In queste settimane la ricostruzione dell'Italia post-coronavirus si trova al centro dell'agenda politica, sia a livello nazionale che regionale. Dopo l'emergenza sanitaria e lo spettro della crisi economica, è necessario affrontare anche la questione sociale. In Emilia Romagna, la giunta regionale guidata da Stefano Bonaccini ha messo in campo un fondo da 49 milioni di euro per affrontare le conseguenze sociali della pandemia. Fanpage.it ha fatto il punto della situazione con Elly Schlein, ex europarlamentare e vice-presidente dell'Emilia Romagna con delega al Welfare, che ha raccontato le misure messe in campo dal governo regionale affinché non si creino nuove disuguaglianze: in particolare il sostegno agli affitti, i servizi per i minori, gli incentivi alla mobilità sostenibile e gli aiuti al terzo settore.

La Regione Emilia Romagna ha appena stanziato 49 milioni nel Fondo Sociale Regionale 2020. Lei ha specificato che si dovranno affrontare disuguaglianze già conosciute, ma anche nuovi bisogni. Ci può fare una fotografia delle sfide post-emergenza?

L'emergenza coronavirus ha colpito duramente il nostro Paese e l'Emilia Romagna è stata una delle Regioni più colpite. È partita come una crisi sanitaria, ma è immediatamente diventata anche una crisi sociale ed economica. Abbiamo provato ad affrontarla da subito, per dare sostegno immediato tanto alle famiglie quanto alle imprese. E in particolare ai più colpiti: perché in una società trafitta dalle disuguaglianze sociali ed economiche, il virus ha impatti diversi. Ci sono due questioni: da un lato le fragilità che conoscevamo e le disuguaglianze che c'erano anche prima dell'emergenza, ma che stanno aumentando; dall'altro i Comuni ci raccontano che alle loro porte sono arrivate a bussare persone che prima non si erano mai rivolte ai servizi. Sono persone che sono entrate in difficoltà con questa crisi. Questo ci costringe ad innovare tutti i nostri strumenti di supporto, adattandoli per ricavare risposte su misura. Perché i bisogni delle persone stanno cambiando. Proprio questa settimana abbiamo stanziato 49 milioni: è il Fondo Sociale Regionale rivolto ai Comuni. Sono 6 milioni di euro in più dell'anno scorso e lavoriamo per ottenere ulteriori risorse. Sono fondi che saranno utilizzati per le politiche sociali e rappresentano una strumentazione ad hoc nel contrasto alle diseguaglianze emerse dal Covid.

Ci può fare qualche esempio concreto?

Volentieri. Abbiamo reso gli strumenti a disposizione dei comuni più flessibili per rispondere alla crisi: con le risorse potranno fare interventi di erogazione di contributi economici, di sostegno al pagamento delle utenze e di attivazione di prestiti sull'onore. Oppure supporto per l'acquisto di beni di prima necessità, come ha fatto il governo centrale, o ancora di dispositivi tecnologici o di connessione: abbiamo fatto un grande sforzo anche per chiudere il divario digitale, soprattutto perché con le scuole chiuse e la didattica a distanza è emerso che non tutti avevano pari accesso alle lezioni online. A volte mancano i dispositivi, o una connessione adeguata. Quindi siamo intervenuti oltre i 5 milioni che la Regione aveva già stanziato nei mesi scorsi per sostenere gli studenti e le studentesse più in difficoltà da questo punto di vista.

Tra gli interventi previsti con il Fondo una particolare attenzione è dedicata ai minori…

Sì. Una parte di questo fondo, quella di derivazione statale, andrebbe rivolta almeno per il 40% all'area delle famiglie e dei minori: anche quest'anno però noi abbiamo deciso di destinarne il 100% al sostegno di minori e famiglie, perché sappiamo che lì ci sono delle fragilità su cui bisogna intervenire per tempo. Nel nostro fondo sociale abbiamo dei progetti specifici su questo tema: ad esempio, uno si chiama Pippi e riguarda la prevenzione dell'allontanamento di adolescenti rispetto a contesti familiari difficili. Su questo abbiamo messo 350 mila euro, aumentandolo rispetto all'anno scorso di 100 mila euro. Ai centri per le famiglie diamo un contributo di un milione e mezzo. Poi abbiamo inserito nel fondo sociale un programma apposito per sostenere le comunità dove vivono i minori: in questi mesi di Covid, le misure restrittive sono state ancora più complicate in quei contesti dove vivono anche più di 10 minori, di cui alcuni con delle difficoltà.

Un altro esempio?

Un'altra cosa molto positiva è che abbiamo previsto un fondo da 1 milione e mezzo, sempre all'interno di questi 49, per la mobilità delle persone fragili. Sostanzialmente si tratta di sconti per gli abbonamenti, ad esempio per le persone anziane o con disabilità. La novità di quest'anno è che abbiamo dato attenzione particolare alle famiglie numerose, perché naturalmente l'incidenza del costo degli abbonamenti è relativamente maggiore. Allo stesso tempo incentiviamo l'uso del trasporto pubblico locale: le due questioni, del contrasto alle disuguaglianze e della transizione ecologica, le teniamo ossessivamente insieme. Sono due aspetti interconnessi. Questa è l'ottica che abbiamo in mente per i prossimi anni e su cui vogliamo indirizzare la totalità delle politiche regionali: infatti stiamo lavorando a un Patto per il Lavoro e per il Clima. Dopo il coronavirus, non dobbiamo tornare alla normalità di prima, si tratta piuttosto di ricostruire su basi diverse, senza lasciare indietro nessuno e capendo che il benessere degli altri è anche il nostro. Non possiamo più permettere che si insinui il seme della ricattabilità, perché ne emergerebbe un'ingiustizia sociale che non colpisce solo le persone sfruttate, ma tutta la comunità. Non bisogna produrre marginalità, ma inclusione sociale. Il Fondo Sociale Regionale aiuta i Comuni a rispondere ai bisogni concreti, perché si prospetta un autunno difficile: con questi strumenti noi cerchiamo di non lasciare indietro nessuno.

Tra i vostri obiettivi, è centrale anche la questione delle carceri…

Già negli anni scorsi questo fondo includeva dei progetti per migliorare la vita nelle carceri, sia in termini di reinserimento che di misure alternative. Con l'emergenza coronavirus abbiamo indetto un bando di 460 mila euro per cercare insieme al terzo settore delle soluzioni alternative per chi può finire di scontare la pena, secondo i requisiti normativi, fuori dal carcere. Attivando la rete di associazioni che si occupano anche di queste fragilità siamo riusciti a trovare dei posti per diminuire il sovraffollamento negli istituti penitenziari, riducendo così anche i rischi di contagio. Anche alla luce delle situazioni di tensione registrate durante il lockdown, perché ovviamente anche lì c'è stata paura, come in tutti i luoghi della società.

Un’altra iniziativa della Regione Emilia Romagna è quella che riguarda il bonus affitti: di che cosa si tratta?

Anche in questo caso abbiamo dovuto fare uno sforzo per innovare gli strumenti a disposizione. Nel momento in cui tanti lavoratori e lavoratrici hanno visto il proprio reddito o fatturato crollare, è chiaro che anche pagare l'affitto diventa un problema. Abbiamo già stanziato 15 milioni e prevediamo tre tipi di interventi. Uno guarda alle fragilità pre-esistenti: i distretti avranno la possibilità di esaurire le graduatorie che avevano appena concluso, quindi riguardanti persone in difficoltà prima dello scoppio dell'epidemia. Sono fasce Isee dai 3 ai 17 mila euro. Gli altri due tipi di intervento invece sono una novità. Uno è quello del contributo diretto per il pagamento dell'affitto nei tre mesi dell'emergenza ed è indirizzato a quei nuclei con Isee fino a 35 mila euro: i contributi in questo caso sono proporzionati al calo del reddito causato dal Covid (che deve essere almeno del 20%) e arrivano ad un massimo di 1.500 euro. Per calcolare la riduzione si andrà a vedere il reddito trimestrale medio del 2019: non si guardano gli stessi mesi, perché ci sono lavoratori e lavoratrici stagionali che hanno guadagni diversi a seconda del periodo. Se il calo va dal 20% al 40%, si avrà il 40% del proprio affitto, se va dal 40% al 70% si avrà il 70%, se invece è maggiore al 70% si riceverà l'intera mensilità. Questo per tre mesi fino a un massimo di 1.500 euro. Se si appartiene a una fascia molto povera, con l'Isee tra gli zero e i 3.000 euro non bisogna nemmeno dimostrare il calo del reddito. Infine, la parte più innovativa è quella sugli incentivi alle rinegoziazioni, perché è una misura che guarda oltre l'emergenza. Abbiamo voluto rispondere non solo alle difficoltà degli inquilini che non riescono a pagare l'affitto, ma anche ai proprietari. Per il proprietario che decide insieme all'inquilino un calo dell'affitto di almeno il 20% per un minimo di sei mesi la Regione rimborsa il 70% della riduzione concordata, fino a un massimo di 2.000 euro che arrivano direttamente al proprietario. Per chi decide di cambiare il contratto da libero a concordato copriamo il 70% del calo fino a un massimo di 2.500 euro che arrivano subito in tasca al proprietario. Infine, abbiamo pensato a un incentivo per chi affitta l'immobile per periodi brevi o ai turisti: in questi mesi di lockdown quelle case sono rimaste vuote, e per quel proprietario che decide di fare un nuovo canone concordato alla famiglia di massimo 700 euro, noi copriamo il 50% fino a 18 mesi e a un contributo massimo di 3.000 euro. Quindi ci guadagna la famiglia, ma ci guadagna anche il proprietario: e in questo modo puntiamo a far calare i prezzi degli affitti per tutti quanti.

Avete deciso di comprendere anche gli studenti…

Noi abbiamo fatto una scelta molto forte, abbiamo tolto il requisito della residenza che aveva caratterizzato i bandi precedenti e abbiamo deciso che basta solo il domicilio. Così diventa accessibile anche a studenti e lavoratori fuori sede che rientrano tra i requisiti che ho appena descritto.

Facciamo un confronto con le politiche sociali promosse a livello nazionale per la ricostruzione: ci sono delle aree in cui le misure del governo non hanno fatto abbastanza e, come Regione, vi siete quindi trovati ad intervenire?

Noi abbiamo sempre mantenuto l'interlocuzione, anche positiva, con il governo. Ma naturalmente abbiamo dovuto anche fare un’opera di integrazione rispetto a quelle fasce che rischiavano di restare fuori dalle misure. Ad esempio, agli inizi di marzo, allo scoppio della pandemia, abbiamo messo in campo subito un accordo innovativo sulla cassa integrazione in deroga: avevamo già messo 38 milioni, e poi è arrivata la cassa in deroga a livello nazionale con il Cura Italia. Quindi alcune cose siamo riusciti ad anticiparle, e poi sono state rinforzate dal governo, mentre altre sono rimaste più scoperte e siamo intervenuti. Come per la questione degli affitti: il governo è intervenuto positivamente sugli affitti delle attività economiche, ma non su quelli delle persone. Un altro esempio: sulla cassa integrazione in deroga noi siamo intervenuti per i tirocinanti, una categoria che era rimasta esclusa. Abbiamo quindi fatto una misura specifica per consentire ai 13 mila tirocinanti in Regione, compresi quelli con disabilità, di ricevere un contributo a copertura delle mancate entrate. Inoltre, abbiamo previsto misure di sostegno anche per il terzo settore, agevolando l’accesso al credito per prestiti di cui copriamo gli interessi e con contributi che garantiscano la continuità del prezioso lavoro delle associazioni di promozione sociale e volontariato. C'è anche un tema su cui c'è stato un ritardo del governo che noi abbiamo segnalato: cioè quello dei bambini e dei ragazzi rimasti a casa mentre riprendevano le attività lavorative. Fin da subito abbiamo lavorato a delle attività in sicurezza dedicate ai minori per quest'estate e siamo riusciti a portare al governo delle proposte concrete che sono state prese come riferimento per le linee guida nazionali sui centri estivi. In questo modo non abbiamo solo cercato di rispondere ai bisogni di bambini e ragazzi (dopo tre mesi di sospensione forzata dei percorsi di socialità ed educativi a cui hanno diritto), ma abbiamo anche cercato di evitare passi indietro che si sarebbero altrimenti potuti verificare sulle già difficili condizioni occupazionali e di conciliazione vita/lavoro delle donne.

A proposito della questione femminile: durante l’emergenza abbiamo visto come le donne fossero poco rappresentate nelle task-force che hanno gestito la risposta al Covid. Cosa si può fare perché non rimangano fuori anche dalla ricostruzione?

Noi abbiamo un problema gigantesco di sotto-rappresentazione delle donne nei luoghi in cui vengono prese le decisioni. Dobbiamo prenderci la voce che ci spetta: non si possono scrivere buone politiche pubbliche se lo si fa con un occhio chiuso, quello delle donne. Nel mondo del lavoro abbiamo un problema di parità occupazionale da raggiungere, in quanto già la crisi precedente è stata pagata più pesantemente dalle donne. Ora dobbiamo lavorare tanto sul fronte della rappresentanza nei meccanismi in cui si decide, quanto sulla parità in materia di lavoro: abbiamo un divario occupazionale alto e un divario salariale che a livello medio in Europa si attesta intorno al 16%. Che diventa anche il doppio a livello pensionistico. C'è anche il famoso soffitto di cristallo da rompere. Va creato un sistema in cui si incentiva il più possibile l'occupazione, l'imprenditoria e la formazione delle donne in tutti i settori contro ogni stereotipo di genere. Uno strumento importante sarebbe una direttiva che è bloccata da anni a Bruxelles e che mira a garantire l'equilibrio di genere all'interno dei consigli di amministrazione delle aziende. A livello nazionale c'è addirittura chi ha adottato misure sanzionatorie, stabilendo che le aziende che non rispettano la parità di genere non possono accendere agli appalti pubblici. C'è molto che il welfare aziendale può fare: anche imprese del nostro territorio in questo senso stanno integrando i congedi parentali per incentivare anche i padri a partecipare alla cura della famiglia.

Facciamo un passo indietro: l’Emilia Romagna è stato uno dei territori più colpiti dal virus, eppure nella gestione dell’emergenza sanitaria non ci sono state le difficoltà che si sono registrate altrove. Perché?

Il nostro sistema sanitario, con tutte le difficoltà di un impatto così grande, in quanto siamo stati la seconda Regione più colpita, ha retto. Sicuramente grazie alla straordinaria professionalità di tutto il personale medico, infermieristico, socio-sanitario, ausiliario, tecnico e volontario. Basti pensare che in Emilia Romagna si sono messi a disposizione oltre 10 mila volontari nella fase più calda dell'emergenza.. E poi ci sono dei presidi sanitari sui territori con medici di base che hanno svolto un ruolo fondamentale. Questo ci mostra che non possiamo più tornare indietro: il virus ci ha insegnato come la strategia più efficace fosse quella a domicilio. Abbiamo imparato a curare in anticipo, direttamente a casa, permettendo così di evitare l'ospedalizzazione e le terapie intensive. Da subito noi comunque abbiamo raddoppiato i posti in terapia intensiva, seguendo l'intuizione di fare un hub regionale e rafforzando le strutture esistenti con delle unità apposite. Qualora dovesse ripresentarsi un problema, noi siamo pronti a intervenire. Questo non è pensato solo per l'Emilia Romagna: l'ottica è sempre quella della solidarietà. Il virus ha avuto un impatto grandissimo sulla nostra Regione, ma ci ha insegnato anche tanto: che non bisogna tornare indietro su un forte investimento sulla sanità pubblica e sul rafforzamento dei presidi sanitari sul territorio. Dobbiamo avvicinarci sempre di più ai bisogni delle persone.