Al via lunedì 20 maggio la revisione del processo ai cosiddetti "diavoli della Bassa Modenese". Alla Corte di Appello di Ancona ci sarà la prima udienza di "Pedofili 1", uno dei processi che vede coinvolti i genitori di 16 bambini allontanati per sempre dalle rispettive famiglie, negli anni Novanta, per via di accuse pesantissime. Dalla pedofilia ai riti satanici nei cimiteri. “Spero venga fatta giustizia” commenta Federico Scotta, il primo nella lista fra chi sarà ascoltato dai giudici la prossima settimana.

Dopo 11 anni di carcere con l’accusa di pedofilia, il reato più infamante, soprattutto per un genitore, Scotta aspettava questo giorno dal lontano 1997. Cioè da quando, il 7 luglio di quell’anno, ha visto per l’ultima volta i suoi tre figli. Avevano 3 anni, sei mesi e qualche giorno di vita. “L’ultima era ancora in sala parto, era appena nata” ricorda.

In tutto sono stati 16 i bambini, fra zero e 12 anni, allontanati dalle proprie famiglie e mai più tornati indietro. Qualche genitore non ha retto il trauma. Una mamma, a tre mesi dall’inchiesta, si è tolta la vita lanciandosi da una finestra, mentre don Giorgio Govoni, parroco di Massa Finalese travolto da questo tsunami insieme ad altre  famiglie, è stato ucciso da un infarto davanti al suo avvocato dopo aver saputo che per lui erano stati chiesti 14 anni di carcere.

Tutto ha inizio a maggio del 1997. Dario, un bambino di sei anni che vive all’interno di una famiglia disagiata di Finale Emilia, viene ascoltato da una psicologa. Il sospetto dei servizi sociali è che sia vittima di abusi in casa. Alla psicologa racconta prima di violenze sessuali, poi di dettagli sempre più macabri e raccapriccianti. Omicidi, orge e riti satanici in cimitero, bare disseppellite. E col passare del tempo le dichiarazioni di Dario, diventato ben presto il “bambino zero”, tirano in ballo sempre più persone. Come lo stesso don Govoni, indicato come il vero e proprio capo di una setta.

La vicenda travolge e sconvolge diversi paesini della zona, distanti anche decine di chilometri. “Tra di noi non ci conoscevamo” continua Scotta, che all'epoca viveva a Mirandola. “Dicevano che veniva montata una ghigliottina dove alle 4 di pomeriggio i bambini venivano uccisi. Un’altra aveva raccontato di aver ucciso e poi bevuto il sangue. Ma come fa un bambino ad arrivare a dire certe cose?

Dopo 5 processi (le accuse di abusi satanici nei cimiteri sono archiviate per mancanza di prove, mentre per alcuni imputati sono state confermate quelle relative ad abusi domestici) si contano 24 assoluzioni e 15 condanne. Ma di prove oggettive, nonostante le indagini, non se ne sono mai viste, neanche quando si cercano in un fiume i corpi dei bambini uccisi, come indicato dai racconti dei piccoli. Eppure tutto si basa sulle loro dichiarazioni. “Forse sono stati suggestionati –spiega ancora Scotta- nel senso che questi bambini, per dire determinate cose, il modo in cui veniva interrogati… Se poni ad un bambino la domanda in un certo modo, ottieni la risposta che vuoi”.

“Sono state rovinate delle vite di bambini –aggiunge-. Ad esempio hanno diviso i miei figli e magari non sanno neanche di avere dei fratelli. La mia vita adesso è vuota, spero un giorno di poteri rincontrare e di confrontarmi con loro su tutto ciò che ci è capitato. L’odio non fa parte di me –conclude Federico Scotta, riferendosi a chi in questa vicenda ha con molta probabilità commesso errori e leggerezze-, ma pur essendo cattolico non riesco a perdonarli”. La vicenda è stata raccontata dal giornalista Pablo Trincia nella serie "Veleno".