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25 Novembre 2021
07:00

Femminicidio, donne uccise non denunciano violenze: solo il 15% lo fa, il 63% non parla con nessuno

In occasione del 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, la commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha presentato la Relazione sui femminicidi in Italia.
A cura di Annalisa Cangemi
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Nel biennio 2017-2018 il 63% delle donne vittime di femminicidio non aveva parlato con nessuno delle violenze subite, e appena il 15% delle donne uccise aveva denunciato precedenti violenze o maltrattamenti. Questo significa che le donne vittime di violenza non vengono intercettate dalle istituzioni. Sono dati allarmanti contenuti nella Relazione sui femminicidi in Italia, realizzata dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, presieduta dalla senatrice Valeria Valente (Pd). La relazione è stata presentata ieri pomeriggio in Senato in vista del 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, al convegno ‘Donne uccise dagli uomini: i numeri di una strage. Dove sbagliamo?'.

Ad aprire i lavori è stata la presidente del Senato Elisabetta Casellati: "I femminicidi non sono omicidi qualsiasi: sono donne uccise in quanto donne, vittime di una violenza che si nutre di ignoranza, pregiudizi e omertà. La violenza di genere è probabilmente il tema di cui mi sono occupata di più in tanti anni di attività professionale, impegno politico e al servizio delle istituzioni".

"Quella che ci unisce anche oggi è una battaglia di libertà, giustizia e civiltà che non possiamo permetterci di perdere – ha aggiunto la presidente di Palazzo Madama – È da affrontare insieme in difesa di ogni donna costretta a vivere inaccettabili condizioni di paura, pericolo, solitudine o vergogna".

Il lavoro si concentra unicamente su casi emersi nel 2017 e nel 2018, un periodo antecedente al 2019, anno in cui sono state approvate la legge 33/2019, che stabilisce l’inapplicabilità del giudizio abbreviato agli omicidi, e la legge sul Codice Rosso. Ma si è scelto di approfondire quel biennio perché, a seguito di una valutazione di tutti i fascicoli acquisiti, per i 211 procedimenti penali su omicidi compiuti da uomini, che hanno prodotto 216 vittime donne, le indagini sono già concluse (non c'è più il segreto investigativo), e si è arrivati a una sentenza almeno di primo grado.

"La relazione sui femminicidi che presentiamo al Senato è un prodotto unico, un'analisi minuziosa e preziosa fatta sui fascicoli giudiziari, non sulle sole sentenze, come invece avviene per prassi negli altri paesi europei", ha detto la senatrice M5s Cinzia Leone, vicepresidente della Commissione d'inchiesta sul Femminicidio. "Dalla Relazione emergono dati allarmanti, su questo fenomeno esteso e drammatico bisogna intervenire con la prevenzione, la formazione e la conoscenza. Il Movimento 5 Stelle nel 2019 ha dato una risposta legislativa con il Codice Rosso, che ha portato risultati importanti. Adesso è il momento di capire cosa migliorare ulteriormente". 

"I risultati dell'indagine – si legge nella relazione – danno conto della dinamica degli eventi (ivi comprese le modalità del femminicidio), dei fattori di rischio (valutando anche eventuali denunce della vittima precedenti alla sua uccisione), della distribuzione territoriale del fenomeno, oltre ad esaminare le caratteristiche sia degli autori che delle vittime, nonché lo svolgimento delle indagini ed i relativi procedimenti penali (es. rito abbreviato, archiviazioni ecc.) ivi comprese le sentenze di condanna, riguardo alle quali sono state anche esaminate l’entità e le modalità di determinazione della pena".

I numeri di una strage

Ha collaborato al dossier anche Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell'Istat: "I femminicidi sono gli omicidi delle donne in quanto donne, e sono l'espressione della volontà di dominio e di possesso dell'uomo sulla donna. Nel 30% dei casi esaminati l'uccisione della donna avviene in modo efferato". I femminicidi sono stabili negli anni, non diminuiscono, per cui è inevitabile chiedersi cosa bisogna cambiare nella nostra legislazione e soprattutto come attuare una vera e propria rivoluzione culturale. "Avvengono ovunque, in piccoli centri, medi e grandi, al Nord, al Centro e al Sud. Possono sembrare di più nei piccoli comuni, semplicemente perché la maggior parte della popolazione italiana vive nei piccoli comuni. Sostanzialmente i femminicidi sono distribuiti in modo abbastanza omogeneo. Colpiscono giovani, adulte e anziane, anche se di queste ultime ne sentiamo parlare poco, perché in generale sono meno trattate dai media", ha detto Sabbadini nel suo intervento.

Nella maggior parte dei casi poi vittima e carnefice appartengono alla stessa comunità: le straniere però sono più colpite delle italiane e gli autori stranieri sono in proporzione di più degli autori italiani. Avvengono prevalentemente nelle coppie di conviventi o di fidanzati (57% dei casi), anche se la maggior parte delle coppie in cui avviene un femminicidio vive sotto lo stesso tetto.

Nel 12,7% ad uccidere sono gli ex, poi ci sono i figli che uccidono le madri (9%), e per questo genere di delitti non ci sono mai denunce, perché le madri subiscono in silenzio. Anche i padri che uccidono le figlie (4,9%), in misura minore parenti e conoscenti. Nel 40% dei casi dietro al femminicidio c'è una separazione, anche se questa non è necessariamente avvenuta, "ma dagli atti si evidenzia che era stata in qualche modo annunciata dalla donna, come volontà", spiega Sabbadini "anche se nella maggioranza dei casi non risulta questo elemento. E questo ci dice due cose: che nel momento in cui si attiva un tentativo di indipendenza da parte delle donne c'è la reazione violenta, e che anche se non si innesca il meccanismo di autonomia può verificarsi una reazione violenta". Quindi anche nei casi in cui la donna è completamente sottomessa può rischiare la morte.

Molto frequente anche il suicidio dell'autore: dei 192 autori oggetto di questa analisi ben 67 (il 34,9%) si sono infatti tolti la vita. La maggior parte degli autori di femminicidio con un porto d'armi si uccide, oltre ad uccidere la propria compagna.

Nei casi di femminicidio analizzati il 64% degli autori ha confessato davanti alle forze dell’ordine. Dei 192 autori – esclusi quelli non identificati e quelli che si sono suicidati – il 30,2% (42 su 139) è fuggito dopo il crimine, in 3 casi hanno chiamato le forze dell’ordine pur essendo fuggiti. Il 44,6% (62 casi su 139) si è fatto trovare sul luogo del femminicidio e tra questi il 26% ha chiamato le forze dell'ordine. Nell'1,4% dei casi l’autore si è costituito.

I femmicidi sono un dramma anche per gli orfani

I femminicidi sono un dramma non solo per le donne ma anche per i loro figli. Nel biennio considerato ci sono stati 169 orfani: un terzo è rimasto orfano anche del padre. Come risulta dai fascicoli che sono stati analizzati la maggioranza aveva assistito alla violenza. Alcuni bambini hanno anche trovato il corpo della madre uccisa, ed erano presenti al momento del femminicidio. "La loro vita sarà segnata profondamente", ha sottolineato Sabbadini, "e nemmeno le l'amore che ricevono successivamente da chi si prende cura di loro dopo la morte della mamma riesce a guarirli. Sono ferite non rimarginabili".

In un quadro dei casi questi bambini erano figli soltanto della donna uccisa, nei restanti tre quarti erano figli anche dell'autore del delitto. Questo quadro può portare alla trasmissione intergenerazionale della violenza: dalle tutte le ricerche nazionali e internazionali è emerso che hanno una probabilità maggiore di diventare autori di violenza nei confronti delle proprie compagne uomini che hanno assistito alla violenza nei confronti della propria madre. Gli studi di criminologia confermano che il bambino che assiste alla violenza ha una probabilità molto più alta di diventare autore di violenza da grande, e la bambina che assiste alla violenza ha una probabilità maggiore di diventare vittima. "Le violenze di oggi significano violenze di domani per una parte di questi bambini, che interiorizzeranno quel modello maschile", ha ribadito Sabbadini.

Le forze dell'ordine spesso sottovalutano i casi di violenza

Il 37% delle donne che confessa di essere vittima di violenza si rivolge soprattutto ad altre donne, amiche; poi alla madre, alla sorella, se c'è, quindi a parenti donne, e solo successivamente a uomini, come il padre. Solo il 9% si rivolge a un legale; ma quando ciò avviene si cercano legali donne, per lo più civiliste e non penaliste. Ai centri anti violenza si rivolge solo il 2,5%.

Spesso le donne che denunciano alle forze dell'ordine le violenze subite dichiarano di temere per la loro vita e per quella dei loro figli. Avviene nell'80% dei casi esaminati nella relazione, eppure le donne non vengono capite o le loro paure vengono minimizzate. Significa quindi che avevano ragione, eppure non sono sufficientemente ascoltate e credute. Le poche che denunciano lo fanno più volte, elemento che dimostra un'escalation della violenza. Dai dati emerge che in media dalla prima denuncia al femminicidio passano in media due anni e quattro mesi, un periodo lunghissimo in cui si potrebbe tentare di fare qualcosa per strappare le donne al loro destino.

Tre le criticità segnalate dalla relazione, che sono determinate da un approccio culturale retrogrado, c'è infatti la sottovalutazione dei segnali: le forze dell'ordine non riescono a distinguere tra violenza domestica e lite familiare. In molti casi però non vengono nemmeno fatte le indagini, oppure non vengono emesse le misure cautelari.

Da parte degli avvocati della difesa viene richiesto spesso il vizio totale o parziale di mente: dalla relazione emerge che soltanto il 30% poi viene accordato. "Questo dato smentisce quello spesso viene detto dai media, e cioè che chi commette un femminicidio han problemi mentali o ha avuto un raptus. Questi autori sono passati al setaccio e solo a una minoranza di quelli che la richiedono l'infermità mentale viene accordata. Questi dati rompono molti stereotipi", ha spiegato ancora Sabbadini.

Nel 2020 i femminicidi sono stati 106 (quasi 9 al mese)

Da quanto emerge dal database del Viminale dedicato agli omicidi risulta che nel 2020 i femminicidi, secondo questa definizione, sono stati 106 (quasi 9 al mese) su 116 vittime in totale. Si tratta dell'8% in più rispetto all'anno prima.

Dei 10 non considerati tra i femminicidi, 5 sono omicidi di donne imputabili a motivazioni economiche o a reati di rapina o all'ambito degli stupefacenti (3 da conoscente e 2 da sconosciuto) e 5 sono omicidi commessi da sconosciuti che non presentano un motivo riconducibile all'omicidio di genere né alla vulnerabilità della vittima. I dati sono diffusi dall'Istat nel rapporto ‘Gli effetti della pandemia sulla violenza di genere'. Delle 116 vittime donne, il 34,5% è stata uccisa con un'arma da taglio, il 25,9% con un'arma da fuoco, ben il 12,9% con percosse e il solo uso delle mani, l'8,6% con arma impropria mentre il 18,1% è stata uccisa in altri modi, ad esempio per asfissia e strangolamento e in pochi casi per avvelenamento.

Le nuove misure del governo

"C'è grande impegno del Viminale nei confronti di questo fenomeno odioso. Oggi ci siamo incontrate anche con Carfagna e Gelmini. C'è una grande responsabilità da parte delle nostre strutture per portare avanti iniziative anche dal punto di vista legislativo per arrivare al Consiglio dei ministri con un pacchetto ad hoc", ha detto la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, intervenuta al convegno.

La ministra dell'Interno ha poi riportato i dati raccolti delle forze di polizia relativi al 2021: dal 1 gennaio al 21 novembre gli omicidi con vittime donne sono 109 su 263 totali. Delle 109 vittime 93 sono state uccise in ambito familiare: di queste 63 hanno trovato la morte per mano del partner o dell'ex. "Questi odiosi omicidi rappresentano un'emergenza sociale, di fronte alla quale bisogna privilegiare un approccio in chiave preventiva", ha sottolineato la titolare dell'Interno. "Un omicidio non nasce mai all'improvviso, ci devono essere necessariamente dei segnali che non vengono colti per disattenzione. Ogni donna deve perseguire sempre il rispetto verso se stessa, in tutte le sue manifestazioni", ha concluso Lamorgese.

Se è vero che la violenza di genere non si combatte solo con le legge, e che questa non serve a nulla se non si lavora sull'educazione e sulla sensibilizzazione, è anche vero che le leggi sono poi necessarie per contrastare il fenomeno. Il nuovo pacchetto a cui lavorano cinque ministre, e cioè Lamorgese, Cartabia, Bonetti, Carfagna e Gelmini, e che dovrebbe arrivare sul tavolo del governo la prossima settimana, conterrà interventi sul codice penale e di procedura penale per rafforzare gli strumenti di prevenzione: aumento di pena per i delitti di percosse e lesioni e procedibilità d'ufficio.

Come ha sottolineato la ministra Cartabia al Senato serve una stretta per rendere più efficace l'allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento alla vittima, "perché troppe volte la violazione di queste prescrizioni si rivela fatale". A questo scopo si pensa all'estensione dell'utilizzo del braccialetto elettronico e il fermo cautelare laddove si ravvisino elementi di particolare pericolosità.

Un lavoro andrà fatto anche per la formazione e l'adeguata preparazione dei pm e dei giudici, che troppo spesso dimostrano "una difficoltà a riconoscere la violenza nelle relazioni intime" e una "non adeguata conoscenza dei fattori di rischio", come viene ricordato dalla commissione.

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