La posizione di Leu sul nuovo governo Draghi e sull'eventualità di votare la fiducia, è ancora fumosa. Il sì in Parlamento insomma non è scontato e il rischio è che almeno una delle due componenti possa sganciarsi e votare per conto proprio. La presenza di Salvini nella maggioranza che sta prendendo forma in queste ore ha scombinato le carte in tavola e Nicola Fratoianni ha già detto che non si può governare insieme alla Lega, con un partito che "in questi anni, ripeto e sottolineo anni, ha espresso il peggio del nazionalismo, una nefasta internazionale sovranista, messaggi devastanti dai porti chiusi al richiamo all'identità del sangue, un impianto programmatico e valoriale impastato di una cultura patriarcale contro le donne, contro le libertà non solo quella dei migranti ma anche contro le libertà civili degli italiani".

Con questo peso oggi Liberi e Uguali – gruppo parlamentare che si è costituito a partire dalla lista elettorale composta da Articolo Uno, Sinistra Italiana e Possibile, nata a fine 2017 – si è presentata all'appuntamento con il premier incaricato a Montecitorio, per un confronto sul programma. Il Gruppo Liberi e Uguali Camera e la Componente Liberi e Uguali Senato erano rappresentati da Federico Fornaro (Articolo Uno) e Loredana De Petris (Si). Con Draghi non hanno discusso di ministeri o di formule, ma la questione decisiva è proprio la possibilità di governare con Salvini. "Noi ci siamo soffermati solo sulla parte programmatica. Ovviamente ci riserviamo di fare le nostre scelte quando avremo un quadro chiaro", ha spiegato De Petris, che non si è sbilanciata sulla questione dei veti, ma ha ricordato quali sono le priorità di Leu, e cioè blocco dei licenziamenti fino a fine pandemia, progressività del fisco, equità, lotta all'evasione, diritti umani.

Fonti del partito confermano che il profilo del governo non può essere quello di una maggioranza ampia con tutti dentro, e cioè anche con la Lega, anche se il nuovo esecutivo dovesse essere composto per la maggior parte da tecnici o ‘da figure di area' che gravitano attorno ai partiti. Sinistra italiana passerebbe quindi all'opposizione, qualora Draghi includesse i leghisti nella sua squadra di governo: "Se c'è Salvini non ci siamo noi". Un aut aut che non è nemmeno troppo distante dai malumori che alcuni esponenti del Pd stanno esprimendo in queste ore, nonostante Zingaretti abbia provato a ribaltare il punto di vista, per far digerire ai sui un governo con i sovranisti: "È Salvini che si è spostato, sull'Europa ci ha dato ragione". "Salvini sostiene che porterà in dote al governo l'esperienza della sanità lombarda. Ecco: è proprio uno dei motivi per cui vorrei che Draghi gli rispondesse di no", twitta l'europarlamentare dem Pierfrancesco Majorino, preoccupato sul suggerimento del Capitano sul modello Bertolaso, esportabile, a suo dire, dalla Lombardia al resto del Paese.

I dubbi sono tanti, ma nemmeno Articolo Uno ha ancora annunciato una presa di posizione netta. Il coordinatore politico nazionale del partito, Arturo Scotto, contattato da Fanpage, ha detto che "prima ancora di discutere del resto è necessario mantenere l'asse politico Pd-M5s-Leu. Le formule di governo sono secondarie. Abbiamo costruito in questi anni uno spazio unitario, se salta diventa molto complicato. Il rischio è di precludere la traiettoria alla sinistra per i prossimi anni".

Secondo Scotto "La destra ha una grande capacità di ripulirsi, e mentre Salvini è al governo, Fratelli d'Italia potrà scorrazzare nelle praterie lasciate libere dall'alleato". Ma questo, è il ragionamento, non significa che dopo il governo Draghi il centrodestra non potrà tornare a riunirsi. Del resto alle prossime elezioni amministrative e regionali FI, FdI e Lega hanno già annunciato che si presenteranno insieme.

"A noi interessa difendere il principio della sanità pubblica – ha aggiunto Scotto – dalle minacce di un fantasmagorico modello Bertolaso annunciato da Salvini. Abbiamo gestito bene la pandemia con il ministro Speranza". Ed è chiaro che il partito vorrebbe una sua riconferma. Dividersi adesso significherebbe disperdere il patrimonio acquisito in questi mesi dall'alleanza giallo-rossa. Se Leu si spaccasse adesso rischia di far implodere l'alleanza Pd-M5s e Leu, di cui è stata un elemento portante. E probabilmente a guadagnarci ancora una volta sarebbe solo la destra.