Smartphone vietati ai bambini fino ai 3 anni, poi l'uso aumentato gradualmente fino ai 12 anni. Sempre con il controllo dei genitori o di un adulto. Pena sanzioni salatissime. La proposta di legge è stata presentata alla Camera dei deputati e, tra i firmatari, c'è l'ex ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti. Il parlamentare ha spiegato a Fanpage.it qual è l'obiettivo della legge che propone insieme ai suoi colleghi e perché c'è bisogno di un provvedimento che obblighi i genitori a vigilare su cosa fanno i propri figli con gli strumenti digitali.

Qual è l'obiettivo di questa proposta di legge?

Innanzitutto proporre un tema nel dibattito politico e cioè quello dell'uso responsabile e consapevole soprattutto degli smartphone, ma dei device in generale, per i bambini. Ormai la ricerca lo dimostra in tanti modi, ma anche l'esperienza diretta di tanti i genitori che cominciano a notare effetti lesivi dello sviluppo emotivo e anche cognitivo degli studenti, ragazzi, figli, quando non fanno un uso consapevole di queste tecnologie. Bisogna capire a cosa servono e poi limitarne l'uso nel tempo, perché una esposizione prolungata può avere un'incidenza negativa sullo sviluppo cognitivo in generale di un bambino. La proposta prevede una serie di modalità, vietando l'uso ai minori di 3 anni, che ci sembra il minimo sindacale, e poi regolandone l'uso in maniera responsabile fino a un'età di 12 anni. Poi l'individuo avrebbe dovuto acquisire quelle competenze e conoscenze per poterne fare uso in maniera consapevole.

Questa proposta non rischia di essere anacronistica? Oggi l'accesso alla rete è disponibile ovunque, con moltissimi strumenti che fanno parte della vita quotidiana degli adulti e dei bambini…

Oggi abbiamo sicuramente tante modalità di accesso alla tecnologia digitale che non sono limitate agli smartphone, quindi è estremamente complesso riuscire a regolare tutto. È pur vero che lo smartphone è costantemente con noi, e per questo ha una facilità di accesso, una continuità di presenza, che non ha nessun altro oggetto digitale. In questa proposta di legge ci concentriamo sullo smartphone, ma l'importante è generare una riflessione pubblica, anche se non dovesse avere esito o dovesse evolvere e migliorare nel tempo. È fondamentale porre il tema, perché siamo una generazione di mezzo per cui l'accesso alle informazioni e alla comunicazione digitale avviene in una maniera esponenzialmente superiore rispetto alla consapevolezza, lo vediamo anche negli adulti. Molte persone perdono tempo su internet, non sono utilizzatori consapevoli perché non sono stati mai educati a utilizzare questa risorsa nella maniera più costruttiva.

La proposta prevede anche delle sanzioni per chi non rispetta le regole, è vero che chiunque può segnalare violazioni alle autorità?

Non è vero che si creano situazioni in cui ci possono essere delazioni o comportamenti simili. Semplicemente ogni proposta di legge che impone delle regole deve avere un elemento sanzionatorio, altrimenti è una proposta di legge che non ha senso. Potremmo discutere se la sanzione è o meno quella corretta, io sono apertissimo ed ero tra coloro che avevano un atteggiamento più soft da questo punto di vista. Ma qualunque giurista direbbe che una legge che impone delle regole senza sanzioni è una legge priva di efficacia. Potremmo parlare del come effettuare un monitoraggio, cosa molto difficile, e se quelle sanzioni sono efficaci o eccessive.

Sarebbero anche vietati gli smartphone nelle scuole? Fino a alla seconda o terza media?

No, non viene vietato l'utilizzo nelle scuole perché la legge dice che l'utilizzo di questi device sotto i 12 anni deve avvenire sempre attraverso il coordinamento di una persona adulta. C'è un limite temporale, ad esempio di 4-5 ore al giorno, per l'utilizzo dello smartphone sotto i 12 anni. Non è che sia poco, ma statisticamente noi vediamo che quello che emerge è che tanti ragazzini ci perdono molto più tempo. Il genitore deve avere l'idea che quel tempo è il massimo, che dopo si deve dire altro. E anche a scuola è lo stesso. A scuola non si devono utilizzare gli smartphone senza il coordinamento di un insegnante, ma si possono usare i tablet e altri strumenti nel contesto di una scuola digitale integrata.

Serve imporre una legge con obblighi e sanzioni? Non basterebbe fare più educazione digitale?

Da ministro dell'Istruzione sono stato il primo nella storia d'Italia a istituire l'educazione all'uso consapevole degli strumenti digitali nel curriculum scolastico. Ovviamente è insufficiente, non basta. Ci deve essere anche una regolamentazione nazionale. Quando si introducono nuove tecnologie non si vedono gli effetti che possono avere, poi è giusto anche rifletterci. Nella storia è sempre così. Riflettiamo su come possano essere utilizzate meglio. Non siamo passati alla norma senza aver fatto il lavoro prima, io ho fatto un lavoro importante da ministro, ora ritengo che una norma possa essere utile anche se ci fa soltanto parlare di questo tema.

Da ex ministro dell'Istruzione cosa ne pensa della gestione della scuola nell'ultimo anno, dall'inizio della pandemia di Covid?

È stato un balletto un po’ retorico: inizialmente si è fatto poco e male sulla scuola, nei primi mesi della pandemia, poi si è andati nella direzione opposta. Prima tutto chiuso per troppo tempo, poi riaprire tutto e riaprire subito. Andavano fatti interventi strutturali per garantire la riapertura delle scuole in sicurezza. La riduzione del numero di studenti nelle classi, un maggior numero di personale altrimenti non riesci a separare i gruppi e poi intervenire tecnologicamente con un sistema di areazione e sanificazione dell’aria nelle classi. L’aria nelle nostre aule è estremamente viziata, non solo con il rischio Covid, ma anche per la concentrazione di Co2 e di altri gas inquinanti prodotti dalle automobili e dai riscaldamenti, che incidono sulla salute degli studenti da sempre. Queste tre cose non sono ancora state fatte e mi rammarica moltissimo.

E sulla gestione dell'università?

La distanza all’università è più tollerabile che a scuola, perché prevede un percorso di apprendimento molto diverso, l’elemento della socialità non è cardinale. Anche sull’università si è fatto poco, e lo dimostra il fatto che si continui a non investire in ricerca, lo vediamo anche dal Pnrr. Se noi non puntiamo sulla ricerca non riusciremo mai a gestire nessuna crisi, a partire dal fatto che non riusciamo a produrre un vaccino italiano, anche perché la ricerca sui vaccini in Italia, così come la ricerca in generale, è molto indietro rispetto al resto del mondo.

Ha parlato del Pnrr, che ne pensa dei fondi stanziati per la scuola?

Nel Pnrr ci sono fondi importanti per la scuola, ma non sono fondi in spesa corrente, cioè non ci si possono pagare gli insegnanti, le attività degli studenti. È importante, ma la scuola non sono le pareti, non sono i laboratori, sono le persone che la compongono, è paradossale che potremmo trovarci tra qualche anno con scuole molto più belle ma vuote, senza insegnanti o con insegnanti non formati. Da questo punto di vista io non mi preoccupo tanto del Pnrr, quanto dell'investimento che verrà fatto in Legge di Bilancio sulle spese vive della scuola. È su quello che siamo indietro da sempre: personale poco formato, troppi precari, pochi insegnanti di ruolo.

E dei fondi stanziati per la ricerca?

Sulla ricerca purtroppo anche il Pnrr investe poco, un quarto o un quinto di quanto chiedeva il piano Amaldi, che a detta di tutti gli scienziati italiani era il minimo sindacale per riuscire gradualmente a recuperare il disavanzo tra l’Italia e il resto d’Europa nella spesa media per abitante in ricerca. Soprattutto per la ricerca di base. La ricerca applicata è importantissima, però si riesce a fare in tante modalità, anche progettistica e partenariato con le imprese. Quello che manca molto spesso in Italia è la possibilità della ricerca pura, che porta alle grandi rivoluzioni che abbiamo conosciuto negli anni passati. Su questo siamo completamente indietro, e non lo dico io, lo dice la comunità scientifica.