Opinioni

Aldo Moro: la ricostruzione del rapimento delle Brigate Rosse e gli ultimi 55 giorni della sua vita

Cosa è successo davvero durante il rapimento di Aldo Moro? In questo video ricostruiamo il sequestro del 16 marzo 1978, le trattative tra lo Stato e le Brigate Rosse e l’epilogo della morte di Aldo Moro, cercando di fare luce sulle tante zone d’ombra che ancora oggi persistono su questo caso.
A cura di Saverio Tommasi
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Il rapimento di Aldo Moro
Il rapimento di Aldo Moro

Sono le 9 di mattina del 16 marzo 1978. Siamo a Roma. L’auto blu con a bordo l’onorevole Aldo Moro svolta a sinistra in via Fani, seguita dall’altra auto della scorta. Il percorso è quello abituale e prevede una tappa alla Chiesa di Santa Chiara, dove Moro si reca a pregare tutte le mattine, prima di andare alla Camera. Dopo pochi metri però, un’auto esce da un parcheggio e si infila proprio davanti alle due auto di scorta. È una Fiat 128 con targa CD: Corpo Diplomatico. Arrivati all’incrocio con via Stresa, la Fiat 128 si ferma e non riparte. Il carabiniere Domenico Ricci, 21 anni di servizio a fianco di Aldo Moro, fa cenno all'autista di darsi una mossa. Alla sua sinistra ci sta un vecchio bar, e in quel momento escono quattro persone vestite da piloti dell’Alitalia. In mano hanno dei mitra e, aperto il fuoco, massacrano i cinque i membri della scorta. Pochi minuti più tardi di Aldo Moro non c’è più traccia: è stato appena rapito dalle Brigate Rosse.

Chi erano le Brigate Rosse
È passata un’ora dall’agguato di via Fani quando una telefonata anonima arriva al centralino dell’ANSA: a rapire Aldo Moro sono state le Brigate Rosse. Ma chi erano le Brigate Rosse? Chi c’era lo ricorda bene: c’è stato un periodo ben preciso, durante gli anni ‘70, in cui il terrore di una possibile azione terroristica da parte dei brigatisti era pensiero quotidiano. E il 16 marzo del 1978 rappresentò il culmine. Pensate che subito dopo il sequestro molte persone si riversarono a fare scorte nei supermercati, quasi come se fossimo entrati ufficialmente in guerra, o come se in molti percepissero la possibilità di un colpo di Stato imminente. Ma quello fu l’apice di un processo graduale.

All’inizio della loro storia le Brigate Rosse non erano un corpo militare. Erano militanti che si definivano comunisti-marxisti, militanti che ritenevano la democrazia italiana, lo Stato italiano, solo una facciata, e che il vero potere fosse in realtà nelle mani delle grandi multinazionali. Che per questo andavano colpite. Nei primi tempi erano quindi soliti prendere di mira soprattutto gli industriali e alcuni potenti dirigenti d’azienda, che rapivano e poi rilasciavano dietro pagamento di un riscatto – o anche, semplicemente, dopo averli spaventati. Il loro slogan era “Colpirne uno per educarne cento” come si poteva leggere talvolta sui manifesti che facevano reggere agli stessi ostaggi. All’inizio dunque la loro azione era perlopiù intimidatoria: commettevano dei crimini che servivano più all'auto-sostentamento economico che a un rovesciamento dello Stato democratico. Ma andando avanti invece la loro azione si fece sempre più violenta.

Nel giugno del 1974 dei brigatisti occuparono la sede del Movimento Sociale Italiano a Padova, con l’intento di rubare dei documenti e lasciare la loro firma sui muri: una stella con cinque punte. Ma quando due ostaggi, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, cercarono di reagire e liberarsi, li uccisero a colpi di pistola. L’esecuzione, che non era preventivata, venne subito rivendicata dal comando centrale delle Brigate Rosse. La violenza era stata appena sdoganata: durante gli anni ‘70, saranno circa 60 le vittime dirette per mano dei brigatisti: poliziotti, magistrati, giornalisti e sindacalisti.

Il 1974 fu anche l’anno dei primi arresti. Renato Curcio e Alberto Franceschini, due tra i fondatori delle Brigate Rosse, furono arrestati dal Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, una task force nata per combattere proprio i brigatisti. Ma chi pensava a una fine delle Brigate Rosse, si sbagliava. Forse perché sottovalutate, o forse perché, come ipotizzeranno alcuni storici, c’era interesse da parte dei servizi segreti a sfruttare questa tensione, le Brigate Rosse furono lasciate libere di riorganizzarsi: il nuovo comando fu così affidato a Mario Moretti, esponente dell'ala più dura. La mente del rapimento di Aldo Moro.

Sul perché fu scelto proprio il presidente della Democrazia Cristiana ci arriviamo tra poco. Prima c’è da dire un’altra cosa riguardo la struttura delle Brigate Rosse, che è un po’ il motivo per cui sono riuscite a sopravvivere per così tanto tempo, più di tante altre organizzazioni terroristiche in giro per l’Europa. Erano divise infatti per “colonne”, delle specie di sotto-organizzazioni, una per ogni grande città, che operavano in maniera indipendente l’una dall’altra, pur condividendo lo stesso scopo. Questo sistema rendeva quasi impossibile rintracciare tutti i brigatisti, dal momento che ogni colonna sapeva poco o nulla delle altre, fatta eccezione per i capi, che vivevano però in una condizione di vera e propria clandestinità.

L’attacco allo Stato
Arriviamo così al 1978. Mario Moretti è uno dei capi dei brigatisti, che a questo punto non hanno più il semplice obiettivo di spaventare qualche ricco industriale. Il loro obiettivo adesso è quello di “portare l’attacco al cuore dello Stato”, per usare le loro stesse parole. Secondo le loro parole, era necessario liberarsi dal sistema dei partiti tradizionali, corrotti e piegati agli interessi delle potenze occidentali, per restituire il potere ai proletari. Decidono così che la colonna romana, quella più vicina ai palazzi del potere, avrebbe rapito un personaggio importante dello Stato. Sui motivi che hanno portato alla scelta di Aldo Moro si sono fatte molte ipotesi, con testimonianze spesso contrastanti: per alcuni era semplicemente quello più facile, meno protetto rispetto ad altri politici di spicco come lo stesso Andreotti. Li avevano pedinati entrambi per diverse settimane, e il tragitto casa-chiesa-lavoro di Aldo Moro era quello forse più semplice per un agguato. Per altri, invece, il presidente della Democrazia Cristiana era qualcosa in più di un obiettivo facile: era il simbolo perfetto, l’uomo che con la sua mediazione stava portando a un accordo di governo tra la Dc e il Partito Comunista italiano. Stiamo parlando del cosiddetto “compromesso storico”, voluto in primis dal leader del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, e che avrebbe portato i comunisti ad avere degli incarichi di governo, per la prima volta nella storia del nostro paese, tramite l’appoggio alla Dc, la Democrazia Cristiana, il principale partito italiano. Per i brigatisti era inaccettabile: un accordo del genere sarebbe stata la fine dei sogni di uno Stato pienamente comunista, allineato all'URSS. Segnarono quindi una data sul calendario: 16 marzo, giorno in cui il neo-eletto governo di Andreotti avrebbe ricevuto la fiducia alla Camera. Una fiducia che questa volta sarebbe potuta arrivare anche dal Partito Comunista.

L’agguato di via Fani
Torniamo a quella mattina. I brigatisti impiegati nell’agguato di via Fani sono 11, di cui 2 della colonna di Milano, scesi a Roma per l’occasione. C’è Mario Moretti, l’uomo alla guida della Fiat 128 che deve bloccare il convoglio. Ci sono Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli e Prospero Gallinari, gli uomini armati di mitra. Sono vestiti con delle divise da piloti Alitalia perché, pensano, “chi mai sospetterebbe di un pilota d’aereo fermo a un incrocio”. Ci sono Bruno Seghetti, Alessio Casimirri e Barbara Balzerani, alla guida di altre tre auto, di cui due che serviranno alla fuga e una a chiudere il corteo, per evitare che la scorta possa scappare in retromarcia.

Per non correre rischi hanno messo alla Fiat 128 guidata da Moretti una targa, rubata, del corpo diplomatico, così da non far allarmare l’autista di Moro. E hanno persino forato le gomme del camioncino di un fioraio, quello che era solito mettersi proprio all’incrocio tra via Fani e via Stresa e che, quella mattina, fu costretto a fare tardi per cambiare tutte e quattro le ruote del suo furgoncino.

Le cose che sappiamo su questo agguato, ma anche sui giorni che seguiranno, vengono quasi tutte dalle confessioni degli stessi brigatisti. Persone che, una volta arrestate, non hanno rinnegato praticamente nulla di quello che avevano fatto. Rimangono invece delle grandi zone d’ombra nel quadro generale, e queste le analizzeremo dopo. Torniamo all’assalto.

Quando i colpi dei brigatisti esplodono, il carabiniere Oreste Leonardi e gli agenti di polizia Francesco Zizzi e Giulio Rivera vengono colpiti subito. L’appuntato Domenico Ricci, alla guida della prima auto, tenta di ripartire, ma è bloccato da una vettura parcheggiata alla sua destra. Raffaele Iozzino, seduto nel sedile posteriore della macchina dietro, è l’unico che riesce a uscire e a impugnare l’arma, ma viene crivellato subito dopo, cadendo sull’asfalto. I mitra dei brigatisti sono pezzi di ferraglia, si inceppano più di una volta, ma la potenza di fuoco e la morsa in cui hanno stretto la scorta è abbastanza per uccidere tutti i cinque componenti della scorta. Alla fine saranno 91 i colpi di mitra sparati dai brigatisti, di cui 45 a segno. Aldo Moro, sotto shock ma illeso, viene prelevato e caricato sull’auto guidata da Seghetti.

Inizia così la fuga dei brigatisti per le strade di Roma, calcolata nei minimi dettagli. Procedono verso Sud, ma lo fanno percorrendo delle strade private: ce ne è una chiusa da una catena, che i brigatisti spezzano con una tronchese. All’altezza di piazza Madonna del Cenacolo cambiano l’auto: Moro è caricato questa volta su un furgoncino, e chiuso in una cassa di legno. Poco dopo le auto dell’operazione vengono abbandonate in una strada lì vicino. Un ulteriore cambio di furgone viene fatto qualche chilometro più in là, nel parcheggio di una Standa. Proseguono quindi il loro tragitto, fino alla destinazione finale: un appartamento in via Montalcini 8, nel quartiere della Magliana Nuova, nella profonda periferia sud di Roma. Un appartamento comprato per l’occasione da Anna Laura Braghetti, altra brigatista, che nei mesi prima aveva avuto il compito di fingersi una normalissima inquilina del palazzo insieme al finto fidanzato Germano Maccari, che aveva anche lui il compito di gestire il covo. All’interno della casa hanno tirato su un muro e creato uno stanzino, completamente insonorizzato: è qui dentro, in queste strettissime mura, che Aldo Moro passerà la sua prigionia, prima del suo epilogo 55 giorni dopo.

La prigionia di Moro
55 giorni: è questa la distanza di tempo che separa il giorno del sequestro da quello del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. 55 giorni in cui lo Stato si ritrovò allo sbando, diviso tra la volontà di salvare Aldo Moro e quella di riaffermare la propria autorità, messa in crisi da un colpo così forte. Se le voci di condanna erano unanimi, infatti, non tutti erano d’accordo su quello che si doveva fare. Trattare con i terroristi avrebbe significato riconoscere la loro forza, ma allo stesso tempo lasciare troppo a lungo Moro nelle loro mani avrebbe potuto compromettere dei segreti di Stato. Quello di Moro infatti non era un sequestro come gli altri: in uno dei primi comunicati, le Brigate Rosse lo definiranno un “processo allo Stato”, un interrogatorio dei brigatisti a un esponente del governo per estorcergli la verità sui giochi di potere. Questa differenza di vedute sul come gestire la situazione si rispecchierà anche nell’interpretazione delle lettere di Aldo Moro. Saranno 86 le lettere che il presidente della Dc scriverà durante la sua prigionia, indirizzate ai principali esponenti del suo partito, alla famiglia, ai principali quotidiani e persino a papa Paolo VI, di cui era amico. All’interno di queste lettere, non tutte recapitate durante il sequestro, c’era ovviamente la richiesta di aiuto di un uomo che si sentiva già condannato a morte; ma c’era anche la riflessione dell’uomo politico, che si chiedeva come fosse arrivato lì, e come avesse potuto, il governo da lui stesso costituito, voltargli le spalle proprio nel momento più buio. Per darvi un’idea della differenza di vedute, i sostenitori della linea dura, che rifiutavano qualsiasi tipo di trattativa o possibilità di scambio con altri detenuti brigatisti, suggeriranno che alcune di quelle lettere gli siano state dettate, o che comunque siano state scritte sotto l’influenza dei sequestratori. La cosa certa è che rappresentano una testimonianza preziosa su chi fosse davvero Aldo Moro, e sull’eredità politica che avrebbe lasciato.

I comitati di crisi
Chiamato a intervenire, il Governo, in particolare nella figura dell’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga, decise di gestire la situazione attraverso l'istituzione di comitati di crisi. Ce n’erano due ufficiali, quello operativo delle forze dell’Ordine e quello informativo dei servizi segreti. Ce n’era però poi anche uno “non ufficiale”: era quello dei cosiddetti esperti, di cui faceva parte anche Steve Pieczenik, un funzionario dell’antiterrorismo degli Stati Uniti, potenza alleata, chiamata proprio per l’occasione. Ma nessun comitato porterà a dei risultati: il motivo principale è da ricercare probabilmente nel fatto che i protocolli da seguire erano datati. Risalivano infatti agli anni ‘50, e non erano stati aggiornati neanche di fronte alla grande crescita del terrorismo degli ultimi anni. Mancavano quindi dei piani di azione efficaci e mancava, forse, anche una vera unione di intenti. Le diverse commissioni parlamentari che indagheranno sul caso Moro, dimostreranno infatti che molti dei vertici di questi comitati facevano parte della loggia massonica P2, e che potrebbero quindi aver ostacolato, in maniera più o meno diretta, la liberazione di Aldo Moro.

C’è un episodio che forse più di tanti altri, fa capire quanto fosse torbida la situazione in Italia: mi riferisco al falso comunicato del 18 aprile, secondo cui Moro era stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Le perizie diranno che, molto probabilmente, quel comunicato non fu opera dei brigatisti, ma di un falsario, tale Toni Chichiarelli. Un personaggio così camaleontico, che sarà poi accostato sia all’estrema sinistra che all’estrema destra, dati i suoi contatti con la Banda della Magliana. Lo stile del comunicato era del tutto simile a quello dei brigatisti, ma lo scopo del messaggio era diverso, ed era molto probabilmente quello di preparare l’opinione pubblica a un eventuale morte di Aldo Moro, riducendo così il potere delle trattative dei brigatisti. Per alcuni, a commissionare questo falso comunicato furono gli stessi servizi segreti italiani, ma una prova di questo non si è mai avuta.

Situazioni grottesche emersero però anche tra chi Aldo Moro voleva salvarlo a tutti i costi. Il 2 aprile, in una villa vicino a Bologna, ebbe infatti luogo una strana seduta spiritica. Alcuni docenti universitari, tra cui Romano Prodi, raccontarono di aver evocato degli spiriti che, muovendo un piattino sul tavolo, indicarono loro le parole “Viterbo”, “Bolsena” e "Gradoli". Pensate che l’isteria di quei giorni era così alta, che il tranquillo paesino di Gradoli, sul lago di Bolsena, venne immediatamente messo a soqquadro dalle forze di ricerca di Aldo Moro. Non trovarono niente. Ma attenzione: coincidenza vuole che a Roma, in via Gradoli 96, ci fosse un vero nascondiglio delle Brigate Rosse. Verrà ispezionato solo il 18 aprile seguente, in seguito a una chiamata per una perdita d’acqua, quando ormai era stato abbandonato. L’ipotesi più accreditata dietro questa vicenda, è che il nome “Gradoli” fosse in qualche modo girato all’interno degli ambienti di sinistra, pur senza sapere a cosa si riferisse realmente, e che si cercò di portarlo all’attenzione della polizia in qualche modo.

L’omicidio di Aldo Moro
Alla fine di tutto, a prevalere fu la strategia ribattezzata “della fermezza”. Nessuna trattativa tra Stato e brigatisti venne portata a termine, nonostante gli ultimatum da parte delle Brigate Rosse. Il 9 maggio arrivò così una telefonata al professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, in cui gli veniva riferito che il corpo senza vita del politico si trovava in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. La posizione non era casuale: era a 150 metri sia dalla sede nazionale della Dc, in Piazza del Gesù, che da quella del PCI, in via delle Botteghe Oscure. Moro era avvolto in una coperta, ed era stato ucciso a colpi di pistola, molto probabilmente all’interno di quello stesso bagagliaio. La scientifica non riuscirà a scoprire molto dalla scena del crimine: l’unico dettaglio significativo era la presenza di sabbia nei risvolti dei vestiti e sotto le scarpe di Moro, che portò a pensare che, forse, quella di via Montalcini non fosse stata l’unica prigione. Ma nessuna testimonianza dei brigatisti ha mai confermato questa ipotesi: anzi, alcuni di loro hanno indicato la sabbia come un semplice tentativo di depistaggio.

Come dicevo, molte delle cose che sappiamo su questo caso le sappiamo dagli stessi brigatisti, un po’ per il motivo che hanno sempre rivendicato i fatti, un po’ perché, con la legge sui collaboratori di giustizia, a partire dal 1980 furono offerti degli sconti di pena a chi decideva di testimoniare, cosa che contribuì a depotenziare fortemente le Brigate Rosse. Ma non mancano sospetti che Aldo Moro fosse, o stesse diventando proprio in quei giorni, un personaggio molto scomodo per gli equilibri di potere. C’era stata, durante quei 55 giorni, una vera e propria opera di delegittimazione politica nei confronti di Aldo Moro, per rendere il suo sacrificio più sopportabile e le sue accuse, lanciate attraverso le lettere, meno credibili agli occhi dell’opinione pubblica. In risposta a tutto ciò la famiglia rifiutò categoricamente i funerali di Stato, costringendo le massime cariche politiche a una grottesca commemorazione nella basilica di San Giovanni in Laterano fatta in assenza del corpo di Aldo Moro. Un funerale che non fu solo quello di un uomo, ma di un’idea. Con il suo assassinio si chiuse infatti definitivamente la stagione del compromesso storico e con esso ogni possibilità per i comunisti di entrare nel Governo. Un progetto che non era mai stato visto di buon occhio dagli alleati occidentali dell’Italia, primi fra tutti gli Stati Uniti. Come conseguenza di quella crisi, il governo di Andreotti ottenne la fiducia pressoché totale del Parlamento, e la Dc restò il partito più votato fino al 1992 e alla successiva inchiesta di Mani Pulite.

C’è un passaggio nelle conclusioni dell’ultima Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Aldo Moro, che risale al 2017, che spiega bene perché a distanza di tanti anni, ci siano ancora così tanti dubbi sulla vicenda. E dice:

“Dalla rilettura sistematica dei cinque processi e dell’attività delle precedenti Commissioni, emerge il fatto che la ricostruzione storico-politica e giudiziaria di uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana è ancora fortemente condizionata da una “verità” affermatasi tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, che ha poi trovato un parziale accoglimento in sede giudiziaria. Una “verità” fortemente legata alle interazioni tra le culture politiche all’epoca prevalenti e ad una diffusa volontà di voltare rapidamente pagina rispetto alla stagione del terrorismo.”

Una verità quindi su cui non si è mai voluto indagare fino in fondo, in un tempo in cui domande scomode si è preferito non farle, o spostare le risposte da un’altra parte. Una vicenda che però ci insegna quanto sia ancora tremendamente importante non dimenticare questa parte di Storia, e continuare a porci tutte le domande.

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Sono giornalista e video reporter. Realizzo reportage e documentari in forma breve, in Italia e all'estero. Scrivo libri, quando capita. Il più recente è "Siate ribelli. Praticate gentilezza". Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi. Per farlo uso le parole e le immagini. Mi nutro di video e respiro. Tutti i miei video li trovate sul canale Youmedia personale.
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