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FedEx chiede il rimborso per i dazi doganali di Trump. E l’Italia?

Dopo che la Corte Suprema americana ha dichiarato illegittimi i dazi di Trump, FedEx ha chiesto il rimborso dei pagamenti versati negli ultimi mesi. Cosa succederà adesso alle aziende italiane?
A cura di Redazione
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Pubblichiamo di seguito un editoriale di Antonio Nicita, Ordinario di politica economica (LUMSA) e senatore Pd

Tre giorni dopo la sentenza storica della Corte Suprema americana – quella del 20 febbraio scorso con cui sei giudici su nove, compresi tre conservatori di cui due nominati dallo stesso Trump, hanno stabilito che l'IEEPA del 1977 non autorizzava il presidente a imporre dazi generalizzati su quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti – FedEx ha depositato davanti alla Court of International Trade un ricorso formale chiedendo la restituzione integrale di tutti i dazi IEEPA versati negli ultimi dodici mesi. Non un'associazione di piccole imprese, non un litigante mosso da ragioni ideologiche o politiche, ma uno dei maggiori operatori logistici mondiali, rappresentato da uno degli studi legali più attrezzati di Washington: una scelta che racconta, meglio di qualsiasi commento, quanto il diritto al rimborso sia solido e quanto grande sia la posta in gioco.

Vale la pena chiarire un punto che circola a torto nel dibattito di questi giorni. Qualcuno sostiene che il diritto al rimborso si scontrerebbe con la circostanza che molte imprese che hanno versato i dazi avrebbero in realtà poi trasferito questo maggior costo a clienti e consumatori, perdendo il titolo a chiedere il rimborso. Ma questo argomento (cosiddetto “passing-on”) si dovrebbe semmai applicare all'eventuale risarcimento del danno emergente o del lucro cessante, non alla restituzione di un prelievo indebito. Il principio applicabile è infatti quello dell'“illegal exaction”. Ed è netto nella giurisprudenza americana: quando lo Stato riscuote denaro in assenza di un valido titolo, quelle somme restano nella sfera patrimoniale di chi le ha versate, e la loro restituzione non dipende da come l'importatore ha gestito i propri prezzi a valle. La strada processuale è del resto già tracciata: la competenza esclusiva appartiene alla Court of International Trade, che a dicembre 2025 – nel caso AGS Automotive – aveva già chiarito il proprio potere di ordinare il ricalcolo retroattivo delle aliquote e la restituzione delle somme versate in eccesso, interessi inclusi. E la stessa Amministrazione Trump, nel corso del giudizio d'appello, aveva dichiarato che in caso di soccombenza avrebbe restituito le somme agli importatori. FedEx, semplicemente, tiene il governo a quella parola.

C'è però una dimensione italiana che merita una risposta istituzionale chiara, rapida e concreta. Le sussidiarie americane di grandi partecipate pubbliche – Leonardo, Fincantieri, Eni, Enel – potrebbero aver versato dazi IEEPA come “importers of record”, cioè come soggetti giuridici incorporati nel diritto statunitense responsabili del pagamento doganale all'importazione. Se così fosse, avrebbero oggi un diritto patrimoniale al rimborso che non si attiva automaticamente, che si estingue se non esercitato entro i termini stringenti previsti dalla normativa doganale americana, e che potrebbe valere centinaia di milioni di euro per lo Stato italiano come azionista. Il Ministero dell'Economia ha il titolo e, riteniamo, l'obbligo di verificare immediatamente la posizione di queste sussidiarie e promuovere senza indugio le procedure di rimborso davanti alla CIT: l'inerzia, in questo caso, non sarebbe una scelta neutrale ma potrebbe configurarsi come un danno erariale. E il sistema pubblico di supporto all'internazionalizzazione – ICE, camere di commercio, Farnesina – dovrebbe fare altrettanto per le medie imprese italiane con sussidiarie americane, che spesso non dispongono della dotazione legale necessaria per orientarsi tra le procedure della Court of International Trade e rischiano di perdere un diritto reale semplicemente per mancanza di informazione e assistenza.

FedEx non ha aspettato. Ha agito con la rapidità e la determinazione di chi conosce bene i propri diritti e sa che nel diritto, come negli affari, i tempi contano quanto le ragioni. La sovranità di un paese si misura anche nella capacità di difendere, nei tribunali competenti e con gli strumenti giusti, gli interessi legittimi delle proprie imprese e delle proprie istituzioni pubbliche. Sarebbe paradossale perdere quella partita per inerzia.

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