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Opinioni

Cosa c’è dietro l’efficacia della strategia di Matteo Salvini (sul MES e non solo)

Mentre Giorgia Meloni annaspa e si contraddice sul MES, Matteo Salvini può godersi lo spettacolo e continuare a lavorare al suo nuovo profilo: l’uomo del fare che “porta a casa i risultati” senza rinunciare al proprio impianto ideologico. Una strategia che per ora pare funzionare.
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La rivoluzione del buonsenso. In pochi lo ricordano, ma qualche anno fa intorno a questo slogan ci fu una piccola querelle tra Matteo Salvini e Riccardo Nencini, storico esponente del Partito Socialista. Il leader della Lega aveva infatti utilizzato tale claim, non considerando fosse stato ideato e usato per la campagna elettorale del PSI nel 2010. Era andata bene, al punto da garantire a Salvini i parlamentari necessari a far nascere quello strano esperimento che fu il governo Conte I. Lo slogan, del resto, non solo funzionava, ma si adattava perfettamente alla visione del mondo di Matteo Salvini e alla sua comunicazione pubblica. Era il leader “spontaneo, autentico, vero”, che diceva e soprattutto scriveva in modo chiaro e diretto, parlando il linguaggio del buonsenso, più che quello della verità.

Una volta al governo del Paese, però, Salvini si era in qualche modo perso nel tentativo di far coincidere la narrazione con la realtà, incapace di "gestire" il profilo istituzionale che carica e posizione richiedevano. La sua comunicazione si era fatta più confusa, le sue scelte politiche sempre meno azzeccate, il suo ego si era gonfiato in modo eccessivo, fino al naufragio del Papeete, quando aveva sì provato a capitalizzare mesi di sondaggi positivi e feedback incoraggianti, ma sbagliando forma, modo e tempi. Da lì era cominciata la lenta discesa nei consensi, con l'incomprensibile appoggio al governo Draghi che lo avrebbe a lungo confinato in un ruolo di subalternità a Giorgia Meloni, la nuova "interprete del popolo".

Dopo le politiche del 2022, però, qualcosa è cambiato. E Salvini ha cominciato un interessante percorso di ricostruzione della propria identità politica. Non solo sfruttando efficacemente il ruolo istituzionale che ricopre, ma anche tornando indietro di qualche anno sul piano del posizionamento ideologico e delle scelte comunicative. Col senno di poi, non aver ottenuto il Viminale si è rivelata una grande occasione. Indossando il completo da "uomo del fare", il leader leghista si riavvicina non solo all'elettorato leghista, ma anche a diversi stakeholder di riferimento. Può presenziare alle inaugurazioni, intestarsi risultati operativi e cavalcare annunci di rivoluzioni e cambi di passo (Ponte sullo Stretto, nuovo codice della strada eccetera). Allo stesso modo, si tiene le mani libere per intervenire sulle grandi questioni del nostro tempo, sfruttando quella libertà di manovra che Meloni non ha più. Lo fa con una comunicazione piuttosto essenziale, che ruota ossessivamente intorno al concetto di buonsenso, ovviamente declinato alla sua maniera. Precettare i lavoratori che volevano scioperare è una scelta di buonsenso. La Corte Ue che apre alla possibilità di vietare il velo negli uffici pubblici esprime “un parere di buonsenso”. Assolvere il gioielliere di Grinzane – Cavour sarebbe stato un atto di buonsenso. Potremmo continuare, ci siamo fermati alle ultime due settimane, perché lo schema è sempre lo stesso: usare la maschera del buonsenso per nascondere messaggi profondi e potenzialmente molto divisivi, certamente in grado di radicalizzare parte dell'elettorato (negli esempi proposti, gli oggetti della comunicazione salviniana sono il diritto di sciopero, il fondamentalismo religioso, l'utilizzo delle armi). Allo stesso modo, spingere sul pragmatismo come matrice di scelte e posizionamenti è un trucchetto comunicativo piuttosto efficace, tarato sul dualismo fare-parlare, che piace a una certa parte di elettorato.

Proprio in queste ore, Salvini festeggia dieci anni alla guida della Lega e lo fa da una posizione piuttosto tranquilla, dopo le difficoltà post elezioni, che sembravano dovessero portare a un cambio ai vertici del Carroccio. Certo, il video celebrativo contiene passaggi piuttosto discutibili, ma restituisce un messaggio di unità che non era scontatissimo:

Il buonsenso e la ratifica del MES

E che la nuova strategia funzioni lo dimostra anche il caso MES. Anche perché, se è vero che gli snodi della politica però sono piuttosto complessi, a volte troppo per essere risolti con chiavi interpretative e comunicative così scarne, allo stesso tempo contano contesto e avversari. La ratifica del MES sta mostrando quanto debolezze e contraddizioni degli antagonisti e degli alleati siano una manna dal cielo per Salvini. Sulla questione, Giorgia Meloni è da tempo in crisi nerissima. Si contraddice nelle uscite pubbliche, dice cose palesemente inesatte in Parlamento, deve giustificare i voltafaccia passati (e futuri?) e non ha alcuna idea di come venirne a capo. Del resto, la sua è la peggior posizione possibile: non solo è stretta fra alleati che hanno idee opposte, ma è in qualche modo vincolata nella sua decisione dal ruolo che ricopre. Persino la scelta di legare la decisione sul MES al cruciale negoziato sul patto di stabilità si è rivelata un boomerang, perché ha isolato oltremodo la presidente del Consiglio (dell'unico Paese a non aver ratificato il trattato) e non le ha concesso di poter usare nuovamente la carta "decide il Parlamento". A complicare le cose, la sensazione di non poter contare sugli alleati. Del resto, come potrebbe essere diversamente? Tajani e Forza Italia hanno una posizione chiara, che non è quella di Meloni. Giorgetti è l'uomo dei compromessi, ma questa non è più la fase delle mezze decisioni. Von der Leyen, sponda fondamentale per Meloni su immigrazione e politica estera, non può che spingere per il Sì al trattato.

E la Lega?

Salvini ha posizionato il partito sul no al MES e non si è unito nemmeno alla crociata contro Conte e i Cinque Stelle che Fdi ha provato a usare come diversivo. L'ala più intransigente della Lega aveva già preparato il terreno, con una campagna contro il meccanismo di stabilità che essenzialmente non si è mai fermata. Una posizione coerente, del resto, che permette però adesso a Salvini di potersi finanche porre come l'uomo della mediazione, colui che contribuirà a uscire dall'impasse. Non è un caso che i primi segnali di un compromesso possibile siano arrivati dal capogruppo Molinari, che ha cominciato a parlare di "clausole di salvaguardia" che possano garantire al Parlamento un controllo sull'eventuale attivazione del MES. Se così dovesse andare (e probabilmente così andrà), Salvini potrà addossare a Meloni la "colpa" di aver ratificato il MES, spiegando al suo elettorato di aver almeno limitato i danni. Nella sua narrazione, l'uomo del fare che porterà a casa una mediazione di buonsenso. Appunto.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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