Partenza tra le polemiche per l'app Immuni. Prima che per il funzionamento della tecnologia o per le questioni legate alla privacy, la pioggia di critiche è arrivata per l'immagine presente tra le grafiche dell'applicazione, già scaricata da mezzo milione di persone nel giro di 24 ore. Si vedono un uomo e una donna: lui lavora al computer, mentre lei tiene in braccio un bambino. Uno stereotipo che rilega ancora la donna alla cura dei figli e della casa, mentre agli uomini è riservato il lavoro e la carriera. E anche se l'app dovrebbe essere simbolo di innovazione e progresso tecnologico, il layout dimostra che i cliché di genere sono duri a morire. Nell'Italia del 2020 si fa ancora fatica ad associare un uomo alle faccende domestiche e alla crescita dei figli, e sembra essere ancora più difficile pensare a una donna slegandola dal suo essere madre e angelo del focolare. Nonostante il dibattito sulla parità di genere sia attivo e vivace, scivoloni di questo tipo ci dimostrano quanta strada ci sia ancora da fare per cambiare l'immaginario collettivo rispetto al ruolo sociale di una donna.

Al debutto del sito web e dell'applicazione su Apple Store e Play Store, l'ex deputata dem Anna Paola Concia ha subito inviato un messaggio alla ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, chiedendole di "parlare con la ministra dell'Innovazione, Paola Pisano, perché questa immagine fuori dal tempo e dalla storia deve essere cambiata". La ministra di Italia Viva si era subito attivata e le modifiche sono effettivamente arrivate. L'immagine è stata invertita: ora si vede una donna al lavoro sul suo computer e un uomo che stringe un bimbo in braccio.

Ormai però il messaggio è passato. Un messaggio retrogrado e tradizionalista nel più sessista dei termini. Che appare ancora più grave alla luce dei dati pubblicati oggi dall'Istat che mostrano come le donne potrebbero essere le prime vittime della crisi economica innescata dalla pandemia. Dai numeri dell'Istituto sull'occupazione si vede come le lavoratrici siano state colpite più duramente dal lockdown e dalle difficoltà economiche risultate dall'emergenza rispetto ai colleghi maschi. Se si contano "solo" 307 mila inattivi (persone che non hanno un impiego e che non sono nemmeno in cerca di un posto di lavoro, in più tra gli uomini, nella popolazione femminile questi sono 438 mila. In un solo mese le donne in cerca di un impiego sono calate del 30,6%, contro il 17,4% registrato tra i lavoratori maschi.

Le politiche messe in campo dal governo hanno spesso, anche non volendolo, finito per discriminare le donne. La chiusura prolungata delle scuole ha aggiunto alla cura dei figli anche il compito di istruzione, un'attività che spesso ricade sulla madre. Il congedo parentale, seppur rivolto a entrambi i genitori, offre un'indennità pari al 50% della retribuzione e per questo potrebbe essere richiesto in maggior misura dalle donne, che storicamente sono soggette a stipendi più bassi. Il famoso gender pay gap. Questi elementi fanno pensare che saranno le donne a ritirarsi dal mercato del lavoro per accudire i figli e svolgere le mansioni domestiche, in assenza di valide alternative.

Le donne sono state escluse dalla gestione dell'emergenza coronavirus. I comitati e le task force con il compito di organizzare la risposta dello Stato alla pandemia sono stati dominati dagli uomini: solo a metà maggio il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha risposto ad un appello di parlamentari e senatrici per integrare le squadre di lavoro con esperte e professioniste. La ricostruzione del tessuto economico e sociale dopo tre mesi di lockdown, che ci hanno costretto a ripensare in ogni punto la nostra sovrastruttura produttiva e comunitaria, rischia ora di lasciare indietro la metà della popolazione.

L'app Immuni ha esordito il 2 giugno. In questo giorno, nel lontano 1946, non solo nasceva la nostra Repubblica, ma alle donne era concesso votare per la prima volta. Settantaquattro anni fa le donne esercitavano il loro diritto di essere riconosciute anche come cittadine, come soggetti politici. Oggi dobbiamo continuare a lottare affinché una donna non venga guardata esclusivamente come moglie e madre, ma le venga riconosciuta un'immagine che la rispetti in quanto lavoratrice, appartenente a una comunità, cittadina e tutto ciò che lei più desidera rappresentare.