Davvero vi aspettavate qualcosa di diverso, dal governo Draghi? Davvero vi servivanole nomine dei sottosegretari, per capire l’eterogeneità al limite del paradosso della maggioranza che sostiene questo governo? Davvero pensavate che potesse nascere un governo dei migliori nel contesto di un Parlamento come quello uscito dalle elezioni del 4 marzo 2018? Se davvero lo pensavate, cari tifosi e adepti del governo Draghi, e se ancora coltivate qualche residua illusione sulle virtù messianiche dell’esecutivo guidato dall’ex presidente della Banca Centrale Europea, ci tocca sottoporvi a un ulteriore, preventivo, bagno di realtà.

No, il governo Draghi non è l’antidoto al populismo e al sovranismo, né tantomeno la sua nemesi. È sostenuto, con più o meno convinzione, dalle forze politiche populiste e sovraniste e dentro quel sentiero si muoverà, inesorabilmente. Se cancella Quota 100, cade. Se cancella il reddito di cittadinanza o lo spazzacorrotti, cade. Se fa la patrimoniale, cade. Se mette tasse sull’inquinamento, cade. Se non respinge i migranti, cade. Continuate voi.

E no, nel caso ve lo steste domandando, il governo Draghi non farà nessuna grande e copernicana riforma, né ribalterà l’Italia come un calzino. Solo simulacri, semmai, quel tanto che basta a far arrivare i 209 miliardi del Recovery Plan da Bruxelles. Questo perché per fare una riforma fiscale degna di questo nome, bisogna combattere l’evasione e scontentare qualcuno, e nessuno vuole scontentare nessuno dopo un anno di emergenza sanitaria e nel pieno della peggiori crisi economica del secolo. Allo stesso modo, è difficile fare una riforma della pubblica amministrazione senza che i sindacati battano ciglio e portino la gente in piazza. E né Draghi, né la maggioranza che lo sostiene, vuole gente in piazza. Soprattutto, sapendo che tra pochi mesi si vota in tutte le grandi città italiane, e tra più o meno due anni per rieleggere il Parlamento. Sulla riforma della giustizia, attendiamo con ansia la sintesi tra Berlusconi e i Cinque Stelle. Pronostico: difficilmente grideremo al capolavoro.

Volete qualcosa in cui sperare? Sicuramente, in virtù della reputazione di Draghi, il tasso d’interesse di titoli di Stato che in condizioni normali sarebbero poco più che spazzatura, probabilmente rimarranno bassi fino a che non se ne andrà da Palazzo Chigi. E sempre grazie al nome che porta il presidente del Consiglio, sarà più facile che arrivino i soldi dall’Unione Europea, e magari – ma qui ci autodenunciamo per fideismo – che siano pure spesi con un po’ più cognizione di causa. Allo stesso modo, è possibile che la campagna vaccinale acceleri, ma solo perché è molto difficile possa rallentare ulteriormente. Dovesse accadere anche solo questo, potremmo ritenere soddisfatte le nostre più rosee aspettative.

Tutto questo salverà l’Italia? Ecco, spiacenti di deludervi di nuovo: no. Perché in un solo anno abbiamo perso 160 miliardi di prodotto interno lordo e il nostro debito pubblico è cresciuto di circa 150 miliardi. Per salvare l’Italia serve crescere, e tantissimo, nei prossimi anni. E farlo, per l’unico Paese che non è mai cresciuto sopra il 2% dal 2000 a oggi, l’unico insieme alla Grecia a non aver ancora recuperato i livelli di ricchezza pre-2008, è missione (quasi) impossibile. Anche per Draghi. Soprattutto, con la maggioranza che si ritrova.