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Dopo Askatasuna Piantedosi dichiara guerra alle occupazioni abusive

Dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rilancia dal Senato una linea di fermezza contro le occupazioni abusive. Una scelta che riapre il dibattito su ordine pubblico, dissenso e sul persistente sospetto di un doppio standard applicato agli spazi politici.
A cura di Francesca Moriero
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Lo sgombero di Askatasuna non è un episodio isolato, ma l'anticipazione di una strategia che il governo di Giorgia Meloni rivendica apertamente da tempo. Al question time in Senato, questo pomeriggio, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che l'esecutivo "continuerà" con le operazioni di sgombero contro le occupazioni abusive, presentandole come un'azione necessaria a tutela della proprietà privata e dell’ordine pubblico. Un messaggio politico netto, arrivato a poche settimane dall'operazione che ha chiuso uno dei centri sociali più noti e longevi d'Italia.

Nel suo intervento, Piantedosi ha ricostruito il caso torinese come l'esito di una violazione degli accordi stipulati tra Askatasuna e il Comune di Torino. Secondo il ministro, la presenza di persone nei piani superiori dello stabile, emersa durante una perquisizione, avrebbe fatto venir meno le condizioni che avevano consentito una temporanea regolarizzazione dell'occupazione. Da qui la revoca dell'intesa da parte del Comune e lo sgombero, accompagnato dalla muratura degli accessi per evitare nuove occupazioni. Una sequenza che il Viminale presenta come lineare e inevitabile.

Il caso Askatasuna

La storia di Askatasuna è però ben più complessa di quanto restituisca la versione governativa. Nato nel 1996 in corso Regina Margherita, il centro sociale è stato per quasi trent'anni uno spazio di attività politiche, culturali e sociali dal basso nel quartiere Vanchiglia: palestra popolare, iniziative con le scuole, dibattiti, concerti. Nel 2024 si era aperto un percorso di dialogo con l'amministrazione comunale, che aveva riconosciuto lo stabile come bene comune, tentando una forma di istituzionalizzazione di un’esperienza nata dal basso: un esperimento fragile, ma significativo, che puntava a tenere insieme legalità formale e riconoscimento del conflitto sociale.

Lo sgombero di dicembre

Lo sgombero di dicembre, però, è avvenuto in un clima che molti definiscono sproporzionato. Le perquisizioni legate a indagini su disordini e atti vandalici, dall'assalto alla redazione de La Stampa ai danneggiamenti alle Ogr durante l'Italian Tech Week, si sono intrecciate con l'arrivo a Torino di centinaia di agenti da altre regioni, la chiusura delle scuole e la militarizzazione del quartiere. Elementi che hanno alimentato il sospetto che l'operazione fosse pensata fin dall'inizio per arrivare allo sgombero, più che per una semplice attività investigativa.

La lettera di famiglie e comitati al prefetto

Non a caso, dopo la chiusura del centro, appena pochi giorni fa, famiglie e comitati del quartiere hanno scritto al prefetto denunciando una gestione dell'ordine pubblico ritenuta lesiva dei diritti dei cittadini, in particolare dei minori. Nella lettera si parla di diritto allo studio compromesso, di perdita di un presidio di socialità e si arriva a ipotizzare azioni legali per interruzione di pubblico servizio. Una contestazione che sposta insomma il tema dal solo piano della legalità a quello, più ampio, della qualità democratica delle scelte istituzionali.

La "guerra alle occupazioni abusive"

Ed è proprio su questo crinale che le parole di Piantedosi sembrano assumere un peso politico più generale. La "guerra alle occupazioni abusive" viene infatti giustificata come risposta alla violenza e all'illegalità, ma rischia di apparire come una linea di repressione del dissenso, soprattutto quando colpisce realtà legate alle mobilitazioni sociali e politiche più scomode, come quelle per la Palestina. Da qui l'accusa, rilanciata da opposizioni e movimenti, di un approccio selettivo: inflessibile con i centri sociali, molto più cauto con altre occupazioni dall'evidente connotazione politica. Il riferimento implicito è a CasaPound. Anche su questo fronte il ministro ha ribadito che lo sgombero della sede romana di via Napoleone III resterebbe un obiettivo. Dichiarazioni già sentite, però, mentre nel cuore della capitale continuano a svolgersi rituali e commemorazioni fasciste, con saluti romani e liturgie che la Costituzione vieterebbe esplicitamente.

Ed è qui che la domanda, inevitabilmente, si affaccia con una punta di ironia: la linea dura del Viminale arriverà davvero fino a CasaPound, o resterà una promessa utile più al bilanciamento retorico che ai fatti?

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