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30 Novembre 2021
18:00

Aborto, Chiara Lalli a Fanpage.it: “Non riusciamo ancora a dire che non è sempre un trauma”

Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, filosofa e giornalista, illustra a Fanpage.it l’aggiornamento della ricerca ‘Mai Dati’, che indaga sulla reale applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.
A cura di Annalisa Cangemi
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È appena uscito un aggiornamento del rapporto ‘Mai Dati', che ha lo scopo di indagare sulla reale applicazione della legge 194 sull'interruzione volontaria della gravidanza. Si tratta di un'ulteriore tappa dello studio, ed è probabile che il campo di ricerca si allarghi ancora. Nell'indagine, condotta per l'Associazione Luca Coscioni da Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e da Sonia Montegiove, informatica e giornalista, vengono passate in rassegna tutte le strutture sanitarie del Paese, con l'obiettivo di restituire una mappa quanto più completa possibile dell'Italia. Lo scopo è capire quale sia lo stato reale di applicazione della legge, un passaggio fondamentale per poter eventualmente intervenire.

Al momento lo studio è arrivato a una copertura del 70%. Le Regioni più evasive sono la Sicilia e la Sardegna: nonostante le richieste le ricercatrici hanno fino ad ora ottenuto una risposta da 1 delle 9 ASL siciliane e da 3 aziende sarde su 11.

Se a settembre i centri che in cui il 100% dei medici obiettori di coscienza erano 15 adesso il numero è cresciuto. E lo stesso incremento si riscontra con il numero di ospedali in cui il numero di obiettori di coscienza è superiore all’80%. Questi sono i primi criteri di cui si è tenuto conto, in occasione della prima pubblicazione del rapporto, proprio perché sono i numeri che balzano di più all’occhio.

Cosa dicono i dati aggiornati dell'indagine Mai Dati

Lo studio evidenzia una situazione allarmante almeno in 11 Regioni: in 22 ospedali e 4 consultori almeno una categoria tra ginecologi, anestesisti, infermieri e OSS è obiettore al 100%.

Sono 72 gli ospedali con personale obiettore tra l’80 e il 100% e 18 quelli con il 100% di ginecologi obiettori. Le Regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori sono: Abruzzo, Veneto, Umbria, Basilicata, Campania, Liguria, Lombardia, Puglia, Piemonte, Marche, Toscana. Ci sono poi 46 strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all’80%.

Sono informazioni che non compaiono nella Relazione sulla legge 194/78 del Ministero della Salute, pubblicata lo scorso 16 settembre (con un anno e mezzo di ritardo), la quale, aggregando i dati per Regione, di fatto non rende pubbliche le percentuali di obiettori delle singole strutture.

Abbiamo chiesto a Chiara Lalli, una delle due autrici dello studio, di commentare questi dati. "La fotografia che ci restituisce il ministero è una fotografia vecchia e sfocata, troppo da lontano. I dati definitivi si riferiscono al 2019, quelli preliminari al 2020. Ed è quasi finito il 2021. Questo andava bene un secolo fa, oggi avremo gli strumenti che ci permetterebbero di avere il dato quasi in tempo reale", ci ha detto al telefono l'autrice.

"Se 8 sanitari su 10 non garantiscono un servizio che dovrebbe essere garantito per legge è lecito chiedersi cosa succede in quel determinato ospedale? Vengono garantiti gli interventi? Che tempi di attesa ci sono? Che clima c’è nella struttura? Quest’ultimo elemento poi è difficilmente misurabile con i numeri. La faccenda è estremamente complicata", ci ha detto al telefono.

In una mappa ideale, spiegano le due ricercatrici, ci dovrebbero essere i dati dettagliati di ogni ospedale, non solo dell’obiezione di coscienza, ma di tutto quello che la Relazione riporta aggregando per Regione; non solo il numero degli ospedali esistenti e di quelli in cui si effettua l'IVG (su 564 ospedali, in 356 si effettua l’IVG, cioè il 63,1%) ma l'indicazione di quali sono quelli in cui si può abortire.

La mappa (quasi) completa di 4 Regioni

Da agosto Lalli e Montegiove hanno cercato di contattare tramite PEC tutte le aziende sanitarie, per ottenere dati che dovrebbero già essere di dominio pubblico, e che dovrebbero essere raccolti dalle istituzioni, con un lavoro di aggiornamento continuo. Con le risposte prevenute entro il 20 novembre 2021 è stato possibile mostrare la situazione in Emilia-Romagna, Molise, Abruzzo e Basilicata.

L'esempio più virtuoso è quello dell'Emilia-Romagna, perché in questo caso ci sono quasi tutti i dati a disposizione (manca solo una struttura). Per l'Abruzzo vengono presentati i dati di chi ha risposto: ospedale di Chieti, di Vasto, di Sant’Omero, di Pelle, di Pescara e di Teramo (6 degli 8 ospedali in cui si effettuano IVG, secondo la tabella del ministero). Anche per la Basilicata i dati sono completi: tutte le Aziende sanitarie (3) hanno risposto.

In Molise per esempio il numero degli obiettori di coscienza è superiore all’80% per il ministero. Ma dove si trovano esattamente? Il dato del ministero non dice molto.

"La realtà è diversa, quando si hanno le cifre struttura per struttura. I dati comunicati dalla Asrem ci dicono che in tutto il Molise i ginecologi non obiettori sono 1,5, cioè uno a tempo pieno e uno a tempo parziale, su ventinove ginecologi in totale, e tutti sono al Caldarelli di Campobasso", ci ha spiegato Chiara Lalli.

"Abbiamo avuto la risposta ufficiale dall’Asrem, che sta comunque cercando di risolvere questa situazione. Noi ci limitiamo a osservare che per il momento la situazione ufficiale è questa. Poi potremmo scoprire che le donne in Molise non abortiscono e preferiscono per diverse ragioni di andare altrove. Ma quel che è certo è che stato molto complicato raccogliere queste informazioni. Noi abbiamo iniziato a mandare PEC dall'inizio di agosto, ma i dati dovrebbero già essere così, aperti, pubblici. È un nostro diritto averli, non stiamo chiedendo favori a nessuno. Questo prescinde anche dalla 194, è una questione fondamentalmente di salute pubblica e trasparenza della pubblica amministrazione. Anche per poter fare le ricerche, mettendo ad esempio a paragone l'Italia con altri Paesi, o approfondimenti sui singoli ospedali".

"L'aborto è un problema di salute pubblica ed è un problema di salute individuale. E se questo servizio è garantito in modo così disomogeneo è una grandissima ingiustizia, perché chi ha soldi può trovare una soluzione andando in un altro Paese, ma per il resto delle persone cosa succede?".

Chiara Lalli risponde a Dacia Maraini

In una recente intervista a Fanpage.it la scrittrice Dacia Maraini, parlando dell'aborto, ha detto che "Abortire è sempre una decisione dolorosa. Ci sono tante ragioni per cui una donna decide di liberarsi di un figlio non ancora nato, economiche, psicologiche, esistenziali. A me l'aborto non sembra affatto una conquista felice. La vera alternativa all'aborto sta nella maternità responsabile", ha affermato, aggiungendo che "in una società a misura di donna l'aborto non esisterebbe proprio per niente".

"Non mi stupisce che lo abbia detto", ha detto la filosofa e giornalista Chiara Lalli, secondo cui la tendenza a parlare dell'aborto come sofferenza è abbastanza recente. "Lo stigma e la presunta sindrome post abortiva, che è completamente inventata, nascono appunto dall'idea che l'aborto è sempre un dolore, un conflitto. Si tratta di un'evoluzione geniale dei Pro Vita. Il loro discorso classico ruota attorno ai diritti del concepito, l'embrione è una persona e di conseguenza l'aborto è un omicidio. A questo discorso, che forse risultava un po' freddo, hanno aggiunto questo concetto paternalistico: non solo abortire è sbagliato, ma non devi abortire per il tuo bene, perché se abortisci starai male per sempre. Il sottofondo ultraconservatore è che il destino delle donne è quello di essere madri. Per questo mi fa ancora più arrabbiare quando leggo che le femministe e le progressiste considerano l'aborto un trauma. I pro-life sono coerenti, visto che sono convinti che l'aborto sia un omicidio. Hanno delle posizioni chiare, è inutile indignarsi. Non possono che pensare quello. Quello che mi fa imbestialire è l'altro fronte". 

Chiara Lalli ha sempre difeso i manifesti pro-life: "Non è che si può vietare di appendere un manifesto perché non siamo d'accordo con loro. I pro-life poi si sono appropriati della parola ‘vita', una grande trovata strategica. Ma chi non è d'accordo con gli ultraconservatori non è certo a favore della morte. Lo slogan altrettanto breve, ma meno efficace, che si è provato a contrapporre è ‘per la scelta'. Ma è chiaro che ‘vita' evoca un'idea più forte". 

"Il vero problema è che non riusciamo ancora a dire che l'aborto non è necessariamente un dolore e un trauma. Ci sono un sacco di donne che scelgono di abortire perché non vogliono un figlio, o non ne voglio un altro, non perché hanno problemi economici". 

"È una stupidaggine clamorosa dire che basterebbe avere i congedi di paternità prolungati o la parità salariale tra uomo e donna per eliminare del tutto gli aborti. Questa narrazione serve anche a rappresentare le donne come eternamente vittime. Anche quest'idea di mettere in contrapposizione chi abortisce e chi è madre è un altro trucchetto. Ci sono tantissime donne che abortiscono e che sono già madri di due o tre figli, perché non se la sentono. È possibile che lo decidano tranquillamente, senza per forza avere rimpianti o rimorsi. È chiaro che a volte questo può accadere, ma qui stiamo facendo un discorso generico. Nel dibattito pubblico si parla troppo poco dell'aborto davvero volontario".

Per la Chiesa l'aborto è un "omicidio con sicario". Dacia Maraini aveva provato a rispondere a Papa Francesco tre anni fa, sottolineando che "nessuna donna ha piacere di abortire. Se lo fa è perché costretta da tante ragioni dolorose". Ma secondo Chiara Lalli questo è solo l'ennesima dimostrazione che molto spesso questo tema viene sollevato in chiave difensiva: "Non ci si può limitare a dire che è molto controversa l'idea che l'aborto sia un omicidio, senza dover per forza insistere sul dolore? Anche perché chi è già convinto che l'aborto sia un male non lo farà. Il vero punto è avere la possibilità di scegliere. Perché l'alternativa è solo una, ed è la gravidanza forzata. Ma nessuno dei pro-life mi ha mai detto di essere d'accordo con l'imposizione di una gravidanza a una donna".

"La verità è che in una società a misura di donna, a differenza di quanto dice Dacia Maraini, l'aborto continuerebbe a esistere, ma libero, ben garantito e alleggerito da questa cappa di condanna morale che si comprende quando proviene dai pro-life, ma si comprende un po' meno quando arriva da chi difende la 194".

Oggi difficilmente una donna ammette pubblicamente di aver abortito

Chiara Lalli ricorda cosa accadde il 5 Aprile del 1971 a Parigi, quando fu firmata una dichiarazione di 343 donne che dichiaravano di aver avuto un aborto. È interessante sottolineare che il manifesto venne pubblicato quando ancora l'aborto era reato, quindi queste donne rischiarono delle ripercussioni autodenunciandosi: "Oggi sarebbe impensabile immaginare che 343 attrici, registe o scrittrici italiane famose ammettano pubblicamente di aver abortito. Forse lo farebbero in 5, e 4 di loro si giustificherebbero, dicendo di averlo fatto in un momento difficile".

C'è stato insomma un innegabile passo indietro. "Oggi diamo per scontato che ci siano certi diritti, e questo è una conseguenza del paradosso del benessere. Contemporaneamente però ci lagniamo anche di problemi marginali, come il catcalling, ma ci dobbiamo ricordare che esiste anche un passato e una gerarchia di importanza. È molto rischioso mettere sullo stesso piano il cretino che infastidisce la donna per strada e l'uomo che picchia o stupra. È chiaro che la mano sul sedere è grave se una donna non la vuole, ma ci sono circostanze più gravi. Se tutto è violenza e tutto è sessismo nulla lo è più".

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