle opposizioni, ma l'archivio sonoro, visivo e cartaceo della stessa Giorgia Meloni.
La corte di Bannon ad Atreju (2018)
La fascinazione per il mondo che gravitava attorno al miliardario newyorkese parte da lontano. Nel settembre 2018, l'ospite d'onore della kermesse di Fratelli d'Italia, Atreju, è Steve Bannon, l'ideologo supremo della vittoria trumpiana del 2016 e demiurgo dell'universo MAGA.
Dal palco romano, Bannon incorona Fratelli d'Italia come la declinazione italiana dell'"America First" ("Voi siete l'Italia First"). La risposta della presidente di FdI è un'apertura inequivocabile: l'annuncio pubblico dell'intenzione di aderire formalmente a The Movement, la rete internazionale dei populisti e sovranisti ideata dal guru trumpiano per scardinare gli assetti dell'Unione Europea.
Il pellegrinaggio americano: dal Prayer Breakfast a CPAC (2020-2022)
Nel febbraio 2020, Meloni vola a Washington come unica leader politica italiana invitata al National Prayer Breakfast, alla presenza di Donald Trump, per poi proseguire la sua missione politica presenziando alla Conservative Political Action Conference (CPAC), la roccaforte assoluta del trumpismo radicale. In quel frangente, la rivendicazione è orgogliosa: "La ricetta di Trump è quella giusta: meno tasse, meno burocrazia, difesa dei confini e delle identità. Un modello per la nostra Italia".
Due anni più tardi, nel febbraio 2022, Meloni è ad Orlando, in Florida, per salire direttamente sul palco del CPAC. Con un intervento in inglese dai toni apocalittici contro le "élite globaliste" e la "dittatura del politicamente corretto", arringa la platea di fedelissimi del tycoon scandendo le parole d'ordine della destra nazionalista: identità cristiana, sovranità nazionale e attacco al progressismo. Non una conferenza accademica di conservatori moderati, ma l'avamposto più acceso della propaganda MAGA.
Lo scudo dopo Capitol Hill e la "censura orwelliana" (2021)
Anche nei passaggi più critici della parabola trumpiana, la sintonia non è mai venuta meno. All'indomani dell'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, mentre le cancellerie europee condannavano senza appello i fatti di Washington, Meloni scelse di focalizzare la propria battaglia politica altrove. Quando le piattaforme social sospesero i profili del presidente uscente, la leader di Fratelli d'Italia si schierò invece apertamente contro l'oligarchia delle "Big Tech" e la "censura orwelliana" subita da Trump, sposando in pieno la retorica vittimistica del movimento MAGA contro l'establishment e i media tradizionali.
Il marchio di famiglia: la prefazione di Don Jr. e lo spot su Truth
A certificare che il filo diretto con il cerchio magico del tycoon non appartenesse solo a un passato remoto è arrivata anche la consacrazione editoriale negli Stati Uniti. L'edizione americana dell'autobiografia di Meloni ("I Am Giorgia") è uscita infatti con la prefazione ufficiale firmata da Donald Trump Jr., l'erede ideologico dell'universo MAGA. Un'operazione benedetta dallo stesso Trump senior, che sul suo social Truth ha promosso il libro definendo Meloni una fonte d'ispirazione per tutti, incassando la pronta replica della premier: "Molto gentile, amico mio!".
"Make the West Great Again": lo slogan alla Casa Bianca
L'abbraccio simbolico non è terminato con l'arrivo a Palazzo Chigi, né si è limitato alle fasi di costruzione del consenso dall'opposizione. Il punto di saldatura lessicale e concettuale più esplicito si è consumato nello Studio Ovale. Il 17 aprile 2025, seduta a fianco di un restaurato Trump, Giorgia Meloni non si è limitata alla grammatica diplomatica dei bilaterali di Stato. Davanti alle telecamere internazionali ha fatto suo il mantra trumpiano, riadattandolo in chiave geopolitica con una formula studiata ad arte: "The goal for me is to make the West great again, and I think we can do it together", "Fare di nuovo grande l'Occidente": una trasposizione fedele del marchio politico del presidente USA, pensata per accreditare se stessa come il ponte naturale tra il movimento MAGA e il Vecchio Continente.
Insomma, che oggi tra Palazzo Chigi e la Farnesina si preferisca aggiustare il tiro e rifugiarsi in un atlantismo più prudente e convenzionale fa parte del gioco: tra l'ombra dei dazi per l'export e gli scossoni della diplomazia reale, certe sintonie del passato finiscono per pesare. È la fisiologia del governare, ed è anche comprensibile.
Però tra la legittima cautela di oggi e il sostenere che Meloni "non è mai stata MAGA" c'è di mezzo un oceano di comizi, slogan condivisi e trasferte d'archivio. Si può benissimo spiegare che il quadro geopolitico è mutato e che il ruolo istituzionale impone altre priorità; fingere che quella lunga stagione di affinità elettive non sia mai esistita, invece, è un esercizio che fatica a reggere di fronte a una traccia documentale che è semplicemente lì, sotto gli occhi di tutti.