La polemica nata intorno alla specie di trailer del nuovo film di Checco Zalone è lo specchio fedele di ciò che è diventato il dibattito pubblico italiano: un calderone in cui ogni opinione, pensiero o concetto finisce per essere amalgamato in una sorta di brodo onnicomprensivo, che rende indistinguibili fatti, opinioni, idee sensate e vere e proprie scemenze. Una dinamica che produce un impazzimento generale, nel quale spesso si dimentica anche il vero nocciolo della questione e si impongono chiavi di lettura molto, ma molto discutibili, che poi generano altre polemiche, in un vortice che termina solo quando sorge dal nulla un nuovo "trend". Così, prima di affrontare il caso in questione, andrebbe fatta una considerazione preliminare: la libertà di satira e il politicamente corretto non c’entrano una mazza con le critiche al trailer del film di Checco Zalone.

Il problema è che il primo a non aver capito il senso delle critiche che gli sono state rivolte è proprio il comico pugliese, che ha rilasciato una intervista in cui travisa completamente la questione e si ritaglia il ruolo di colui che smaschera il moralismo bacchettone delle élite di sinistra, dei radical chic, di coloro che, come dicono a Napoli, "non si mangiano un'emozione" e prendono tutto troppo seriamente. Zalone, dopo essersi difeso dalle accuse di razzismo, parla infatti di “atroce psicosi del politicamente corretto” e si lamenta del fatto che ormai non si possa “dire più nulla”, dimostrando di non leggere un giornale o accendere la televisione dal 1994 almeno, visto lo sdoganamento a tutti i livelli (politica, giornalismo, televisione, eccetera) di schifezze reazionarie e retrograde di ogni tipo, inclusi rigurgiti razzisti, fascisti e xenofobi. La censura del politicamente corretto, del black humour, della satira non schierata è infatti vuoto argomento retorico, utilizzato ormai in modo quasi automatico per coprire rigurgiti razzisti, misogini, omofobi e razzisti.

Proviamo però a fare un bel respiro e a capire da cosa nasca questa polemica. L’intervento più importante, dopo la diffusione del trailer del film “Tolo tolo” (eh, sarebbe “Solo solo”), è stato quello di Roberto Zaccaria, ex Presidente della RAI, ex parlamentare, costituzionalista di fama e attualmente Presidente del Consiglio italiano dei rifugiati, organismo diretto da Mario Morcone, che ha lavorato al ministero dell’Interno con Alfano e Minniti e da sempre è uno dei paladini della “buona accoglienza”. Zaccaria ha detto di considerare il trailer del film una “giustificazione del razzismo, direi quasi un'istigazione al razzismo”, precisando anche di non ritenere che il video rientri nell’idea di satira perché quella “è un'altra cosa, si rivolge contro i potenti e il potere in generale, non contro i soggetti più deboli”. Infine, ha fatto un parallelismo storico: “Nei cabaret della Germania di Weimar si suonavano canzoncine ironiche sugli ebrei. Poi sappiamo come è finita. Ecco, il momento storico non mi sembra il più adatto per fare comicità su rifugiati e stranieri”.

Checco Zalone ha risposto con una intervista nella quale dimostra di non averci capito nulla, di questa e di altre critiche. Oltre che sul vittimismo (la dittatura del politicamente corretto che minaccerebbe la libertà di espressione, LOL), la tesi difensiva di Zalone si basa su un assunto base: io non sono razzista. Il problema è che il “non essere razzisti” (peraltro una precondizione dell’appartenenza al consesso civile) non è un lasciapassare per utilizzare stereotipi, per rilanciare narrazioni tossiche sui migranti e per avallare una lettura divisiva e profondamente ingiusta della questione immigrazione. Il trailer di Tolo Tolo (originale la storpiatura dell’italiano, in effetti) va esattamente in questa direzione: l’immigrato che mendica, che lava i vetri, che occupa tutti gli spazi della vita degli italiani, che attenta alla purezza delle nostre mogli e via discorrendo.

Non c’è, o almeno non si capisce se debba esserci, alcun effetto di decostruzione della narrazione tossica o dei luoghi comuni per il tramite dell’ironia, che qui è moscia, stanca, abusata. Non è dissacratorio né sagace, Zalone (come pure lo è stato in passato), proprio perché si inserisce in un canovaccio trito e ritrito, in un contesto costruito a tavolino dalla politica e da certa stampa, finendo con il legittimare implicitamente i concetti di invasione, di alterità tra stranieri e italiani, di sostituzione. Lettura che, giova ribadirlo, è dominante, non marginale. Invasione, “aiutiamoli a casa loro”, sostituzione etnica, guerra fra poveri, prima gli italiani, non c’è più posto: sono le coordinate entro le quali ormai si discute della questione immigrazione, sono concetti introiettati nella mente degli italiani, rimasticati dall’opinione pubblica. Tolo Tolo non dissacra perché si muove completamente all’interno di questo schema. Non spiazza e non fa riflettere perché gli italiani sono già intrinsecamente convinti che quella sia “la realtà”. Non c’è nessun effetto straniamento, nessun disvelamento delle ipocrisie e dei pregiudizi, soltanto la risatina e i buoni sentimenti un tanto al chilo che coprono una situazione che è percepita come “reale”, dunque come problematica.

Che Zalone non sia razzista c’entra zero. Che Zalone faccia o meno ridere c’entra meno di zero. Che sia funzionale a una lettura distorta e tossica della questione immigrazione è il vero problema. E spiace che il primo a non capirlo sia lui.