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Decreto Sicurezza 2026

La destra non sa che fare con il dl Sicurezza: dopo il no di Mattarella ora pensa a un nuovo decreto

Dopo che il capo dello Stato ha fatto sapere che avrebbe bloccato il dl Sicurezza a causa del bonus rimpatri per gli avvocati, la destra è nel caos. Per risolvere i rilievi del Colle potrebbe arrivare un decreto correttivo. In Parlamento scatta la corsa contro il tempo per la conversione in legge.
A cura di Redazione
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Per il governo Meloni e il centrodestra non poteva andare peggio di così. Sergio Mattarella ha messo un paletto chiaro sul nuovo decreto Sicurezza: se la norma che prevede un bonus per gli avvocati che fanno rimpatriare i loro clienti resta così, il capo dello Stato non la firma. E così l'esecutivo è stato obbligato a intervenire. Nella notte alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera – che stavano lavorando sul decreto – era atteso un emendamento di modifica ma l'ipotesi ha perso quota di fronte al rischio di schiantarsi contro il muro annunciato dalle opposizioni. L'intenzione sarebbe quella di emanare un nuovo decreto per abrogare la norma contestata e correggere i rilievi del Colle. Il provvedimento infatti, è approdato alla Camera senza modifiche né mandato al relatore.

Il punto è che con un emendamento l'iter del provvedimento, già con tempi stretti, sarebbe diventato lungo il doppio. Dopo il via libera di Montecitorio sarebbe dovuto tornare ancora una volta al Senato per una terza lettura, con il rischio di non raggiungere l'approvazione entro il 25 aprile, quando il decreto perderà di efficacia se non sarà stato convertito in legge. L'opposizione intende mantenere la linea dell'ostruzionismo messo in atto finora, con l'esplicito obiettivo di allungare i tempi per portare il decreto a scadenza.

Cos'è successo con il dl Sicurezza e perché la maggioranza è andata in confusione

A far sbandare il provvedimento, che pure è pieno di norme controverse, è stato un articolo aggiunto nelle battute finali del passaggio in Senato. A Palazzo Madama, in generale, la maggioranza ha gestito il decreto in modo caotico: per settimane è rimasto fermo in commissione, mentre si cercava il compromesso interno sulle modifiche da fare; e solo alla fine, con un'accelerata, è arrivata la votazione-fiume per approvare gli emendamenti concordati dal centrodestra. Giovedì via libera agli emendamenti, venerdì il voto dell'Aula. Sabato sono partiti i problemi.

Tra gli emendamenti approvati last minute, infatti, ce n'è uno che interviene sul Testo unico dell'immigrazione. Si tratta dell'articolo 30-bis del decreto Sicurezza. Prevede, di fatto, che se una persona migrante accetta il rimpatrio volontario il suo avvocato riceva un bonus da 615 euro. Nella sostanza, i legali sarebbero incentivati economicamente a spingere i loro clienti verso il rimpatrio volontario, mentre guadagnerebbero meno con la scelta di rimanere in Italia.

Il caos della norma sul bonus per gli avvocati che facilitano i rimpatri

È diventato presto evidente che questo nuovo articolo avrebbe causato più di qualche problema. In particolare, si è capito che qualcosa nei piani del centrodestra era andato storto quando anche il Consiglio nazionale forense – l'organo istituzionale che rappresenta gli avvocati, citato esplicitamente nel decreto come l'ente che dovrebbe interfacciarsi con il governo per erogare questo bonus – si è ribellato. Il Consiglio ha detto sabato che non era stato informato dell'iniziativa e che non aveva nessuna intenzione di allinearsi con questa proposta. La polemica, dunque, si è alzata dal piano dei partiti a quello delle istituzioni. E le cose hanno iniziato a diventare complicate per la maggioranza.

Nelle giornate di domenica e lunedì, il centrodestra è corso ai ripari. Fratelli d'Italia e la Lega hanno difeso l'emendamento in toto, provando a sostenere che il suo scopo fosse un altro. Forza Italia ha invece cercato la via di mezzo. La proposta dei forzisti è stata di approvare il decreto così com'era, ma di far passare insieme anche un ordine del giorno – cioè una proposta non vincolante fatta dal Parlamento al governo – per impegnare l'esecutivo a consultare il Consiglio nazionale forense e le altre parti in causa prima di mettere in atto la nuova legge.

Lo stop del Quirinale

Il problema è che, evidentemente, nessuno fino a quel momento si era confrontato con il Quirinale. Mentre l'opposizione protestava e il centrodestra valutava come muoversi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il governo. Verso le sei e mezza di sera di lunedì, si è saputo che sottosegretario Alfredo Mantovano era salito al Colle per un colloquio. I lavori parlamentari si sono fermati, in attesa di un responso. Verso le nove di sera è arrivato: una bocciatura.

Da ciò che è emerso, il capo dello Stato avrebbe fatto intendere che la norma semplicemente non andava. Non c'era ordine del giorno in grado di salvarla: se fosse arrivata sulla sua scrivania scritta in quel modo, Mattarella non l'avrebbe controfirmata. Così il governo non ha avuto scelta. Le commissioni alla Camera sono state riconvocate a tarda notte, tra le proteste dell'opposizione, per lavorare su un nuovo emendamento che cancellasse il bonus.

Cosa ha deciso di fare alla fine la destra

Tuttavia l'iter del provvedimento è parso sin da subito al limite dell'impossibile, soprattutto davanti all'ostruzionismo annunciato dalle opposizioni. Alla fine si è scelto di tirare dritto per l'approvazione. L'emendamento non è stato presentato e il decreto è arrivato in Aula senza modifiche. Oggi il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Per rimediare alla questione rimpatri resta sul tavolo un nuovo decreto che potrebbe essere approvato nel prossimo Consiglio dei ministri. In questo modo però il governo finirebbe per ignorare, almeno in un primo momento, il richiamo del Quirinale.

A cura di Giulia Casula e Luca Pons

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