“L’emergenza richiede un governo di alto profilo”, aveva detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella nel discorso in cui incaricò ufficialmente Mario Draghi di formare un nuovo governo. Il problema, semmai, è che tutto sembra fuorché un governo di emergenza, quello che esce dal discorso del neo Presidente del Consiglio al Senato.

Al contrario, le parole di Draghi preannunciano un'azione di governo che travalica addirittura la legislatura, evocando addirittura l’idea di una nuova fase costituente al pari di quella che affrontarono i partiti politici al termine del secondo conflitto mondiale: “Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione”. E ancora: “A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte”. Alla faccia dell’orizzonte di corto respiro.

Non è solo negli enunciati e nei richiami storici che si capisce la missione che Mattarella ha assegnato a Draghi – o che Draghi, che certo non difetta d’ambizioni, si è auto-assegnato. Conscio del momento storico, dell’aura di salvatore della patria che l’accompagna, del consenso trasversale che lo sostiene e della quantità di risorse da allocare, Draghi vuole capitalizzare al massimo l’opportunità che gli è stata data. E infatti disegna epocali riforme del fisco, della pubblica amministrazione e della giustizia – veri e propri campi minati per i governi di coalizione, in tempi normali – così come immagina rivoluzioni copernicane nella scuola, nella digitalizzazione del Paese, nella sua radicale sburocratizzazione, nella sua agenda per la tutela dell’ambiente, persino nel suo rapporto con l’Europa, in merito al quale annuncia addirittura la condivisione dei bilanci pubblici degli Stati membri.

Persino l’orizzonte temporale dei suoi obiettivi, complici i cronoprogrammi del Recovery Plan, guarda molto lontano: “il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine – spiega – con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026”. Non bastasse, “Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti”. Tradotto: le scelte di questo esecutivo segneranno i confini in cui si dovranno muovere i prossimi esecutivi, di qualunque colore saranno.

Draghi tutto questo lo dice oggi da Presidente del Consiglio in attesa della fiducia del Senato. Ma la sensazione, forte, è che le medesime parole potrebbero essere pronunciate da qui a pochi mesi, quando Draghi si presenterà alla Camere come il prossimo Presidente della Repubblica. Quando smetterà i panni dell’architetto della ricostruzione per indossare quelli del controllore.