Il caso dei manifesti di Italia viva “censurati” dopo aver fatto arrabbiare Giorgia Meloni

La campagna per il 2 per mille portata avanti da Italia viva sta certamente raggiungendo il suo obiettivo, attirando più attenzione di quanto, probabilmente, avessero preventivato i suoi promotori. Il partito di Matteo Renzi ha lanciato da alcuni giorni la campagna "Quando c'era lei", una serie di manifesti satirici contro il governo Meloni. Ora però IV denuncia che gli sarebbe stato imposto di cambiare il contenuto dei messaggi promozionali, se vuole continuare a esporli nelle stazioni.
I manifesti si aprono tutti con "Quando c'era lei", un evidente rimando alle frasi ‘nostalgiche' dell'epoca fascista, come confermano anche il font e lo stile delle illustrazioni scelte. E poi aggiunge un dato negativo, che ribalta un luogo comune sul fascismo. Ad esempio: "Quando c'era lei i treni arrivavano in ritardo".
Il problema è che, stando a più di un retroscena di stampa, Palazzo Chigi non avrebbe gradito la campagna. In particolare, avrebbe fatto arrabbiare Giorgia Meloni il fatto che il manifesto sui treni in ritardo apparisse sui grandi impianti led delle stazioni – proprio vicino al tabellone degli orari, dove immancabilmente ci sono, in effetti, dei ritardi. Secondo le ricostruzioni, da Chigi sarebbe arrivata una segnalazione al ministero dei Trasporti, e da lì all'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Donnarumma.
A gestire le stazioni è Rete Ferroviaria Italiana, che affida le inserzioni pubblicitarie tramite la società esterna Grandi Stazioni Retail, che agisce in autonomia. E proprio questa società ha venduto a Italia viva lo spazio per la campagna: quattro giorni, per un costo totale di 20mila euro. Sui social, Matteo Renzi ha ironizzato: "Meloni sì è molto arrabbiata perché ci sono i cartelloni che ironizzano sui ritardi accanto ai tabelloni dei treni in ritardo. Giorgia non devi arrabbiarti con me per i cartelloni pubblicitari: devi arrabbiarti con Salvini per i treni in ritardo".
Fino a qui si parla solo di retroscena su una apparente irritazione dei vertici del governo per la ‘svista' degli inserzionisti delle stazioni. Tuttavia, il caso si è allargato quando Italia viva – cavalcando la polemica – ha chiesto a Grandi Stazioni Retail di prolungare la campagna pubblicitaria, in scadenza oggi per altri quattro giorni. Richiesta che, però, è stata respinta.
O meglio, la società avrebbe "imposto" a Italia viva di "cambiare il contenuto della comunicazione", stando a quanto ha dichiarato il deputato renziano Francesco Bonifazi, tesoriere del partito. Che ha annunciato: "Tuteleremo Italia viva in tutte le sedi, legali e istituzionali. È una palese violazione degli articoli 21 e 68 della Costituzione".
"Questa si chiama censura, ed è una vergogna. Chi l'ha deciso? Quanto conta l'irritazione che ha fatto trapelare Giorgia Meloni?", ha attaccato la senatrice Raffaella Paita. "Invece di impegnarsi a far funzionare i servizi, invece di pensare alle stazioni degradate e insicure, invece di migliorare il trasporto, si preoccupano di censurare il libero pensiero. Hanno occupato ogni nomina, ogni cda, ogni spazio e collaborazione con risultati imbarazzanti. Siamo alla fine dell'impero".
Da parte sua, la società Grandi Stazioni si è difesa con una nota: "La rimozione della singola immagine relativa ai treni – e non della campagna nel suo complesso – risponde alle disposizioni che prevedono che le attività pubblicitarie in stazione non siano lesive del contesto ferroviario", ha affermato, respingendo "ogni accusa di censura" e "precisando che la campagna continuerà a essere trasmessa per il periodo previsto".