Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

I morti sono centinaia, i dispersi ancora migliaia. È una catastrofe quella che ha colpito la regione al confine tra il Nepal e il Tibet, a una sessantina di chilometri a nord di Kathmandu, dove un’alluvione ha spazzato via interi villaggi, portando via ponti, auto, persone, cancellando case e strade. Gli scienziati sono al lavoro per capire con esattezza cosa sia successo, ma l’ipotesi più plausibile è che un’enorme massa di ghiaccio si sia staccate da un ghiacciaio in vetta, nella catena dell’Himalaya, precipitando a valle e innescando una gigantesca valanga di ghiaccio, roccia, acqua, fango e detriti.

Le immagini satellitari mostrano come tutta la parte inferiore di un ghiacciaio si sia staccata a circa 5.200 metri, crollando poi per oltre 1.200 metri e trascinando con sé tutto quello che incontrava: una gigantesca frana di ghiaccio, rocce e detriti, che sarebbe poi finita nel fiume Bhote Koshi. Il fiume sarebbe quindi esondato, travolgendo interi villaggi a valle.

Le cause della devastante frana in Nepal
La domanda a cui stanno cercando di rispondere gli scienziati è: che cosa ha provocato il distacco? Inizialmente si era anche pensato a un terremoto, visto che i servizi geologici avevano registrato un terremoto di magnitudo 4.4 nell’area. Ma poi il servizio geologico degli Stati Uniti ha precisato che l’evento sismico – di forza superiore, cioè 5.2 – fosse in realtà effetto della frana. In altre parole, non era stata la scossa a innescare la valanga, ma era stata la valanga a far registrare la scossa.
È ancora presto per dire quale sia il motivo o i motivi precisi che hanno provocato il distacco del viaggio e la conseguente frana e poi alluvione. Non sappiamo se il cambiamento climatico sia stato una causa diretta. Però sappiamo che l’Himalaya è uno dei luoghi più vulnerabili del pianeta all’aumento delle temperature. Il “tetto del mondo” si sta riscandando due volte pià velocemente che il resto del pianeta. Sappiamo che tra il 2011 e il 2020 i ghiacciai su queste vette si sono ritirati a una velocità del 65% più elevata rispetto a quella registrata nella decade precedente. Sappiamo che in trent’anni i ghiacciai del Nepal hanno perso circa un terzo del loro volume. E sappiamo che mentre il ghiaccio si ritira, i versanti delle montagne diventano sempre più instabili e l’acqua si accumula attorno al ghiacciaio, rendendo sempre più acuto il rischio di inondazioni improvvise.
Il distacco del ghiaccio
Sempre le immagini satellitari mostrano che nelle 24 ore precedenti al disastro parecchia neve nei pressi del ghiacciaio si era sciolta, segnale appunto delle elevate temperature che si stanno registrando anche in alta quota. Il Guardian oggi ha pubblicato un’intervista a un glaciologo dell’università di Melbourne, Andrew Mackintosh, che ha sottolineato come crolli nei ghiacciai di queste dimensioni siano qualcosa di molto diverso da quanto osservato finora. E anche se non è ancora possibile affermare con certezza la relazione tra il collasso di questo ghiacciaio e il cambiamento climatico, sappiamo che in generale i due fenomeni sono collegati. Mackintosh ha anche spiegato che pure il permafrost montano si sta degradando a causa del riscaldamento globale: il permafrost è quel terreno che normalmente è ghiacciato tutto l’anno e che funziona come una sorta di “colla che tiene insieme la roccia e i ghiacciai adiacenti sui pendii più ripidi”.

L'impatto del cambiamento climatico
A causa del riscaldamento globale l’intera regione dell’Himalaya è più a rischio di valanghe, frane e inondazioni. Il geologo Mario Tozzi ha specificato a Fanpage.it – pur ribadendo che non sia ancora possibile trarre conclusioni certe – che “il fenomeno si è verificato verso la fine dell'estate, proprio nel periodo in cui i ghiacciai raggiungono il loro minimo storico annuale di consistenza”.
Alla domanda se eventi simili possano capitare anche sulle nostre catene montuose, Tozzi ha risposto:
"In realtà, eventi simili – ma di portata fortunatamente minore – stanno già accadendo anche sulle nostre montagne. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui crolli di roccia sulle Dolomiti, al disastro della Marmolada e a decine di episodi di fusione rapida con rottura di piccoli sbarramenti naturali che trattenevano acqua, ghiaccio e neve. (…) Oltre alla valanga della Marmolada – che nel luglio 2022 causò 11 vittime – penso ad esempio a quanto accaduto a Bardonecchia nel 2023 o ai crolli alle Tre Cime di Lavaredo. Il problema alla base è che, sempre a causa del cambiamento climatico, il ghiaccio non fa più da sostegno e da collante per la montagna: poiché lo zero termico si è alzato oltre le vette più alte, il ghiaccio profondo fonde, la montagna perde stabilità e inevitabilmente frana. Questi fenomeni diventeranno sempre più frequenti, intensi e distribuiti lungo tutto l'anno, poiché le stagioni calde si stanno allungando a dismisura".

Se questo contenuto ti è piaciuto, clicca su "segui" per non perderti i prossimi episodi.
Se vuoi accedere ad altri contenuti esclusivi e sostenere il nostro lavoro, abbonati a Fanpage.it!
