Il 7 ottobre 2020, parlando da un improvvisato podio allestito fuori da palazzo Chigi, il premier Conte annunciava le misure contenute nel primo Dpcm pensato dal governo per affrontare la risalita della curva dei contagi da Coronavirus. I numeri erano contenuti rispetto a quelli di oggi, l’ipotesi di tornare in lockdown ancora lontana.

In quell’occasione Fanpage aveva chiesto al premier se il governo avesse un piano per incrementare i posti negli hotel Covid o strutture simili, quelli cioè per gli asintomatici o paucisintomatici che non possono isolarsi efficacemente in casa propria. La risposta di Conte era stata sfuggente: “Se gli esperti ci suggeriranno nuove misure, le adotteremo”. Eppure, già in quei giorni, i contagi in ambito familiare erano indicati come una delle cause principali della ripresa del virus. Da più parti si segnalava la necessità di incentivare la possibilità di svolgere la quarantena fuori dalle mura domestiche.

Il 1 novembre scorso, al tavolo con le regioni, il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia ha proposto di rafforzare la rete degli hotel Covid. Dal 7 ottobre è passato quasi un mese e nel frattempo sul tema si era fatto poco o niente. Con i contagi ormai fuori controllo, questa rischia di diventare un’altra delle storie di ritardi e inadempienze nella preparazione all’inverno del Covid.

Non c’è un piano

Durante la prima ondata, Fanpage aveva raccontato come le inefficienze e i rimpalli di responsabilità tra Stato centrale ed enti locali avessero impedito la creazione di un sistema efficiente di hotel Covid. Questo, nonostante già il decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 prevedesse la possibilità di sfruttare alberghi e strutture ricettive per garantire l’isolamento a positivi che non hanno bisogno del ricovero, ma rimanendo dentro la propria casa rischierebbero di infettare i familiari o conviventi. Soluzioni simili possono essere adottate anche per i pazienti in via di guarigione, così da liberare spazio negli ospedali.

Nella fase di preparazione all’attesa ripresa dei contagi, non sembra che le cose su questo fronte siano cambiate molto. Almeno fino a pochi giorni fa, quasi nessuna regione aveva un piano organizzato e una rete sufficiente di posti negli hotel per garantire un’estesa campagna d’isolamento extra-domiciliare. I motivi di questo ritardo sono diversi. Il primo e più banale, è lo stesso che ha causato anche altre falle nella risposta alla seconda ondata. Quasi tutti i soggetti impegnati nella gestione dell’epidemia pensavano di avere più tempo, in pochi si aspettavano una risalita della curva così prematura e repentina.

Le cause del ritardo

Parlando con diverse fonti coinvolte nella questione, emergono però anche altre spiegazioni. Molti albergatori hanno sperato che la ripresa degli affari durante l’estate – con veri e propri boom di turisti in alcune parti del Paese – prospettasse un definitivo superamento della crisi economico-sanitaria. La maggior parte degli esercenti, dunque, ha preferito tenersi le mani libere, in vista della stagione del turismo autunnale e invernale, pensando di ottenere guadagni maggiori rispetto a quelli garantiti dalla trasformazione dei propri alloggi in Covid hotel.

Un altro fattore che ha pesato è il timore di un cosiddetto effetto stigma, cioè la paura di essere identificati come Lazzaretti per malati, con conseguente danno d’immagine. Il risultato è che in diverse circostanze, anche dove si è provato a organizzarsi per tempo, le strutture non si sono trovate. È il caso, solo per fare qualche esempio, di Milano, di parti del Piemonte o dell’Umbria, dove un primo bando lanciato già il 25 agosto è andato deserto.

Di fronte alle legittime paure dei privati, le istituzioni da parte loro non hanno saputo mettere in campo una strategia efficace. Va detto innanzitutto che i decreti del governo danno la possibilità ai prefetti – se richiesto dalla Protezione Civile – anche di requisire le strutture, ovviamente dietro il pagamento di un corrispettivo economico. Senza arrivare a soluzioni estreme, tuttavia, l’impressione è che si sarebbe potuto fare qualcosa di più.

Nessun coordinamento

In particolare, sarebbe servita una regia centralizzata per organizzare accordi quadro con le associazioni di categoria. Questo, da un lato, avrebbe permesso di confrontarsi non con le singole strutture, ma con l'intero sistema alberghiero. E di affrontare così anche i dubbi dei propietari. In primis, il tema della sorveglianza e dell’assistenza ai pazienti, con una definizione precisa dei servizi assicurati dal personale della Asl all’interno delle strutture e dei compiti riservati invece al personale degli hotel. Poi il problema dei costi, visto anche che molti esercenti lamentano di non poter anticipare il denaro, dato lo stato di crisi economica in cui versano. Si sarebbero potute adottare soluzioni flessibili, con una mappa delle camere disponibili già prestabilita, territorio per territorio, e la possibilità di attivare effettivamente i posti in poche ore in caso di necessità.

Il fatto è che quasi nessuno si è preso in carico il compito di organizzare piani organici in tema di Covid hotel. Non l’hanno fatto il governo e la Protezione Civile nazionale, che non si sono mai assunti una competenza in materia. E non l’hanno fatto, per lungo tempo, nemmeno molte regioni, lasciando il compito alle singole aziende sanitarie dei diversi territori. Una scelta che ha creato ritardi e una babele di iniziative diverse, spesso improvvisate e inadeguate. “Sarebbe utile una cabina centrale unica con una policy a livello nazionale”, dice a Fanpage il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca.

Qualcosa si muove, ma…

Negli ultimi giorni le cose stanno cambiando, anche perché è ormai chiaro che di turisti per i prossimi mesi se ne vedranno pochi o nessuno. “In alcune regioni abbiamo fatto degli accordi e il tema si sta allargando – dice Bocca -, come ai tempi del terremoto abbiamo messo a disposizione le nostre strutture, ma sia chiaro, non è un’operazione con cui gli alberghi si fanno ricchi”. Le difficoltà e le polemiche, tuttavia continuano a divampare.

A Napoli abbiamo documentato come dopo solo dieci giorni dall’inaugurazione, il Covid Residence del Mare si sia allagato per un guasto alle tubature. Al momento, peraltro, questa è l’unica struttura disponibile nella provincia e ospita appena sei persone. Un altro bando per due hotel, lanciato dall’Asl Napoli Due, è stato modificato in corsa perché all’appello avevano risposto solo alberghi situati a Ischia o in altre isole, ma nessuno sulla terraferma, con le caratteristiche adatte per trasportare i malati.

A Milano, dopo un primo bando andato a vuoto, due hotel – l’Astoria e l’ex Rsa Adriano – sono entrati in funzione solo a inizio novembre. “In totale si arriva a 140 posti, ma ne servirebbero almeno mille”, ha detto la consigliera del Pd Lombardia Carmela Rozza. E i sindacati di polizia denunciano la carenza di letti per portare in isolamento fuori dalle caserme gli agenti delle forze dell’ordine asintomatici o paucisintomatici.

Raggi contro Zingaretti

Nel Lazio la questione dei Covid hotel è diventata terreno di scontro politico. La sindaca di Roma Raggi ha scritto una lettera insieme a Federalberghi per chiedere alla regione di attivare una rete coordinata di strutture. La Pisana ha risposto esprimendo stupore per la richiesta, visto che già qualcosa in questo senso era stato fatto. Parlando in conferenza stampa il 6 novembre, Zingaretti ha detto che in Lazio ci sono 724 posti in alberghi per pazienti che non hanno bisogno di ricovero, di questi 250 sono attualmente liberi. Dal Campidoglio il numero è considerato ancora insufficiente, mentre il Pd laziale fa notare che alcune proposte sul tema, nel marzo scorso erano state bocciate dalla maggioranza dell’assemblea capitolina.

In Liguria, la giunta Toti per ora ha puntato solo sulle convenzioni con le cliniche, per i pazienti dimessi dagli ospedali, che necessitano di cure a bassa o media intensità. Niente Covid hotel, dunque, una decisione che le opposizioni hanno bollato come “ispirata al fallimentare sistema lombardo”. Per il momento, non c’è in programma nemmeno di riattivare la nave da crociera che la scorsa primavera fu ormeggiata nel porto di Genova per ospitare i positivi in quarantena.

Anche un’altra regione particolarmente colpita dal virus, il Piemonte, sembra in affanno. Attualmente sono disponibili solo letti per le persone in uscita dai reparti ospedalieri, ancora positive ma senza necessità di cure. Si tratta di mille posti individuati sul territorio regionale, di cui già 815 disponibili. Non c’è, invece, al momento nessuna struttura dedicata a chi, positivo, si vuole isolare fuori dalla propria casa. Recentemente è stato però pubblicato un bando per trovare letti in albergo riservati a pazienti asintomatici o paucisintomatici over 65.

L’esempio della Toscana

In Umbria, come detto, dopo un tentativo andato a vuoto, ora sono attivi due Covid hotel e si sta definendo una convenzione con Federalberghi per mettere a disposizione tra le cento e duecento camere  ulteriori, da attivare in caso di bisogno. Nelle Marche un primo elenco di 13 alberghi  è stato reso pubblico solo in queste ore. Anche in Sardegna un primo bando è stato ritirato, ma dalla regione assicurano che si è trattato solo di un problema tecnico. Ora ne è stato fatto un altro che ha selezionato dieci strutture. Soltanto due, però, sono già a attive per un totale di cento camere.

In parziale controtendenza è la Toscana. Qui, già durante la prima ondata, la giunta regionale aveva stabilito che a tutte le persone positive al tampone, senza necessità di un ricovero in ospedale, andava offerta la possibilità di trascorrere il periodo di isolamento fuori casa. Ad oggi i posti disponibili sono 960, di cui due terzi occupati. L’obiettivo è arrivare a 1500 letti.