
di Domenico Marino, professore di Politica Economica presso l'Università Mediterranea di Reggio Calabria
Chiamarlo “reddito di merito” è già una scelta politica: nobilita una misura che, almeno per come è stata presentata finora, rischia di essere l’ennesimo trasferimento al contrario. La Giunta calabrese ha annunciato un contributo da 1.000 euro al mese, dal prossimo anno accademico, per gli studenti universitari calabresi che studiano negli atenei della regione, a due condizioni: restare in regola con gli esami e mantenere una media alta.
Come funziona il reddito di merito: requisiti e chi può riceverlo
Il sussidio, inoltre, sarebbe liberamente utilizzabile, mentre la soglia precisa della “media alta” non è stata ancora definita. Il punto è che, nelle informazioni diffuse finora, il reddito non compare. Compaiono il voto e la regolarità del percorso; non compare una soglia economica. Ed è qui che il provvedimento mostra il suo carattere classista: mentre le borse di studio ordinarie del diritto allo studio sono costruite su criteri di reddito e merito, con limiti ISEE e ISPE fissati dal MUR, e mentre esiste perfino un contributo specifico per le spese di locazione degli studenti fuori sede con ISEE non superiore a 20.000 euro, il “reddito di merito” calabrese, per come oggi è raccontato, spalanca la porta anche a famiglie benestanti che quegli
strumenti non potrebbero riceverli.
Perché è una misura classista
È l’anti Robin Hood perfetto: prende risorse pubbliche e le orienta verso chi parte già più forte. Il paradosso è che la Calabria conosce benissimo la vera gerarchia delle urgenze. Un decreto regionale del dicembre 2025 parla esplicitamente di risorse destinate a coprire gli studenti “idonei ma non beneficiari” delle borse di studio per carenza di fondi. E una deliberazione del Consiglio regionale del marzo 2026 indica come priorità la copertura totale delle borse di studio per gli studenti idonei, richiamando requisiti di merito e di reddito.
Tradotto: prima ancora di inventare un assegno premiale sganciato dal bisogno, la Regione sa che dovrebbe garantire fino in fondo il diritto allo studio di chi ha i requisiti ma non ha i mezzi. C’è poi un equivoco di fondo, il più insidioso: far passare il “merito” come se fosse un dato puro, neutrale, individuale. Non lo è. Il Rapporto INVALSI 2025 ricorda che i risultati scolastici dipendono anche dal contesto socio-economico e culturale della famiglia e della scuola; anzi, segnala che nel 2025 sembra rafforzarsi l’influenza del contesto scolastico e di classe sugli apprendimenti, con evidenti interrogativi sul piano dell’equità.
Nello stesso rapporto, gli studenti provenienti da famiglie più favorite mostrano un vantaggio misurabile, e la Calabria si colloca al 49% di studenti che raggiungono i traguardi previsti in italiano al termine del primo ciclo, ben sotto molte regioni del
Centro-Nord. In un sistema così diseguale, selezionare con il filtro della media non premia semplicemente i “più bravi”: premia spesso chi ha avuto alle spalle condizioni migliori, scuole migliori, contesti più favorevoli. Non è solo un’obiezione morale. È anche ciò che suggerisce la ricerca.
Le altre criticità del reddito di merito
Uno studio IZA sul sistema italiano avverte che l’inasprimento dei requisiti di merito nell’aiuto agli studenti può ridurre l’uguaglianza delle opportunità secondo il background socio-economico e che requisiti più stringenti possono essere dannosi per gli studenti a basso reddito, esasperando le disuguaglianze. Gli effetti positivi, inoltre, tendono a concentrarsi sugli studenti
mediamente o altamente preparati, cioè su chi è già più attrezzato per trasformare l’incentivo in performance. Ancora una volta: il rischio non è sostenere chi potrebbe farcela grazie a un aiuto, ma gratificare chi aveva già più probabilità di riuscire.
C’è infine un problema di efficacia. Se l’obiettivo è trattenere i giovani più capaci, la misura rischia una selezione avversa: i ragazzi davvero intenzionati a spostarsi verso atenei più forti, reti professionali più dense e mercati del lavoro più dinamici difficilmente cambieranno strategia per un assegno temporaneo. Più probabile che il sussidio finisca soprattutto a chi sarebbe rimasto comunque, producendo un grande effetto di spesa e un modesto effetto di scelta. In altre parole, non trattiene i talenti in fuga: remunera la permanenza di chi aveva già meno alternative o meno incentivi a partire.
Del resto, è lo stesso Occhiuto ad ammettere che per trattenere i giovani servono “sempre più opportunità di lavoro e di sviluppo”. E il MUR ricorda, non a caso, che diritto allo studio e accessibilità passano anche da contributi affitto e da nuovi alloggi universitari. Ecco perché il “reddito di merito” non appare come una politica strutturale, ma come una scorciatoia simbolica: più facile da comunicare di una rete seria di borse, alloggi, trasporti, servizi, laboratori, tirocini e collegamenti col lavoro. Ma una regione che ha ancora bisogno di consolidare il diritto allo studio non può permettersi il lusso di confondere il marketing politico con la giustizia sociale. Se vuoi davvero dare una possibilità ai giovani, aiuti prima chi rischia di restare indietro. Se premi indistintamente chi ottiene voti alti senza guardare al reddito, non stai correggendo le disuguaglianze: le stai finanziando. E allora sì, più che un reddito di merito, questo assomiglia a un anti Robin Hood in salsa accademica.