Il caso Trenta sembra arrivare a una conclusione. L'ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha fatto sapere che suo marito ha  presentato la rinuncia al diritto di alloggio. Ai microfoni di Radio 24 l'ex titolare di palazzo Baracchini è stata chiara: "Lasceremo l'appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco e mettere a posto la mia vita da un'altra parte. Sono una cittadina come gli altri, chiedo e pretendo rispetto". Rispetto dunque, quello che Trenta sembra non aver avvertito prima di tutto dai suoi compagni di partito. Sulla vicenda si era espresso il capo politico del Movimento Luigi Di Maio che aveva detto: "Inaccettabile che l'ex ministra Trenta mantenga la casa, ha smesso di fare la ministra due mesi fa, ha avuto il tempo per lasciarla". L'ex ministra dimostra di aver risentito del fuoco amico e dice: "Non sono stata trattata bene, ma io nei valori del Movimento ci credo e non ho nessuna intenzione di abbandonarlo". Parole di fedeltà  che però non nascondono una crepa nei rapporti tra l'ex ministra e il Movimento che quando confessa "la mia faccia è pulita, non smetto di fare politica e di essere del Movimento: uno vale uno. Ma ho deciso di prendermi una pausa di riflessione, poi capirò cosa fare", una pausa quindi, in attesa di nuovi sviluppi.

Elisabetta Trenta, quando era ministra, aveva richiesto un appartamento in zona San Giovanni a Roma per ragioni di sicurezza e di vicinanza con i luoghi di lavoro. Al termine del suo incarico avrebbe dovuto lasciare l'appartamento entro tre mesi, di cui già ne sono passati due. A portare alla luce la vicenda è stato un articolo del Corriere della Sera, in cui si legge che Trenta sarebbe riuscita a mantenere l'alloggio facendolo assegnare al marito, il maggiore dell’Esercito Claudio Passarelli.

La risposta dell'ex ministra della Difesa non si era fatta attendere, sulle sue pagine social, ma anche con una lettera al Corriere della Sera, aveva scritto: "Da ministro ho chiesto l’alloggio di servizio perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza. L’alloggio è stato assegnato ad aprire 2019, seguendo l’opportuna e necessaria procedura amministrativa, esitata con un provvedimento formale di assegnazione da parte del competente ufficio. Quando ho lasciato l’incarico, avrei avuto, secondo regolamento, tre mesi di tempo per poter lasciare l’appartamento; termine ancora non scaduto. Come è noto, mio marito è ufficiale dell’Esercito Italiano con il grado di maggiore e svolge attualmente un incarico di prima fascia, incarico per il quale è prevista l’assegnazione di un alloggio del medesimo livello di quello che era stato a me assegnato (infatti a me non era stato concesso un alloggio ASIR – cosiddetto di rappresentanza – ma un alloggio ASI di prima fascia. Pertanto, avendo mio marito richiesto un alloggio di servizio, per evitare ulteriori aggravi economici sull’amministrazione (a cui competono le spese di trasloco, etc.), è stato riassegnato lo stesso precedentemente concesso a me, previa richiesta e secondo la medesima procedura di cui sopra".

Nonostante le puntuali giustificazioni date dall'ex titolare di palazzo Baracchini la vicenda aveva dato scandalo nell'opinione pubblica e ora la decisione di lasciare l'appartamento sembra voler abbassare il tono delle polemiche.