Il governo vuole trasformare la Sardegna in un’isola carcere: 100 detenuti al 41 bis trasferiti a Uta

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Sono partiti i primi trasferimenti dei detenuti al 41 bis in Sardegna. Un’ottantina di capimafia sono stati portati ieri nella nuova sezione del carcere di Uta inaugurata dal ministro Nordio. Ora nell’isola si temono rischi per il sovraffollamento e possibili infiltrazioni mafiose. La presidente Todde a Fanpage si scaglia contro il piano del governo: “Siamo stati ignorati”.

Strade chiuse in Sardegna e un lungo corteo di pattuglie, tra carabinieri, polizia, polizia penitenziaria e Guardia di finanza. Un imponente apparato di sicurezza che di solito siamo abituati a vedere per capi di Stato, primi ministri, personalità importanti, ma che ieri è stato convocato per scortare il trasferimento di un'ottantina di capi mafia all'interno della nuova sezione detentiva per i 41 bis del carcere di Cagliari-Uta. La decisione imposta dal governo Meloni ha aperto un altro fronte di scontro con la Regione governata da Alessandra Todde, che a Fanpage.it dice: "Da mesi chiediamo un tavolo di confronto. Il governo non può continuare a considerare la Sardegna un territorio su cui scaricare decisioni prese altrove".

Il piano del governo per trasferire i detenuti al 41 bis in Sardegna

Per capire come si è arrivati sin qui occorre fare un piccolo passo indietro, perché quest'operazione è il risultato di un piano avviato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio più di un anno fa. A giugno 2025 infatti la Regione viene a conoscenza dell'ipotesi di destinare al 41 bis le carceri di Uta, Bancali e Badu ‘e Carros. La governatrice scrive una lettera al Guardasigilli per chiedere conto della notizia ma non riceve risposta. Un mese dopo, quando il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ufficializza la cosa, è chiaro che l'ipotesi è diventata realtà: Palazzo Chigi ha deciso di collocare in una sezione dell'istituto penitenziario di Uta 92 detenuti sottoposti al regime di carcere duro, il cosiddetto 41 bis.

Si tratta di uno strumento detentivo che dal 1992, dopo le stragi di Capaci e via d'Amelia, è stato utilizzato per isolare esponenti di clan mafiosi e impedire le comunicazioni con l'organizzazione criminale. Chi si trova al 41 bis è costantemente sorvegliato, in una cella singola, ha contatti e ore d'aria limitate e non ha accesso agli spazi comuni con gli altri detenuti. Nel tempo, il numero di reati a cui si può applicare è stato ampliato anche ad altre tipologie di delitti, come ad esempio violenza sessuale di gruppo o prostituzione minorile. Oggi in Italia, secondo i numeri di Antigone, sono circa 750 le persone sottoposte a questo regime.

Ma torniamo al piano. Perché il governo ha scelto di concentrare proprio in Sardegna un numero così elevato di detenuti al 41 bis? L'obiettivo è trasferire queste persone in istituti penitenziari di massima sicurezza e geograficamente isolati in virtù di una legge, approvata nel 2009 durante il governo Berlusconi, che ha modificato la legge sull'ordinamento penitenziario, prevedendo che "i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all'interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari". 

Ignorate le proteste di Regione e associazioni: il carcere di Uta è già al collasso

Forte di questa previsione, nell'ultimo anno l'esecutivo ha accelerato l'operazione che coinvolge 7 istituti penitenziari, tre dei quali nell'isola, per un totale di 800 detenuti al 41-bis (240 in Sardegna). Secondo quanto riferito da Todde, durante l'incontro con Nordio dello scorso settembre, il ministro avrebbe assicurato che non si sarebbe proceduto senza accordo con la Regione e che sarebbero stati affrontate le criticità legate al personale penitenziario, il sovraffollamento e le spese sanitarie.

Come ricorda la Camera Penale di Cagliari, la struttura di Uta sta già collassando. "Al 31 agosto ospitava 748 detenuti nei circuiti di media e alta sicurezza, a fronte di 561 posti disponibili. A questi si aggiungono 80 detenuti sottoposti al 41 bis, 40 dei quali sono già arrivati". Una volta completati i trasferimenti, la popolazione dell'istituto potrà raggiungere 828 persone. Ma "il nuovo reparto non è un corpo separato dal resto del carcere. Le esigenze di altre 80 persone detenute inevitabilmente incideranno sui servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica".

Ma a nulla sono valsi gli allarmi di associazioni e amministrazione, le interrogazioni dei parlamentari sardi all'opposizioni e le mobilitazioni dei cittadini. Il governo ha deciso di portare avanti il progetto, ignorando le lettere – l'ultima a luglio – in cui la Regione chiedeva conto dei criteri sanitari, di pianificazione penitenziaria e sicurezza alla base di un così imponente trasferimento. 

Ora nell'isola si temono possibili infiltrazioni mafiose

Così la nuova struttura è stata inaugurata, con tanto di visita sorpresa di Nordio e ieri, i primi gruppi sono arrivati nell'isola. I detenuti sono partiti dall'aeroporti di Pomezia, a bordo di diversi aerei della Guardia di Finanza e sono atterrati, in tre fasi, nello scalo militare di Decimomannu. Per l'occasione, le strade e l'area attorno al carcere, che si trova nell'hinterland cagliaritano, è stata blindata.

"La Sardegna ha raggiunto il massimo storico di detenuti presenti negli Istituti penitenziari. Un numero destinato a salire ancora con l'arrivo dei 41bis a Cagliari-Uta ", ha commentato la presidente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme, Maria Grazia Caligaris, tra le prime a lanciare l'allarme. "I dati del ministero, 2.451 presenze al 31 agosto per 2.583 posti, nascondono due importanti realtà. Non vengono infatti conteggiati le 90 celle già occupate dai 41bis a Sassari-Bancali e i 300 posti ‘liberi' per lavori a Badu ‘e Carros. Quindi la Sardegna è ormai satura per numero di persone private della libertà ma nulla è cambiato per il personale medico, infermieristico e della sicurezza".

Dall'altra parte, le voci sarde della maggioranza scaricano la responsabilità sugli esecutivi precedenti. "L'attuale governo non ha fatto altro che collaudare e mettere in funzione, per dovere di efficienza e per non sprecare risorse pubbliche già spese, un'opera ereditata dal centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle", ha dichiarato il deputato FdI Salvatore Deidda.

All'emergenza sovraffollamento, si affiancano i timori per possibili infiltrazioni mafiose nell'isola. "Il metodo con cui il governo ha deciso di ignorare un’istituzione regionale eletta dai sardi è vergognoso. Da mesi chiediamo un tavolo di confronto sulla gestione del sistema penitenziario isolano. Da mesi non arriva risposta", dice Todde.

Todde a Fanpage: "Il governo usa l'insularità come alibi per scaricare le sue decisioni sulla Sardegna"

Ad oggi infatti, il governo non ha ancora spiegato come garantire, a fronte di un aumento della popolazione detentiva, personale, sicurezza e assistenza sanitaria adeguati. A farsi carico dei costi oltretutto, sarà la stessa Regione. "Non mettiamo in discussione l’utilità del 41 bis nella lotta alla criminalità organizzata. Mettiamo in discussione il fatto che oggi il sistema sardo si trovi a gestire un carico ulteriore senza personale adeguato, senza rafforzamento della sanità penitenziaria, senza un euro in più annunciato. Continueremo a chiedere, con ogni strumento istituzionale a disposizione, che lo Stato assuma le proprie responsabilità verso un’isola che non può essere trattata diversamente dal resto del Paese", prosegue.

Per la governatrice il principio dell'insularità, inserito in Costituzione allo scopo di riconoscere, rimuovere e compensare gli svantaggi di territori distanti dal resto della penisola, è stato paradossalmente usato come giustificazione per un'eccessiva concentrazione di detenuti ad alta pericolosità in Sardegna. "Il governo Meloni non può continuare a considerare la Sardegna un territorio su cui scaricare decisioni prese altrove, senza nemmeno la cortesia istituzionale di un confronto. L'insularità non può trasformarsi nell’alibi per essere trattati come un territorio a cui non si deve nulla", spiega.

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