Woke, Castellone (M5s): “Diritti sociali e civili mai in contrasto, sinistra smetta di parlare alle élite”

Intervista a Mariolina Castellone
senatrice M5s e vicepresidente del Senato
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Nel dibattito sulla ‘cultura woke’, aperto a sinistra da Giuseppe Conte, si inserisce la senatrice e vicepresidente del Senato Mariolina Castellone: “La riflessione del presidente Conte è stata in parte strumentalizzata, trasformata artatamente in una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali che non esiste e che certamente non appartiene né a lui né al M5s”. Secondo Castellone “Per troppi anni una parte del centrosinistra è sembrata vicina più alle élite che alle periferie”.

La riflessione sui danni provocati dagli eccessi della cultura ‘woke', rilanciata in Italia in questi giorni dal leader del M5s Giuseppe Conte, sulla scia delle prese di posizione negli Stati Uniti da Alexandria Ocasio-Cortez, ha coinvolto tutto il centrosinistra e ha costretto diversi esponenti del campo largo a fare un esame di coscienza. Quello che resta da capire è come si possano concretamente tenere insieme diritti sociali e diritti civili, senza che i primi vengano sacrificati dai secondi. Si tratta di ambiti strettamente interconnessi, visto che quasi sempre a fare le spese della mancanza di diritti civili sono le persone più fragili economicamente e che vivono ai margini.

Conte è stato criticato, perché accusato di voler mettere le due sfere in contrapposizione, al solo fine di ‘scalare' il campo largo, imponendosi come leader. Ma si tratta di un'interpretazione "miope, che sfocia nel ridicolo. Conte ha aperto un dibattito sull’identità del campo progressista e penso che sia giusto discuterne nel merito", ha detto la senatrice del M5s e vicepresidente del Senato Mariolina Castellone, intervistata da Fanpage.it.

Perché si sente l’esigenza oggi in Italia di prendere posizione sulla ‘cultura woke'? Il centrosinistra si è unito recentemente su battaglie comuni, con il salario minimo per dirne una. Allora perché Conte sostiene che a sinistra qualcuno si sia concentrato troppo sui diritti civili e troppo poco sulle diseguaglianze?

La riflessione del presidente Conte è stata in parte strumentalizzata, trasformata artatamente in una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali che non esiste e che certamente non appartiene né a lui né al M5s. Non si tratta affatto di mettere in discussione le battaglie per i diritti civili, che consideriamo irrinunciabili. Il punto qui è un altro: una forza progressista ha l’obbligo di tenere insieme l’emancipazione sociale e quella individuale. Se, giustamente, difendi una persona dalla discriminazione non puoi non occuparti di tutto il resto. Ad esempio, se essa ha un lavoro precario, se non può permettersi una casa o rinuncia a curarsi. Le libertà di un individuo vanno difese per intero, non solo in parte. La sinistra deve riprendere a fare questo, bisogna tornare a parlare alla persona nella sua interezza. Salario, salute, casa, ambiente, libertà di amare chi si vuole e diritto di decidere della propria vita sono battaglie che non possono né devono essere messe in conflitto tra loro, come invece fa la destra. È questa, a mio avviso, la cultura progressista che tutti insieme dobbiamo costruire.

Dove ha più sbagliato il centrosinistra in questi anni secondo lei?

Quando ha smesso di rappresentare fino in fondo chi aveva meno voce, chi volutamente era stato lasciato indietro. Emarginato. Per troppi anni una parte del centrosinistra è sembrata vicina più alle élite che alle periferie, i lavoratori poveri, i giovani sfruttati e sottopagati, le famiglie in difficoltà, nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Credo che proprio qui stia uno dei valori aggiunti che il M5s ha portato e continua a portare all’area progressista: noi a quei mondi abbiamo sempre parlato e soprattutto abbiamo provato a dare risposte concrete. Il tanto criticato e osteggiato Reddito di cittadinanza ha rappresentato la più grande misura di contrasto alla povertà e di redistribuzione realizzata nella storia dell’Italia repubblicana. Con il decreto Dignità abbiamo combattuto quella precarietà che, purtroppo, anche una certa sinistra ha alimentato: si pensi al pacchetto Treu e al Jobs Act. Durante la pandemia abbiamo difeso e rilanciato la sanità pubblica e abbiamo voluto che nel Pnrr ci fossero investimenti importanti a favore del Mezzogiorno. Lo dico senza remore: il Movimento ha dato un contribuito fondamentale su questi temi. Nella scorsa legislatura eravamo sostanzialmente soli a chiedere il salario minimo, mentre oggi questa è diventata una delle principali battaglie comuni delle opposizioni. La destra ha conquistato consenso offrendo spesso risposte sbagliate a problemi reali, noi dobbiamo fare esattamente il contrario: riconoscere quei problemi e offrire risposte puntuali. Quindi ridurre le diseguaglianze, redistribuire opportunità a chi per troppo tempo non ne ha avute, restituire dignità al lavoro e protezione ai più fragili.

In Italia, per esempio, è stato affossato dalla destra il ddl Zan e non esiste ancora una legge nazionale che regoli il suicidio assistito. E siamo ancora indietro sulla violenza di genere, sulle discriminazioni delle persone Lgbtq+ o sui diritti dei migranti. È corretto porre la questione in questi termini, facendo una sorta di gerarchia tra diritti sociali e diritti civili?

Assolutamente no. Non voglio vivere in un Paese in cui una donna sia costretta a scegliere tra la propria autonomia economica e la libertà del proprio corpo, o in cui una persona omosessuale sia protetta dalle discriminazioni ma costretta a lavorare per 6 euro l’ora. I diritti o sono universali oppure diventano privilegi. La nostra vera sfida è ricomporli: avere un salario dignitoso è libertà, potersi curare è libertà, non essere discriminati è libertà, poter costruire una famiglia è libertà, poter scegliere sul proprio fine vita è libertà. Semmai, dobbiamo evitare che alcune battaglie vengano raccontate attraverso un linguaggio così identitario da apparire estranee a una parte della società.

Lei pensa che il clima politico negli Stati Uniti sia sovrapponibile a quello italiano? Un altro leader del centrosinistra, Bonelli, ha detto che questo fenomeno, “il wokismo”, non c’entra nulla con il nostro Paese.

Stati Uniti e Italia sono realtà molto diverse tra loro e sarebbe sbagliato importare meccanicamente categorie nate oltreoceano, ma possiamo e dobbiamo interrogarci su un fenomeno che riguarda molte democrazie occidentali: la progressiva distanza tra una parte del mondo progressista e alcuni settori popolari. Se un operaio, una cassiera, un giovane precario o una famiglia che non riesce più a pagare l’affitto pensano che la sinistra non parli più di loro e arrivano a gettarsi fra le braccia della destra allora abbiamo un problema. Le parole possono essere discutibili, la frattura sociale invece è molto concreta. Sta a noi fare di tutto per provare a ricomporla.

Aprire un dibattito su questo non rischia di trasformarsi in un autogol? In questo modo non si finisce con l’offrire un ulteriore argomento alla propaganda della destra, sempre pronta ad accusare la sinistra di occuparsi di questioni marginali che interessano solo alle élites?

Sarebbe un autogol se il dibattito diventasse una caricatura: da una parte chi vuole abbandonare i diritti civili, dall’altra chi vorrebbe occuparsi soltanto di quelli. Io non mi riconosco in nessuna delle due posizioni. E non credo, francamente, che i nostri argomenti vadano scelti in base alla propaganda della destra. Al contrario, dobbiamo sottrarle una delle sue armi più efficaci. Meloni e i suoi provano continuamente a trasformare le fragilità sociali in una guerra tra ultimi: italiani contro migranti, lavoratori sottopagati contro cittadini poveri etc. Una cultura realmente progressista deve fare l’esatto contrario: spiegare che il problema non è chi ha meno diritti di te, ma chi concentra su di sé sempre più ricchezza, opportunità e potere. Questa per me è la battaglia decisiva.

Alcune malelingue dicono che l’obiettivo principale della lettera di Conte era quello di mettere in difficoltà Schlein. È così?

Si tratta di una lettura assolutamente miope, che sfocia nel ridicolo. Conte ha aperto un dibattito sull’identità del campo progressista e penso che sia giusto discuterne nel merito. Anche perché il centrosinistra non si rafforza se evita le differenze, ma se riesce a confrontarsi e poi a operare una sintesi. Schlein e Conte hanno storie e culture politiche differenti, è naturale che non dicano sempre le stesse cose. La vera maturità di una coalizione si misura proprio nella capacità di trasformare queste differenze in una proposta comune, non nel far finta che non esistano.

Per battere Giorgia Meloni ci vuole prima di tutto un programma. Su cosa bisogna puntare quindi?

Su poche grandi priorità, che siano però riconoscibili da tutti i cittadini. Io partirei da una gigantesca questione di giustizia sociale: lavoro dignitoso e salario minimo, sanità pubblica, casa, scuola e università accessibili, sostegno alle famiglie e ai giovani, politica industriale e transizione ecologica, contrasto alle diseguaglianze territoriali. E poi diritti e libertà. Tutti. Ma aggiungo un tema che considero fondamentale: bisogna restituire alle persone la sensazione che la politica possa cambiare concretamente le loro vite. Non basta essere contro Giorgia Meloni: dobbiamo riuscire a far comprendere agli italiani quale Paese vogliamo costruire nei prossimi dieci anni e perché la loro vita sarebbe migliore con noi al governo.

Lei continua a credere che le primarie siano lo strumento migliore per individuare una leadership?

Sì, soprattutto se vogliamo costruire una coalizione larga e non fare semplicemente una sommatoria dei partiti. Le primarie permettono di coinvolgere direttamente cittadini ed elettori nella scelta non soltanto di una leadership, ma anche di un progetto politico. Oggi più che mai abbiamo un enorme bisogno di partecipazione. Naturalmente, devono arrivare alla fine di un percorso: prima vengono la condivisione dei punti programmatici, le priorità e la visione del Paese. Poi, se ci sono più candidature e quindi sensibilità differenti, trovo molto più democratico chiedere agli elettori di scegliere che affidare tutto a un accordo tra gruppi dirigenti. Una coalizione che ambisce a governare il Paese deve fidarsi dei propri elettori.

Restano però alcune questioni irrisolte, soprattutto in politica estera. Conte, per esempio, sostiene che la linea di politica estera della coalizione di centrosinistra debba essere decisa dagli elettori con le primarie. Ma la segretaria del Pd non è d’accordo. Come se ne esce?

Come ho detto poc’anzi: confrontandosi prima di tutto sui principi e valori fondamentali. Ad esempio, non possiamo arrivare davanti agli elettori con una posizione ambigua sulle grandi questioni internazionali. Pace, politica europea, spese militari, ruolo dell’Italia nei conflitti sono scelte che incidono profondamente anche sul nostro modello di società. Bisogna quindi provare a costruire una posizione comune. Se però su alcune scelte strategiche rimanessero differenze vere, non troverei scandaloso farle emergere apertamente consentendo agli elettori di scegliere quale indirizzo debba prevalere. Sarebbe molto peggio, a mio avviso, giungere a un compromesso ambiguo tra pochi dirigenti e scoprire le divisioni il giorno dopo le elezioni.

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