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Idomeni: il campo profughi che è la vergogna d’Europa

Idomeni, probabilmente a breve si svuoterà e lo stesso scempio nascerà a ridosso di un nuovo muro, di un’altra frontiera, perché quell’attesa senza speranza in un posto in cui non sono garantite neppure le più basilari condizioni igieniche non è più sopportabile.
A cura di Redazione
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Siamo appena rientrati da tre giorni intensissimi trascorsi sul confine greco-macedone all’interno del campo profughi di Idomeni, insieme con i trecento attivisti, in larga parte italiani, che hanno animato la carovana di solidarietà "Over the fortress" partita il 25 marzo dai porti di Bari e di Ancona. Un convoglio composto da aiuti umanitari, farmaci, strutture mobili per portare elettricità. Una straordinaria manifestazione politica di vicinanza, solidarietà e speranza rivolta alle diecimila persone stipate da mesi tra il fango e i binari di una ex stazione dismessa, tutte in attesa di una risposta sul destino del loro viaggio verso l'Europa.

La storia di Idomeni è diventata tristemente nota perché il filo spinato che separa Grecia e Macedonia, si è trasformato più volte nelle ultime settimane nel teatro di brutali azioni repressive da parte della polizia di confine macedone sui corpi dei profughi che provavano a proseguire la marcia verso i paesi europei. La chiusura ermetica di quella frontiera, giorno dopo giorno ha finito per trasformare il campo in un immenso contenitore pieno di tutte le drammatiche storie che si sono messe in viaggio per scappare dalla guerra, dalle bombe e dalla fame. Nel campo profughi di Idomeni ci sono siriani, afgani, yazidi, iracheni, pakistani e curdi, quasi un terzo dell’intero campo, in fuga dal Rojava in seguito ai recenti bombardamenti turchi ed alla degenerazione degli eventi della guerra siriana.

Il 40 per cento degli abitanti del campo sono bambini e questo restituisce più di qualunque altro dato la percezione reale di chi siano le vittime privilegiate dello sbarramento coatto dei confini dell’Europa. Forse ci si potrebbe aspettare che posti come questi siano luoghi in cui i gruppi etnici e religiosi siano in conflitto tra loro.  Non è così, Idomeni è una discarica a cielo aperto, un incubo collettivo in cui  disperazione e speranza  sono l’unico minimo comune denominatore tra chi sta dentro. Aleppo, Damasco, Shingal, Efrin, sono solo nomi che indicano i punti di partenza di uno stesso destino e per l’intolleranza e i fondamentalismi di qualsiasi natura, non sembra esserci spazio di espressione.

La settimana scorsa l'Unione Europea e la Turchia hanno siglato l'accordo sulla gestione dell’emergenza rifugiati. Una iniezione di denaro – 6 miliardi di euro – nelle casse del governo turco in cambio della garanzia della deportazione di quasi tutti i profughi che sono riusciti a raggiungere l’Europa illegalmente all’interno di strutture collocate in territorio turco. Nell’accordo è specificato che il protocollo riguarda solo quelli che hanno raggiunto le sponde europee in modo illegale, dimenticando che, per chi i profughi, non esiste alcuna via legale per entrare in Europa. È paradossale che il ruolo di contenimento sia affidato proprio al governo di Erdogan, nonostante il fatto che in Turchia ci siano già due milioni di siriani che vivono in condizioni drammatiche e nonostante le sistematiche violazioni dei diritti umani e della democrazia praticate proprio dal governo di Ankara.

L'accordo siglato la scorsa settimana escluderebbe dai rimpatri solo alcuni tra i siriani e gli iracheni, ma si tratta di numeri molto piccoli a fronte della quantità degli uomini e delle donne attualmente in fuga verso l’Europa. Di fatti sono solo 72mila le persone che avrebbero diritto all’ipotetico “ricollocamento” nel vecchio continente. Ipotetico perché la gran parte dei profughi in questo momento sosta in zone in cui le strutture e gli uffici per inoltrare le domande di asilo, che devono comunque essere esaminate ed il cui esito non è affatto scontato, sono inesistenti o del tutto inefficienti. Idomeni è collocata proprio in una di queste aree. La Grecia ha deciso di sopperire a questa mancanza di strutture con una sorta di call center attivo su Skype che funziona solo in alcune ore del giorno e con pochissimi interpreti disponibili.

È surreale che in un campo in cui non c’è né elettricità né internet sia pieno di manifestini che spiegano in varie lingue come usare l’applicazione Skype. È questo l’unico modo attraverso cui i migrati dovrebbero fare domanda di asilo allo stato greco. Il sistema è già inceppato e  nessuno, anche tra gli aventi diritto, riesce ad inoltrare le richieste.  Nel campo non esiste quasi nessun tipo di assistenza legale e di supporto ai rifugiati nonostante la massiccia presenza di Ong e dell’Unhcr – alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. La nostra carovana è stata accolta dai rifugiati come il segno di una rinnovata attenzione alla loro condizione.

Le mete dei profughi sono tante e diverse: Germania e Svezia tra tutte. Ma per quasi tutti, adesso, basta semplicemente una sponda sicura dell’Europa, per raggiungerlo ognuno sta riscrivendo ancora una volta le proprie  mappe, le  nuove rotte che dopo lo sbarramento macedone avallato dall’Europa gli permetteranno di scampare allo scempio dei rimpatri. Una delle rotte possibili riguarda l'Italia: è probabile che dall’Albania ripartiranno le imbarcazioni che per mare porteranno migliaia di profughi in Italia. Tra i profughi di Idomeni  qualcuno ci ha raccontato di aver già pagato “il biglietto” ai nuovi scafisti per il viaggio: il costo sarebbe di duemila euro.

Idomeni, probabilmente a breve si svuoterà e lo stesso scempio nascerà a ridosso di un nuovo muro, di un’altra frontiera, perché quell’attesa senza speranza in un posto in cui non sono garantite neppure le più basilari condizioni igieniche non è più sopportabile. Questo è quello che tantissimi dei rifugiati del campo ci hanno raccontato quando ci stringevano le mani per ringraziarci della presenza e degli aiuti e con gli occhi lucidi cercavano da noi risposte sul proprio destino. Risposte che nessuno di noi aveva ma che abbiamo provato a sostituire con l’espressione più vera della solidarietà, con i sorrisi, con le mani strette alle madri e con le interminabili ed estenuanti ore trascorse a giocare nel fango con i bambini e le bambine.

Non è molto per chi ha perso tutto, ma serve quanto meno a dimostrare a queste donne e a questi uomini pieni di coraggio che esiste anche un’Europa diversa, solidale ed accogliente, un’Europa che rifiuta la brutalità delle frontiere e delle deportazioni e che avrebbe solo voglia dire a tutti che sono i benvenuti.

a cura di Eleonora de Majo e Stefano Di Stasio

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