La Pasqua è la più importante celebrazione delle religioni cristiane: è il momento in cui Cristo risorge dai morti, e si manifesta definitivamente come decisivo per la storia del mondo. Ma nonostante ciò, la festa della Pasqua, e il suo stesso nome italiano, affonda in una storia precedente, nella tradizione ebraica: la Pasqua ebraica è chiamata Pesach, termine che significa ‘passaggio, liberazione', ed è la discreta commemorazione del momento della liberazione dall'Egitto del popolo ebraico, guidato da Mosè. Questo nome ‘Pesach', giunto a noi attraverso il greco Pascha, dà forma alla Pascua spagnola, alla Pâques francese, alla Paști rumena: e non rinveniamo questa radice solo nelle lingue neolatine, ma per esempio anche in diverse lingue scandinave, e in russo; è senz'altro la radice preponderante, in Europa. Ebbene, la differenza con l'inglese Easter, ma anche con l'affine tedesco Ostern, è evidente: il nesso con la Pasqua ebraica, nel nome, non resta, l'etimologia è totalmente diversa.

Ancora una volta la lingua ci riporta sul passaggio fra festività pagane e celebrazioni cristiane: un passaggio in cui la severità dell'interruzione dei culti passati si incardinava sulle ricorrenze di quelle antiche feste, riprendendone le tradizioni. Insomma, non si creda che l'albero di Natale abbia un significato nella teologia cristiana, lo aveva nelle celebrazioni solari dei Celti. Similmente, l'origine del nome ‘Easter', di origine germanica, è da ricercare nell'ipotetica radica ‘austron-‘, che in questo ceppo linguistico declina l'alba ed è alla base non solo del punto cardinale dell'Est, ma anche di nomi di divinità femminili come Eostre, dea della fertilità e della rinascita della primavera. Il concetto nucleare del termine Easter è il brillare: l'alba è quella del nuovo anno, delle nuove promesse di vita. E qualcuno nota che gli animali sacri a questa dea sassone erano le lepri, rapide nel riprodursi, ave del coniglietto pasquale che negli ultimi decenni abbiamo iniziato a conoscere. Questi antichi elementi del culto di Eostre sono stati ritessuti nella Pasqua, che doveva scalzarlo.

L'Europa però non esaurisce i suoi modi di chiamare questa festa in due sole radici: fra i Balcani e la Polonia, con cristianissimi riferimenti, molti dei nomi di questa festa si riferiscono alla ‘grande notte' (come il polacco Wielkanoc, lo sloveno Velika noč), in richiamo agli eventi ripercorsi dalle liturgie, o direttamente (come il croato Uskrs) alla ‘resurrezione'. Solo gli arcipelaghi del tedesco e dell'inglese continuano, senza saperlo, a raccontare nel cuore della cristianità le storie pagane della festa dell'equinozio.