Zero tagli e tanta spesa. Giù le tasse e su i sussidi. Ci sono due recenti interventi che raccontano il pensiero politico di Mario Draghi, neo presidente del consiglio incaricato da Sergio Mattarella per formare un nuovo governo. Il primo è un editoriale apparso il 25 marzo 2020 sul Financial Times. Il secondo è il discorso tenuto il 18 agosto nella giornata inaugurale del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. In questi due interventi già al tempo, molti intravidero l’embrione di un possibile programma di governo. E non è un caso, peraltro, che diverse misure che Draghi suggeriva a marzo siano state pedissequamente adottate dal governo Conte Bis.

Si tratta di due interventi, soprattutto, che allontanano Draghi dallo stereotipo del tecnocrate arma dei poteri forti e della finanza globale cui è stato spesso sommariamente associato, per via dei suoi trascorsi tra Bankitalia e la Banca Centrale Europea, passando per la Banca Mondiale e Goldman Sachs. Relativamente alla pandemia, infatti, Draghi si allontana da ogni ortodossia ordoliberista, delineando un programma di governo fatto di spesa pubblica, intervento statale nell’economia e sussidi a famiglie e imprese. Del resto, proprio nel discorso al Meeting di Rimini, Draghi ha citato una frase di John Maynard Keynes – da lui definito come l'economista più influente del XX secolo -: “Quando cambiano i fatti io cambio opinione”, ha detto Draghi. E di opinioni, evidentemente, ne ha cambiate un bel po’, in questa nuova fase.

Debito pubblico

Ad esempio, scrive che “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e andranno di pari passo con misure di cancellazione del debito privato”. Questo perché, spiega Draghi, “Il ruolo dello Stato è proprio quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”. Difficile, quindi, che a fronte di queste parole si accompagnino misure per il contenimento della spesa pubblica, come accadde nella stagione del governo guidato da Mario Monti. Ed è difficile che Draghi decida di aumentare la pressione fiscale, pure: “La situazione è peggiore di quel sembra, specie per le piccole e medie imprese”, ha detto Draghi in un intervento del gruppo del cosiddetto “Gruppo dei 30”, il pensatoio fondato dai Rockfeller che lui stesso co-presiede, lo scorso 14 dicembre, presentando un rapporto in cui si scrive più volte che vanno ridotte le tasse per cittadini e imprese. Difficile farlo oggi, ma è anche difficile che Draghi deciderà di aumentarle. Piuttosto, aspettiamoci grande attenzione per autonomi e partite Iva.

Reddito di cittadinanza

Draghi parla anche di debito buono e di debito cattivo, nell’editoriale sul Financial Times: “La questione fondamentale non è se, ma in che modo lo Stato possa fare buon uso del suo bilancio”, dice. E subito circostanzia questa sua affermazione parlando di reddito di base – quello che noi in Italia chiamiamo reddito di cittadinanza, per ragioni di marketing politico: “La priorità, infatti, non deve essere solo fornire un reddito di base a chi perde il lavoro – spiega Draghi – ma si devono innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro”. Per quanto Matteo Renzi abbia richiesto l’abolizione del reddito di cittadinanza, quindi, Draghi non sembra assolutamente intenzionato a rinunciarvi. E allo stesso modo, sembra difficile che chi parla di protezione dal rischio di perdere il lavoro non proroghi ulteriormente il blocco dei licenziamenti in scadenza il 31 marzo.

Scuola, ambiente, sanità

Sussidi sì, quindi, ma per Draghi il debito buono è quello che muove investimenti pubblici e privati: “Il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani – spiegava al Meeting di Rimini -. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre”. Affinché ciò avvenga Draghi elenca quattro cardini fondamentali, nel suo intervento. Il primo è la scuola: “Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l'incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all'educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l'incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio”, spiega. Il secondo è l’ambiente, “con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita”. Il terzo è la digitalizzazione, “divenuta necessità” e “destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società”. Il quarto è la sanità, “dove l'efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa”.

E il Mes?

Preludio a un utilizzo dei soldi del Mes, come ha chiesto più volte Matteo Renzi a Giuseppe Conte? Non esattamente. Mario Draghi, nei suoi interventi sulla pandemia ha spesso parlato di Next Generation Eu, ma non ha mai parlato del Mes. Un motivo c’è: da presidente della Banca Centrale Europea, Draghi ha sempre osteggiato la crescita di potere e influenza dell’organismo guidato da Klaus Regling. Ad esempio, nel 2012 si oppose a concedere al meccanismo europeo di stabilità una licenza a operare come banca, perché – disse – è contro la legge europea. Avrà cambiato idea anche su questo? Lo scopriremo presto.