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Fratoianni a Fanpage: “La Cassazione sul dl Sicurezza ci dà ragione, nel Paese c’è clima preoccupante”

La relazione della Corte di Cassazione mette in discussione moltissime delle norme inserite nel decreto Sicurezza dal governo Meloni. Per Nicola Fratoianni, contattato da Fanpage.it, la Corte “conferma quello che noi avevamo denunciato, purtroppo”. Questo e altri casi mostrano il “clima preoccupante che respiriamo nel Paese”, ha detto.
A cura di Luca Pons
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La Corte di Cassazione ha diffuso una relazione sul decreto Sicurezza, diventato legge poche settimane fa, e il risultato assomiglia molto a una bocciatura per il governo Meloni. Da una parte, i giudici hanno contestato il fatto che il governo abbia preso una proposta di legge che era in Parlamento da tempo, su cui stava lavorando il Senato, e l'abbia trasformata in un decreto per accelerare i tempi, ma senza una chiara ragione. Dall'altra, hanno spiegato punto per punto cosa cambia dal punto di vista penale, sollevando moltissimi dubbi e critiche su tanti degli interventi all'interno della legge. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, ha risposto alle domande di Fanpage.it sul caso.

La relazione della Cassazione è decisamente dura contro il decreto Sicurezza, sia su come è stato approvato, sia sui suoi contenuti. Voi avete contestato il dl già quando era in Parlamento: sente che la Corte vi ha dato ragione?

Purtroppo la relazione della Cassazione conferma tutte le nostre preoccupazioni, tutto ciò che abbiamo denunciato nella lunga stagione che ha accompagnato prima il ddl Sicurezza e poi il decreto, quando è stato trasformato. Dico purtroppo perché uno spera sempre di sbagliarsi, ma la verità è che avevamo ragione. Sono preoccupazioni di merito, naturalmente, perché si tratta di un decreto che limita pesantemente le libertà civili e democratiche; ma sono anche preoccupazioni che riguardano il metodo.

È del tutto evidente che non esistevano i requisiti di necessità e urgenza. Il governo ha scelto di utilizzare lo strumento del decreto solo come risultato del mercimonio tra le forze della maggioranza. Il congresso della Lega richiedeva urgentemente uno scalpo da consegnare al vicepremier Salvini, e quello scalpo è diventato il decreto Sicurezza. Con un procedimento accelerato che però nulla che aveva a che vedere con l'urgenza.

Vi aspettate che il governo prenda atto delle critiche della Cassazione? Un passo indietro, una modifica alle norme considerate più problematiche?

No, non ce lo aspettiamo in alcun modo. Il governo è andato dritto di fronte ai rilievi numerosissimi e molto significativi che sono stati espressi durante il lunghissimo ciclo di audizioni che ha accompagnato la discussione prima sul ddl e poi sul decreto; sono stati rilievi molto pesanti, molto circostanziati e innumerevoli, da parte dei massimi esperti del settore.

Il governo se n'è infischiato di loro come si è infischiato dell'opposizione che larghi settori della società civile hanno dimostrato di fronte a questo decreto. Quindi, temo che anche questa volta da parte del governo non ci sarà alcuna reazione.

Se poi dovesse arrivare una sentenza della Corte costituzionale? Le richieste di ricorso non sono mancati già nelle prime settimane in cui il decreto è stato in vigore.

Se e quando dovesse arrivare un pronunciamento della Corte costituzionale, ovviamente cambierebbe la musica.

Il decreto Sicurezza inasprisce o crea numerosi reati, che rischiano anche di limitare il diritto di manifestare o punire il dissenso politico – lo ha detto la stessa Cassazione. Questo, insieme al silenzio sul caso Paragon e all'infiltrazione di agenti di polizia in Potere al popolo, tra le altre cose, è preoccupante? 

La relazione, al di là del merito di questo caso specifico, conferma il clima preoccupante che respiriamo nel Paese su molti fronti. Dall'informazione, al decreto Sicurezza, ad alcune delle ipotesi di riforma costituzionale; dalla separazione delle carriere che mira a subordinare i pm al potere politico, al premierato, che immagina un modello di Stato in cui il potere subisce una verticalizzazione molto significativa. I segnali sono tutti concordi. E questo processo va in ogni modo contrastato.

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