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24 febbraio 2023: oggi sono 365 giorni di guerra Russia-Ucraina (e non solo)

Come è iniziata l’invasione russa in Ucraina? E com’è cambiata la guerra dall’inizio del conflitto a oggi?
A cura di Redazione
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Zelensky, presidente ucraino
Zelensky, presidente ucraino

Quanti di noi avrebbero mai immaginato che una nuova guerra potesse scoppiare nel cuore dell’Europa? È passato un anno dal giorno in cui ha avuto inizio l’invasione, un giorno che ha cambiato per sempre il corso della Storia, perché non si tratta solo di “Russia contro Ucraina”, ma di un conflitto i cui effetti si sono ripercossi su tutto il mondo.

Come è iniziata l’invasione russa in Ucraina? E com’è cambiata la guerra dall’inizio del conflitto a oggi? Partiamo dall’inizio.
Putin, il 24 febbraio di un anno fa, iniziò le operazioni militari affermando: “Ho deciso di effettuare un’operazione militare speciale. Cercheremo di smilitarizzare e denazificare l’Ucraina”.
Dopo aver assicurato per settimane e mesi che non l’avrebbe fatto, con queste parole Vladimir Putin dà inizio all’invasione. Durante le prime 24 ore del conflitto vengono effettuati 160 lanci di missili e 75 incursioni aeree. Via terra i russi attaccano praticamente da tutti i lati.
In pratica l'esercito russo attacca su quattro fronti: Bielorussia/Kiev, Kharkiv, Donbass, Crimea-Kherson. Da nord le forze russe in Bielorussia avanzano lungo le sponde del fiume Dnipro: l’obiettivo è isolare la capitale Kiev. Dall’Ucraina nord-orientale, invece, i russi provano a sfondare a Kharkiv con i carri armati, mentre a ovest, fronte Donbass, l’esercito ucraino è costretto a indietreggiare. Ma è a sud che i russi guadagnano terreno, avanzando verso nord dalla Crimea, conquistando la città di Kherson e assicurandosi l’accesso al Canale di Crimea. Ma a far tremare il mondo, quel giorno, è l’occupazione russa della centrale nucleare di Chernobyl, cui seguirà pochi giorni dopo quella di Zaporizhzhya, la centrale nucleare più grande d’Europa.
Fin dal primo giorno appare chiaro che “l’operazione speciale” pensata da Putin sarebbe dovuta essere una “guerra lampo”. Attaccare l’Ucraina su più fronti, sfondare a Kiev, rovesciare il governo di Zelensky e instaurare un regime filorusso nella capitale. Il Cremlino era sicurissimo della riuscita del piano per diverse ragioni. Innanzitutto la Russia non si aspettava una così forte resistenza da parte dell'esercito ucraino – che a dispetto delle previsioni iniziali, si è dimostrato invece ben preparato in battaglia – perché immaginava che gli ucraini filorussi avrebbero accolto "a braccia aperte" l'invasore, affinché li liberasse dal governo filo occidentale di Zelensky. Ma soprattutto, la Russia aveva scommesso sulle divisioni interne ai Paesi dell’Unione Europea, che invece hanno condannato all’unanimità l’aggressione russa attraverso sanzioni economiche e sostenuto l’Ucraina con ogni mezzo.

28 febbraio. “Per la prima volta in assoluto l’Unione Europea finanzierà l’acquisto e la consegna di armi ed equipaggi per un Paese sotto attacco. È un momento spartiacque”. Sono le parole della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e segnano l’inizio dei finanziamenti militari, economici e umanitari a sostegno dell’Ucraina. Sono più di 40 i Paesi che, dall’inizio del conflitto a oggi, stanno aiutando l’Ucraina, Italia compresa. Aiuti che hanno permesso all’esercito di Kiev di contenere l’avanzata russa e sventare i piani originari del Cremlino.

Le conseguenze del primo mese di guerra sono a dir poco devastanti. Milioni di ucraini sono costretti a fuggire dalle proprie case per cercare rifugio in altri paesi: in appena 30 giorni sono oltre 3 milioni i profughi fuggiti dal paese. Si tratta della più grande crisi europea dalla Seconda guerra mondiale. Per capirci, gli ucraini scappati via sono più dei profughi causati dalle guerre dei Balcani dal 1991 al 1995 e della “Crisi dei migranti” a cavallo tra 2015 e 2016.
La maggior parte delle famiglie ucraine si dirige in Polonia, che nei primi 30 giorni di guerra ha accolto più di 2,2 milioni di ucraini, cioè più della popolazione di Varsavia. Secondo gli ultimi dati disponibili, ad oggi sono più di 8 milioni i rifugiati dall’inizio del conflitto, mentre 6,2 milioni gli sfollati interni. Cioè quasi 18 milioni di persone che in un momento hanno visto la propria vita andare in frantumi. Ma la crisi umanitaria non sarà l’unica conseguenza del conflitto.
Il 2 marzo il prezzo del gas in Europa segna un aumento record, ma è solo il primo di numerosi picchi che si toccheranno nel corso del 2022: il punto più alto ad agosto, con 349 euro al megawattora. Anche i prezzi del grano subiscono un’impennata: l’Ucraina è infatti il quarto maggiore esportatore di mais e grano e il più grande esportatore mondiale di olio di girasole. Ma il primo mese di guerra segna anche la prima grande svolta sul campo di battaglia.

Il 26 marzo il ministero della Difesa russo dichiara che “l’operazione speciale” passa alla fase due. La Russia ritira le sue truppe da Kiev e Chernihiv per concentrarsi sul “vero obiettivo”: la liberazione del Donbass. In realtà, le forze russe si ritirano a causa delle gravi perdite subite durante le operazioni (fallite) per impadronirsi delle due città. L’Ucraina quindi resiste, ma il prezzo di questa resistenza diventa sempre più alto ogni giorno che passa.

Il 2 aprile il mondo viene a conoscenza dei crimini di guerra commessi dai soldati russi. Dalla città di Bucha arrivano le immagini di cadaveri per strada e fosse comuni dopo la ritirata delle truppe russe. Su Twitter e Telegram circolano foto e video di quello che si comprenderà essere un vero e proprio massacro. A pagare il prezzo più alto però è Mariupol, la città martire simbolo della resistenza ucraina.
Discorso di Zelensky al Parlamento italiano: “Ci sono migliaia di feriti, decine di migliaia di famiglie distrutte. Milioni di case abbandonate. Tutto questo a causa di una persona. Nelle città seppelliscono i morti nelle fosse comuni e nei parchi. Ogni giorno di guerra toglierà la vita ad altri bambini, sono 117 fino ad ora ma non è finita. I missili russi non smettono di uccidere. Alcune città sono del tutto distrutte, come Mariupol, dove c'erano mezzo milione di persone come a Genova. Ora ci sono solo rovine, immaginate Genova completamente bruciata dopo tre settimane di assedio”.

Dopo oltre 80 giorni di assedio, a fine maggio la città di Mariupol cade definitivamente in mano ai russi, ma ciò che resta è soltanto un cumulo di macerie.
I mesi estivi segnano un momento di stallo della guerra: non si registrano successi significativi da nessuna delle due fazioni in campo. A questa pausa solo apparente, poi, si aggiunge il parziale disinteresse dell’opinione pubblica: la guerra non è più argomento da prima pagina.
In Italia si accende il dibattito sulle armi, ma a far discutere l'opinione pubblica e la politica sono soprattutto gli effetti prodotti dalle sanzioni inflitte alla Russia e dal prosieguo della guerra: inflazione alle stelle, impennata del prezzo delle bollette e della benzina. Mentre l’Occidente prova a fare i conti con l’impatto economico della guerra, però, la fine dell’estate coincide con l’inizio della terza fase del conflitto. Il 29 agosto i militari ucraini annunciano l’inizio di un'operazione di controffensiva nell'oblast di Kherson e Mykolaiv. L’obiettivo è riconquistare i territori occupati dai russi sul fronte orientale e meridionale.

11 Settembre
Un soldato ucraino alza la bandiera nella città di Chkalovske, nella regione di Kharkiv. La controffensiva ucraina è un successo: a sud e a ovest, l’esercito respinge indietro i russi. Kiev afferma di aver riconquistato 3000 km2 nella controffensiva nell’Ucraina orientale. Le forze russe non riescono a riorganizzarsi e si danno alla fuga. Sono passati 200 giorni dall’inizio del conflitto: “La nostra bandiera è tornata a sventolare a Chkalovske – afferma Zelensky – e sarà così ovunque. Scacceremo i russi da ogni posto, città e villaggio ucraini”.

21 settembre
Vladimir Putin: “L'Occidente ha oltrepassato ogni limite, non parlano solo di sconfitta militare russa ma ci minacciano con armi nucleari. Se c'è una minaccia per il nostro paese useremo la nostra tecnologia nucleare per proteggerci e non sto bluffando”.
Pochi giorni dopo i successi della controffensiva ucraina, Vladimir Putin tiene un discorso alla nazione e annuncia l’inizio della mobilitazione parziale: Putin chiama a raccolta 300 mila riservisti – cioè militari in congedo – e avverte: “La Russia userà ogni mezzo per difendersi”.

8 Ottobre
L’evento più significativo di questa terza fase della guerra avviene alle ore 6:02 del mattino dell’8 ottobre: un’esplosione su larga scala danneggia il ponte sullo stretto di Kerch, che collega la Crimea con la Russia. L'attacco sarebbe stato compiuto facendo detonare 22.770 kg di esplosivo caricato su 22 pallet e trasportato a bordo di un treno. L'Ucraina non rivendica la responsabilità dell'incidente, ma il New York Times afferma che un anonimo alto funzionario ucraino ha dichiarato che l'intelligence ucraina ha partecipato all'esplosione. La reazione della Russia è senza precedenti.

10 ottobre
Kiev, Leopoli, Ivano-Frakivs, Dnipro, Odessa: su oltre 20 città ucraine si consuma la vendetta di Putin. Vengono lanciati 84 missili da crociera e 24 droni kamikaze su due terzi dell’Ucraina. L’inferno scatenato dalla Russia è “il secondo attacco missilistico” più grande dopo quello del 24 febbraio, cioè il giorno in cui è iniziata l’invasione. Gli attacchi russi colpiscono 70 obiettivi, tra cui 29 infrastrutture critiche, 4 grattacieli, 35 edifici residenziali e una scuola. Il Ministro degli Interni ucraino parla di “terrorismo energetico” da parte della Russia, che nelle settimane seguenti continuerà con i raid di missili su diverse città ucraine, lasciandole senza energia. Ed è proprio un missile a far tremare il mondo intero.
Il 15 novembre un missile colpisce Przewodow, cittadina polacca sul confine con l'Ucraina. L’esplosione provoca la morte di due persone. La tensione sale a livelli altissimi: se la Russia fosse responsabile dell’accaduto, la Polonia potrebbe richiedere l’applicazione dell’articolo 5 del trattato Nato, che prevede una risposta in caso di attacco a uno dei Paesi membri. 48 ore dopo si scoprono i reali dettagli dell’accaduto: l’esplosione è stata causata da un missile della difesa aerea lanciato dall’esercito ucraino per intercettarne un altro sparato dalla Russia e diretto verso l’Ucraina. Gli incessanti raid russi non solo aumentano il rischio di un’escalation globale, ma costringono l’Ucraina ad affrontare l’inverno più freddo della sua storia.
Grazie alle immagini satellitari della NASA possiamo vedere l'Ucraina un anno fa e come appare oggi: un buco nero nel cuore dell’Europa.

17 novembre
Il presidente ucraino Zelensky afferma che più di 10 milioni di ucraini sono senza elettricità, in particolare nella regione di Kiev. I russi bombardano infrastrutture civili ed energetiche. In 15 regioni del paese la corrente manca almeno 4 ore al giorno. Per tenersi al caldo, molte famiglie sono costrette a bruciare carbone, legna, o utilizzare generatori alimentati a gasolio o stufe elettriche. La strategia di Putin è brutale: usare l’inverno come arma contro l’Ucraina esaurendo le risorse del nemico.

22 dicembre
Zelensky al Congresso USA: “Contro ogni probabilità e scenari di sventura e oscurità, l’Ucraina non è caduta. L’Ucraina è viva”.
Così parla Zelensky al Congresso americano, dopo essere stato accolto dal presidente Joe Biden alla Casa Bianca. Si tratta del primo viaggio all’estero di Zelensky da quando è iniziato il conflitto: un viaggio non banale, perché sia a Biden che al Congresso, Zelensky ribadisce ancora una volta l’importanza degli aiuti militari ed economici a sostegno dell’Ucraina: “L'assistenza finanziaria è di fondamentale importanza e vi ringrazio davvero per entrambi i pacchetti finanziari che ci avete già fornito e quelli su cui state discutendo. I vostri soldi non sono beneficenza, ma un investimento nella sicurezza globale e nella democrazia che noi gestiamo nel modo più responsabile possibile”.

Sostenere l’Ucraina con ogni mezzo, ma fino a che punto? È questo il tema centrale di questi ultimi mesi di guerra. Dopo Biden, infatti, Zelensky ha incontrato personalmente altri leader: Macron (Francia), Scholz (Germania), Sunak (UK) e Giorgia Meloni. Un “tour europeo” nel quale Zelensky ha continuato a chiedere aiuti e nuove armi. In particolare, il presidente ucraino continua a chiedere i caccia. Gli USA hanno risposto no – almeno per ora – alla richiesta di F16 da parte di Zelensky, mentre la Germania, dopo mesi di tentennamenti, invierà i moderni carri armati di produzione tedesca Leopard 2 che, secondo molti esperti, potrebbero cambiare le sorti del conflitto.
Cosa accadrà, adesso, dopo un anno di guerra? Fino a quando l’Ucraina resisterà? C’è davvero il rischio di un’escalation nucleare?
“Le prospettive di pace continuano a diminuire – ha spiegato poche settimane fa Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite -. Le possibilità di un'ulteriore escalation e spargimento di sangue continuano a crescere. Temo che il mondo non stia camminando come un sonnambulo in una guerra più ampia. Temo che lo stia facendo con gli occhi ben aperti".

Ma la domanda che tutti dobbiamo porci è: “Il 2023 sarà l’anno della pace?”
Senza entrare nel merito di ciò che Russia e Ucraina chiedono affinché il conflitto finisca, la realtà dei fatti è che i negoziati di pace fino ad oggi sono stati un fallimento. Ed è questo che dovrebbe spaventarci di più. Perché senza pace non c’è nessun futuro per l’umanità.

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