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Alzare gli stipendi non è la soluzione per fermare l’aumento dei prezzi, secondo Bankitalia

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, interviene con una lectio magistralis in Parlamento. In Italia l’inflazione è ai livelli più alti da 40 anni, ma contrastare l’aumento dei prezzi con un aumento dei salari farebbe degenerare la situazione. La Bce dovrà continuare ad alzare i tassi di interesse, anche se con cautela.
A cura di Luca Pons
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La Banca centrale ha fatto bene ad alzare i tassi di interesse, e dovrà alzarli ancora, anche se questo avrà effetti negativi sull'economia reale. Per contrastare la crescita dei prezzi, infatti, non bisogna aumentare automaticamente i salari: così non si farebbe altro che alimentare l'inflazione, che "colpisce soprattutto le famiglie meno agiate, che spendono soprattutto per energia e prodotti alimentari, e le imprese". Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, commenta così la situazione dell'economia italiana nel suo intervento nell'Aula dei gruppi parlamentari della Camera.

"Bisogna riflettere sulle conseguenze possibili" che avrebbe un "adeguamento di retribuzione e prezzi di produzione", nelle condizioni attuali. Un aumento eccessivo dei salari porterebbe a una "spirale", in cui prezzi e stipendi continuano ad aumentare e l'inflazione diventa fuori controllo. Già quest'anno è stata eccezionale: "Nell'area Euro, l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto dell'11%, in Italia del 13%, il livello più alto da circa 40 anni".

Un tasso di inflazione così alto è dovuto, in Europa, "soprattutto al rincaro dell'energia, accentuato dal conflitto in Ucraina, e a quello dei prodotti alimentari, in parte legato allo stesso conflitto". A ottobre, in Italia l'energia ha rappresentato "quasi i due terzi" dell'aumento dei prezzi al consumo per le famiglie, e aggiungendoci anche gli alimenti si arriva all'80% di tutta la crescita dei prezzi.

In più, i tassi di interesse decisi dalla Banca centrale europea – che determinano ad esempio i tassi d'interesse dei mutui che si possono richiedere alle banche – sono stati "su valori straordinariamente bassi" per oltre 10 anni, per rispondere a diverse crisi (nel 2008, nel 2012 e poi la pandemia). Questo ha facilitato la circolazione di denaro in un momento in cui era necessaria, ma ha creato anche le condizioni per un aumento dell'inflazione, che è una "tassa sulla nostra economia, che non può essere eliminata attraverso vane rincorse tra prezzi e salari".

Ancora adesso, nonostante negli ultimi mesi la Bce li abbia alzati del 2%, i tassi sono "al di sotto del livello necessario per il nostro obiettivo di inflazione". La necessità di "continuare l'azione restrittiva, quindi, è evidente". I salari, ad esempio, devono aumentare "in linea con la produttività", e non seguire l'aumento dei prezzi, anche se con la perdita di potere d'acquisto dei lavoratori "le prospettive di crescita si stanno deteriorando".

La Bce dovrà bilanciare tutti questi elementi ma, seguendo questa direzione, l'inflazione dovrebbe tornare sui livelli considerati ideali (circa il 2%) nel 2024. Il rialzo dei tassi comunque non dovrà essere "troppo rapido e pronunciato", perché potrebbe avere effetti troppo negativi sull'economia reale e cancellare l'impatto positivo di un'inflazione più bassa.

Da parte sua, il governo Meloni non deve contare sull'inflazione per contenere il peso del debito pubblico sull'economia: bisogna continuare "le riforme e gli investimenti", sfruttare al meglio le risorse del Pnrr e gestire con prudenza le finanze pubbliche. Uno dei modi per limitare l'impatto che hanno i prezzi dell'energia sui consumi, ad esempio, è "investire nelle energie rinnovabili".

Nel suo intervento, Visco ha fatto anche una panoramica storica per sottolineare un punto: più volte, soprattutto tra gli anni '70 e '80, la politica italiana non è riuscita a controllare l'inflazione perché non era disposta a limitare i salari, i prezzi e anche l'occupazione, quando necessario. In altri Paesi come la Germania e gli Stati Uniti, nello stesso periodo, si sono seguite misure più restrittive e questo, dopo un periodo di effetti negativi sull'economia reale, ha portato a uno sviluppo economico per quei Paesi.

Oggi, la situazione si ripropone. Il modello per il governo Meloni devono essere le politiche dell'Italia degli anni '90, quando per rispettare i criteri economici richiesti per l'ingresso nell'Euro si tennero sotto controllo debito pubblico e inflazione. A livello europeo, invece, per diminuire le differenze tra Paesi servirebbe una maggiore integrazione "a livello finanziario, di capitale e di bilancio".

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