Ho letto moltissime opinioni e analisi sul movimento delle sardine, senza dubbio il vero fenomeno di questa fase politica. E, confesso che mi succede raramente, non c’è un solo pezzo con il quale io riesca a essere completamente d’accordo. Il punto, a mio avviso, è che le letture sulle sardine, sui gattini e sui pinguini sono influenzate da pregiudizi e aspettative, in modo tale da rendere indistinguibili i fatti dalle proiezioni, i bisogni dalle speranze. Le sardine parlano con tante voci di tante cose e ognuno capisce ciò che vuole capire, costruisce la propria idea del movimento e rielabora concetti e idee in modo che siano funzionali alla sua lettura.

Personalmente mi sono convinto che gli errori partano dalla mancata considerazione di un concetto di base: le sardine vogliono essere prese sul serio e meritano di essere prese sul serio, con tutto ciò che questo comporta in termini di responsabilità, visibilità e rispetto. Certo, la portata che ha assunto il movimento non era prevedibile, almeno non in così breve tempo, ma non è complicato individuare i fattori che hanno determinato un tale successo: la semplicità e l’efficacia dell’idea di base (il nome!), la polarizzazione cercata e voluta dallo stesso Salvini, la riconoscibilità del nemico, le praterie concesse dalle forze di sinistra, la voglia di mobilitarsi di tanti italiani intorno a concetti chiari e immediati.

La crescita esponenziale della partecipazione ai raduni emiliano-romagnoli e dell’interesse sui social network poi è andata di pari passo con la sovraesposizione mediatica dei “fondatori/portavoce” del movimento (vi rimando qui per qualche informazione di base sulla storia e i primi passi delle sardine) e con l’allargamento della mobilitazione alle altre Regioni italiane. In brevissimo tempo, è nato un vero e proprio movimento, che si è dotato anche di un primo manifesto, che è un elemento da tenere in assoluta considerazione per provare a capirci qualcosa.

Populisti che non sanno di esserlo

Le sardine delimitano subito il campo, con due passaggi chiarissimi: la polemica coi populisti e l’opposizione a coloro che si sono proclamati “liberatori” (dell’Emilia Romagna prima e dell’Italia poi). Di contro, c’è la fiducia nella “Politica con la p maiuscola” e nelle persone serie che abitano i palazzi dei partiti e delle istituzioni. Questa enunciazione di principio è probabilmente il limite più grande del movimento, che, certo per chiarire subito di non aver niente a che fare con Cinque Stelle e destra populista, si preclude la possibilità di parlare a un pubblico più ampio o di incidere in maniera più profonda. Non c'è da stupirsi, visto che lo stigma sul concetto di populismo è in effetti un altro dei drammi della frammentazione culturale di questo periodo. A un movimento che nasce dal basso, in modo spontaneo, a-partitico e pre-politico, con coordinate ideologiche piuttosto definite, non dovrebbe sfuggire che il populismo è o dovrebbe essere il politico per eccellenza, per citare Laclau. In questo contesto, le sardine sono un movimento populista, proprio perché cercano di impostare un “meccanismo” con cui un gruppo marginalizzato, escluso dai processi sociali e politici, tenta di “riprendere il controllo”, di agire sulla collettività, di contare. Il punto è che i marginalizzati dalle dinamiche politiche dei nostri giorni sono anche i cittadini che stanno dando vita al movimento delle sardine, quelli che non si riconoscono in un dibattito calibrato su “bugie e odio”, in una classe politica che approfitta della buona fede, delle paure e delle difficoltà delle persone per imporre messaggi di odio e “affogare i contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota”. Sono i 30/40 enni esclusi dai processi decisionali, emarginati dal dibattito e ingabbiati da una questione generazionale che è reddituale, culturale, politica. Un popolo che il movimento dice di rappresentare, tracciando un solco chiaro fra "loro" e "noi", basato su coordinate diverse ma non per questo meno importanti. Per giunta semplificando i concetti, creando continue alterità e scegliendo chiaramente un nemico, prima ancora che un obiettivo. Nulla che non possa rientrare in una diversa visione del dualismo élite vs popolo, tipico del pensiero populista.

La coscienza di essere sardine

Non è così semplice, chiaro. C’è una certa corrente di pensiero che fa della coscienza di se una precondizione per qualunque movimento politico che possa avere una funzione di rappresentanza o semplicemente un futuro. Applicare tale categoria a un movimento spontaneo e giovanissimo può essere però una forzatura, soprattutto nella misura in cui si imputa alle sardine di non avere una chiara definizione ideologico e programmatica dimenticando che si tratta di un dato comune alla stragrande maggioranza dei partiti politici italiani. Qui siamo di fronte a un qualcosa di nuovo, non in senso assoluto, ma certamente per questa fase politica: la mobilitazione di migliaia di persone intorno a un’idea semplice, a un naming azzeccato e a un mood geniale, quello della serenità, della spensieratezza e del sorriso contro l’odio, la paura e le narrazioni tossiche.

Qui veniamo al nocciolo della questione: le sardine contro Salvini. Una lettura riduttiva, nella mia opinione, perché non tiene conto del senso profondo della mobilitazione di una comunità “alternativa” a quella creata e agita dal leader leghista. Ne abbiamo parlato spesso, riassumendo la questione così:

Salvini nel corso degli anni ha costruito una vera e propria comunità personale, con i suoi simboli (crocifissi, rosari, tricolori), i suoi slogan (prima gli italiani, l'ossessivo richiamo alla "gente che lavora"), i suoi nemici (i centri sociali, i poteri forti, le ONG), i suoi miti fondativi (il "buongoverno" del Nord, la "chiusura dei porti"). Una comunità che si è nutrita di un linguaggio sempre basico, semplificato, diretto, che mal si concilia con un progetto di governo ampio e articolato, che contenga compromessi e mediazioni con le altre forze politiche. La sua è una comunità già ampiamente "radicalizzata", che ha fagocitato concetti come sicurezza, sovranità e legalitarismo e intorno a essi si è mobilitata. Alimentare queste energie finora ha sempre richiesto un innalzamento del livello dello scontro, una tensione sempre crescente con il "nemico" di turno. Ma il clima è già rovente, i pozzi sono già inquinati, l'aria è già irrespirabile: fin dove può spingersi senza rompere il giocattolo?

Ecco, le sardine sono una risposta a questo progetto. Non "contro Salvini" ma contro ciò che Salvini rappresenta, contro ciò che Salvini sogna, contro ciò che Salvini ha costruito. Esiste un’altra Italia, un’altra comunità possibile, un’altra strada percorribile, a partire dalle relazioni umane, dal contatto, dall’incontro, dai ponti tra le esperienze. Un'Italia che si mobilita indifferentemente online e offline, come e più della community del "capitano". In questo senso, il ricorso alla contropropaganda con gattini e pinguini non è un bel segnale per l’ex ministro dell’Interno. Salvini ora è costretto a muoversi in un frame comunicativo imposto da altri, le sardine appunto, e ne sta chiaramente rafforzando i concetti e la popolarità. Probabilmente sta facendo lo stesso errore che per anni gli altri (PD prima e Movimento 5 Stelle poi) hanno fatto nei suoi confronti: sta lasciando che i suoi avversari scelgano il campo di battaglia (le piazze), il contesto (mobilitazione dei cittadini vs linguaggi e pratiche divisive della politica), il livello comunicativo (animali e meme). Un errore dettato dal non essersi reso conto di avere a che fare con un fenomeno nuovo, nato per una ragione specifica ma evolutosi in modo peculiare. Forse solo la sovraesposizione mediatica dei leader e dei "portavoce" (più o meno ufficiali) è un elemento di tipo tradizionale, che non sappiamo ancora quanto possa coniugarsi con ciò che le sardine sono, vogliono essere, o sperano di essere.

PD e Movimento 5 Stelle stanno a guardare?

Qui veniamo all’altra grande questione, il contesto nel quale nascono e si moltiplicano le sardine. Già detto del livello locale e della “reazione” all’onda che si proponeva di liberare l’Emilia Romagna, resta da considerare il vuoto che le sardine stanno andando a colmare. Che è in parte dovuto alla preoccupante involuzione del Movimento 5 Stelle, che ha lasciato per strada elettori ed energie che non si riconoscono né nel processo di istituzionalizzazione / trasformazione in forza di sistema voluto da Di Maio e dai vertici, né nel populismo (di destra?) dell’altra corrente, quella movimentista che fa capo ad Alessandro Di Battista e ai nostalgici del patto con la Lega. La dissoluzione del Movimento 5 Stelle, almeno in termini di consenso e di "spinta", è in effetti una questione di grande rilevanza per il futuro, proprio perché non è chiarissimo cosa potrebbe determinarsi e come reagirà quella parte di società che, in tempi e modalità diverse, aveva scelto l'opzione grillina per convogliare disillusione, rabbia e desiderio di cambiamento.

Il successo delle sardine è dovuto anche alle endemiche difficoltà del Partito Democratico di rimanere attrattivo per un elettorato giovane o disincantato rispetto alle vecchie dinamiche politiche, un tentativo appena abbozzato da Nicola Zingaretti e subito sacrificato sull’altare della responsabilità di governo. I democratici, reduci da due scissioni e frammentati in correnti più o meno rilevanti, non sembrano in grado né di raccogliere quell'energia in uscita dal Movimento 5 Stelle né di elaborare una nuova piattaforma in grado di tenere insieme spinte e suggestioni della cosiddetta società civile. Almeno in tempi brevi, in sostanza, il meglio che Zingaretti e i suoi hanno da offrire è una classe dirigente presentabile e una "ipotesi di alternativa" in occasione degli appuntamenti elettorali. Capiremo col tempo se ciò sia sufficiente per le sardine…