Il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, in un'intervista a Fanpage.it, sostiene che il Recovery Fund da 750 miliardi, annunciato ieri dalla presidente della Commissione Ue Ursula vin der Leyen, è un "primo passo che va nella giusta direzione". Commenta poi il voto della Giunta per le autorizzazioni e le immunità del Senato, che il 26 maggio ha votato contro la richiesta di procedere nei confronti di Matteo Salvini sul caso Open Arms: "Si è trattato di un voto politico. L'astensione di Italia viva fa parte dell'intento di Renzi di mettere costantemente sotto pressione la maggioranza e il governo".

Sull'esito del voto della Giunta per il caso Open Arms ha pesato l'astensione di Italia viva, che ha parlato di "valutazione tecnica" da parte dell'organismo del Senato. Si aspettava questa mossa? Con il capogruppo di Iv al Senato Davide Faraone avete condiviso l'esperienza a bordo della Sea Watch 3…

A proposito di questo voto penso che di tutto si possa parlare tranne che di "valutazione di carattere tecnico". Mi pare evidente che in questo, come in altri casi, il senatore Salvini abbia abusato apertamente delle funzioni e dei poteri pubblici, violando norme che hanno a che fare con il dovere del soccorso, che si conclude quando i naufraghi salvati vengono fatti sbarcare. Il voto in Giunta è stato un voto politico, e fa parte della strategia, perfino troppo chiara, di Italia viva, di mettere costantemente sotto pressione la maggioranza e il governo, e lanciare un messaggio al presidente del Consiglio Conte. Lo fanno pensare gli stessi argomenti utilizzati per giustificare il voto, quando dicono che è necessario accertare se Salvini, da ministro dell'Interno, abbia agito da solo o in accordo con il governo. Siamo di fronte a una manovra che ancora una volta passa sopra a questioni molto serie, che riguardano una violazione molto grave, avvenuta in questo caso sulla Open Arms, fondata sulla propaganda leghista, a danno della vita di persone vulnerabili.

L'intento di Renzi di indebolire il governo non potrebbe quindi contribuire a ostacolare gli obbiettivi che questa maggioranza si era data? La modifica dei decreti Sicurezza non è mai partita per esempio.

Questo è uno dei problemi di questa maggioranza, non è l'unico. Nello specifico, sui decreti Sicurezza arrivano più resistenze da parte del M5s. Il risultato è che viene rallentato il necessario cambiamento che questo governo si era imposto, che negli ultimi mesi è stato chiaramente bloccato anche dall'emergenza coronavirus. Il punto vero è che occorre riprendere il percorso di verifica programmatica attorno a una serie di questioni, percorso che era cominciato tra dicembre e gennaio. Se prima era necessario cambiare passo, di fronte agli effetti economici e sociali di questa drammatica crisi è ancora più urgente.

La regoralizzazione dei migranti è stata definita dalla ministra Lamorgese un primo step, un provvedimento che non veniva fatto da 9 anni. Voi come la valutate?

Non c'è dubbio, si è trattato di un passo avanti, era qualcosa che in questo Paese non era nemmeno possibile pronunciare. Stiamo parlando di vite reali, della possibilità di far emergere dall'invisibilità, dall'area grigia dell'assenza dei diritti, persone in carne e ossa. È un fatto molto importante. Però anche in questo caso l'iniziativa del governo ha pagato il prezzo di una certa assenza di coraggio, perché subisce ancora troppo la pressione dell'offensiva delle destre. L'idea di collegare in modo così schematico la regolarizzazione al contratto di lavoro rischia di far passare l'idea che concediamo diritti quando servono braccia. E questo è abbastanza inaccettabile.

Oggi si attende il voto di fiducia sul decreto Scuola. Sui precari una parte del Pd pensa che avete votato un accordo al ribasso, piegandovi sostanzialmente ai Cinque Stelle. 

Io francamente non penso che siamo andati incontro alle richieste del M5s. È un accordo migliorativo rispetto alle proposte che la ministra dell'Istruzione Azzolina ha cercato di imporre, e cioè un test a crocette, a risposta multipla, del tutto inadeguato, e un concorso a luglio, quando ancora saremo in pieno rischio pandemia. Noi abbiamo lavorato perché questo non avvenisse. Certo come sempre si sarebbe potuto ottenere un risultato più ampio, ma la verità è che l'alternativa a questo accordo era tornare alla proposta della ministra. In questo contesto, con questi rapporti di forza, non mi sembra un risultato così negativo. Anche sulla base dei fondi che arriveranno con il Recovery fund noi continueremo a porre il tema degli organici di diritto: ci vuole un piano straordinario pluriennale di assunzioni nella scuola, servono più insegnanti. Questa è una risposta di prospettiva al problema dei precari.

Il Recovery fund, con 173 miliardi, di cui 82 a fondo perduto, è forse più di quanto l'Italia potesse sperare. A questo punto si riuscirà a convincere i Paesi ‘frugali'?

Quello che è accaduto ieri a Bruxelles è un fatto positivo. Finalmente la strada imboccata è quella giusta. È una risposta ancora insufficiente, rispetto alla gravità della situazione economica del nostro Paese, però ci sono risorse a fondo perduto, che vengono quindi erogate non in forma di prestito; strumenti a garanzia del debito, che si chiamino Coronabond o Eurobond poco importa,  di fatto alludono all'emissione di titoli comuni del debito; un incremento significativo del bilancio europeo in grado di intervenire direttamente in situazioni d'emergenza. Occorre adesso battersi per evitare che il veto dei Paesi nordici, e l'iniziativa delle varie forze nazionaliste, blocchino anche questo risultato. Bisognerebbe chiederlo a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni cosa faranno i loro amici nazionalisti in giro per l'Europa, che sono i più attivi contro una soluzione che va nell'interesse nazionale.

Questa proposta probabilmente non sarebbe stata possibile senza l'accordo tra Francia e Germania sui titoli di debito comune. È il segno che qualcosa sta cambiando?

Io credo di sì, c'è una nuova consapevolezza. Fino a qualche anno fa, durante tutta le gestione della crisi del 2008, la scelta principale è stata quella di imporre politiche di austerità che hanno in tutta evidenza peggiorato la situazione del malato invece di curare le ferite aperte. Se la tendenza in passato è stata quella di costruire un meccanismo di puro egoismo nazionale, la mia impressione è che oggi si comincia finalmente a capire che il grado di integrazione è talmente rilevante da sconsigliare scelte di queste tipo. Perché il danno economico che queste scelte potrebbero provocare inciderebbe anche su quei Paesi che da queste situazioni pensavano di poter trarre solo vantaggi.

Una sua vecchia battaglia è quella della Certosa di Trisulti. Dopo la decisione del Tar del Lazio la Dignitatis Humanae Institute (DHI), legata a Steve Bannon, rimarrà nella struttura. Ora il Mibact ricorrerà al Consiglio di Stato. Cosa contestate?

Stiamo parlando di un bene comune, che fa parte del nostro patrimonio storico, culturale e artistico, che è stato sottratto alle comunità e al territorio con l'assegnazione a una fondazione, che non solo non possedeva tutti i requisiti necessari per poter accedere a quel bando, ma soprattutto in modo dichiarato intende utilizzare questo spazio per un'attività che nulla ha a che vedere con la vocazione di quei luoghi. L'idea di costruire lì l'accademia del sovranismo internazionale, l'accademia dell'ultradestra, è aberrante. Bene ha fatto il ministero a ricorrere al Consiglio di Stato. Purtroppo la procedura di revoca di quel bando, di quell'assegnazione, che io ho lungamente sollecitato con numerosi atti ispettivi in Parlamento, non è stata fino ad ora sufficiente a contribuire all'esito positivo della vicenda. Per quanto mi riguarda continueremo a tenere il faro acceso.