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Opinioni
Lobby Nera: inchiesta sulla destra neofascista
1 Ottobre 2021
15:49

Il fascismo è ancora tra loro, ma la destra italiana fa finta di non vederlo

L’inchiesta di Fanpage.it sulla Lobby Nera della destra milanese e sui suoi legami con Fratelli d’Italia rivela il legame irrisolto tra la destra istituzionale italiana e il suo ingombrante passato. Che non se ne sia accorta, o che abbia fatto finta di non accorgersene, tocca a Giorgia Meloni archiviare definitivamente ogni deriva neofascista dal suo partito.
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Immagine Lobby Nera: inchiesta sulla destra neofascista

I saluti romani e gladiatori. I candidati di Fratelli d’Italia che si chiamano tra loro “camerati”, e rivendicano la loro identità fascista. I “boia chi molla” e le irrisioni a neri, ebrei e giornalisti sotto scorta perché minacciati da gruppi neonazisti. Le battute sulla birreria di Monaco in cui Hitler iniziò la sua ascesa politica verso la dittatura, la guerra e la Shoah.

No, ci dispiace, ma non riusciamo a cogliere la goliardia in tutto quel che abbiamo visto con gli occhi del nostro giornalista infiltrato nella destra milanese nei tre anni in cui è maturata l’inchiesta di Fanpage.it sulla “Lobby nera”.

E no, ci dispiace, non riusciamo nemmeno a tracciare una linea netta che marchi la differenza tra la destra istituzionale e in doppio petto, quella che siede nel Parlamento italiano ed europeo, e che governa città e regioni, e l’estrema destra neo fascista e neo nazista che prova a condizionarla e permearla.

Ancora: no, ci dispiace, ma non è un problema nostro, se non ci riusciamo. Semmai, a fronte di quel che è emerso nella prima puntata della nostra inchiesta, è un problema tutto di Giorgia Meloni e della leadership del suo partito, Fratelli d’Italia. Che si ritrova a dover fare i conti, ancora una volta, con un’eredità e un album di famiglia che riappare improvvisamente più vivo e vegeto che mai, a quasi trent’anni dalla svolta di Fiuggi di Gianfranco Fini e a 18 anni dalla visita in Israele dell’allora Presidente di Alleanza Nazionale, quella in cui definì il fascismo come “male assoluto”.

Oggi, di quel “fascismo come male assoluto” si sono perse le tracce. Rimane il fastidio e l’imbarazzo di Giorgia Meloni, che ci chiede di poter visionare tutto il nostro girato, come se esistesse qualche trucco di montaggio capace di trasformare una stretta di mano in un saluto romano, o un “cheese” in un “Berizzi”. Un saluto romano è un saluto romano, punto. E rimane tale, anche con quelle decine di ore di girato attorno. Glielo diciamo per evitare perda troppo tempo a cercare un trucco che non c'è. Poi faccia lei.

Rimane l’ipocrisia di Carlo Fidanza, che ancora oggi si definisce alieno a un mondo che, affinché fosse tale, avrebbe dovuto tener lontano da ogni evento elettorale e dallo staff della campagna elettorale dei suoi candidati consiglieri, cosa che non avviene.

E rimane lo sconforto nel vedere i due candidati consiglieri scelti proprio da Fidanza come suoi rappresentanti in consiglio comunale, Chiara Valcepina e Francesco Rocca, così disinvolti nell’indossare l’abito del fascista 2.0, che chiacchierano di immigrati da sterminare mentre sorseggia uno spritz, o che congeda la sua “allegra brigata nera” al grido di “boia chi molla”.

Nel migliore dei casi, è una catastrofe politica e culturale: quella di una leader che nemmeno si accorge che i neo fascisti da cui si vuole affrancare si sono agevolmente infiltrati nel suo partito a sua insaputa. Di un capo delegazione al parlamento europeo con un senso dell’umorismo e dell’opportunità imbarazzanti, che mentre dice di dover restare “pulitissimo” perché “nel prossimo anno e mezzo mi gioco tutto”, si diverte a fare la caricatura del fascista in doppiopetto in un evento pubblico nel quale chiunque avrebbe potuto riprenderlo con uno smartphone. Di un partito che per colpa del destino cinico e baro, finisce per imbarcare quei giovani e brillanti neo fascisti che a parole vorrebbe mettere alla porta.

Nel peggiore dei casi, invece, è qualcosa di molto più grave. È l’ipocrisia di una destra che non solo non ha fatto i conti col suo passato, ma che sta nascondendo – per paura o per opportunità – questo legame mai reciso ai suoi elettori e al resto del Paese.

In entrambi i casi, non è con noi che Giorgia Meloni se la deve prendere, ma con se stessa, per non essersi accorta di cosa succede nel suo partito, o per non averlo affrontato. Al contrario, lei e i suoi tantissimi elettori che nulla hanno a che spartire con fascismo e nazismo, dovrebbero ringraziarci per aver offerto loro l’opportunità di fare pulizia di tutti i residui di un passato impresentabile. Quel che abbiamo mostrato nella nostra inchiesta è di supremo interesse pubblico. Ma è soprattutto interesse loro. Non sprechino la possibilità di affrontare i loro demoni: certe occasioni non capitano due volte.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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