E così, nel breve volgere di una settimana abbondante abbiamo scoperto che per Matteo Renzi non era così necessario ricorrere al Meccanismo Europeo di Stabilità per finanziare il nostro sistema sanitario. Non inganni lo spread tra i Btp e i Bund che è crollato da quando Mario Draghi è stato incaricato di formare un nuovo governo. Ieri, mentre i partiti sfilavano dal podio all’esterno della Sala della Regina della Camera dei Deputati il rendimento del Btp decennale era pari allo 0,5%, identico ai giorni della crisi del governo Conte bis. E non ci pare proprio che Matteo Renzi e la sua delegazioni abbiano pronunciato la frase “O Mes o morte”, o anche solo la parola Mes, che invece era una specie di intercalare fino a sette giorni fa. Anche perché, al pari del suo predecessore, Mario Draghi non sembra per nulla intenzionato ad accedervi.

Amen. “Quando cambiano i fatti, io cambio opinione” amava ripetere l’economista John Maynard Keynes, e caso vuole che Mario Draghi abbia ricordato questo aforisma nel suo intervento al Meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate, in quello che ormai viene mandato a memoria come il discorso della montagna del nuovo messia della politica italiana. Dunque, nello spazio di qualche tramonto devono essere cambiati un bel po’ di fatti, se improvvisamente anche Matteo Salvini e la Lega decidono di votare a favore del Recovery Fund al Parlamento Europeo, che fino a ieri era una “truffa” O che il Capitano citi l’Europa e i suoi figli che si sentono europei come nemmeno il “cuore immacolato di Maria” quand’era ministro degli interni. O che ancora si genufletta di fronte a quello stesso Draghi traditore della patria al pari del suo predecessore e maestro Carlo Azeglio Ciampi, cui Salvini non concesse l’onore delle armi nemmeno nel giorno della sua morte.

E ancora, spostandoci dall’altra parte dell’emiciclo parlamentare, che i maggiorenti di Liberi e Uguali non pongano alcun veto o quasi alla presenza di Salvini stesso nella maggioranza di governo. O che, allo stesso modo, i Cinque Stelle – ad eccezione della fronda guidata da Alessandro Di Battista e Barbara Lezzi, cui va comunque riconosciuto se non altro un brandello di coerenza – si siedano di buon grado nella stessa maggioranza assieme all’innominabile Matteo Renzi e soprattutto al Caimano-in-persona Silvio Berlusconi, con cui addirittura condivideranno una riforma della giustizia necessaria alla concessione dei 209 miliardi del Recovery Plan. Lo stesso, del resto, si può dire di Silvio Berlusconi, che per una volta nella vita si siederà dalla stessa parte di  Beppe Grillo – “Mario Draghi è uno dei nostri”, ha detto ieri, e nessuno ha capito se scherzasse o ci credesse davvero – e Marco Travaglio senza pulire la sedia con un fazzoletto.

Rimane il Pd, infine. Quello che, stando alle parole del suo vicesegretario Andrea Orlando non sarebbe mai stato in maggioranza con la Lega “nemmeno se gliel’avesse chiesto Superman”, e che a proposito di coerenza stava preparandosi a impalmare a leader del centrosinistra il premier che passerà alla Storia per aver messo la firma sui decreti sicurezza e su Quota 100. Ieri il suo segretario Nicola Zingaretti si è particolarmente distinto, nel suo intervento dopo aver incontrato Draghi, per non aver chiesto nulla al premier. Non mezzo provvedimento, non una poltrona, come del resto si sono premurate di ricordare tutte le forze politiche che si sono avvicendate al podio.

Delle due, una. O Mario Draghi è davvero un Rettiliano con particolari poteri di controllo delle deboli menti umane, come sospettano i complottisti che la sanno lunghissima. Oppure, i 209 miliardi del Recovery Fund e la possibilità di incidere anche solo in minima parte sulla loro destinazione valgono più di qualunque principio e di qualunque veto. Modestamente – non ne abbiano a male i Rettiliani – propendiamo per la seconda ipotesi.